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Ci stai pensando troppo? Esplorazione del fenomeno dell’overthinking
L’articolo esplora il fenomeno dell’overthinking, caratterizzante la società moderna, in un’ottica psicologica che pone il pensare troppo in un continuum che va dalla normalità al patologico.

La capacità di pensare è un dono dell’essere umano: grazie all’evoluzione cerebrale, riusciamo ad oggi a produrre pensieri ed attività mentali complesse (ad esempio: la conservazione di informazioni, il problem solving, la pianificazione in anticipo ecc...).
Tuttavia, ogni funzione, se utilizzata in modo eccessivo, si usura: allo stesso modo, quando si tende a “pensare troppo” si può creare una vera e propria confusione mentale.

Il termine overthinking è ad oggi una delle parole più “sentite” nella nostra quotidianità, in quanto caratterizza lo stato mentale tipico della società moderna, dove nell’essere sempre connessi non c’è mai un attimo di sosta.
Non abbiamo tempo e modo di elaborare tutti gli input esterni a cui siamo esposti, in modo particolare con l’avvento dei social, che offrono la possibilità di avere costantemente a portata di mano tutte le notizie del mondo, senza far digerire ciò che si sta vivendo realmente: questo circolo vizioso non fa altro che apportare nuove problematiche e dubbi al pensiero.
Il nostro cervello
-così come un computer- nel cercare di elaborare più informazioni si sovraccarica; nel ripercorrere e analizzare gli stessi pensieri in loop, non arriva ad alcun tipo di conclusione: anzi, spesso viene perso il senso del pensiero stesso.
A tal proposito Susan Nolen-Hoeksema, Psicologa e ricercatrice presso l’università di Yale, definisce l’overthinking come “la tendenza a rispondere a un disagio focalizzandosi sulle cause e sulle conseguenze dei propri problemi, senza intraprendere nessuna azione di problem solving”.

La maggior parte degli studi dimostra, inoltre, che pensare eccessivamente non solo non porta all’azione, ma aumenta anche il rischio di un cortocircuito cognitivo che si manifesta:
- a livello psicologico, con stati ansiosi e di stress. Infatti, quando pensiamo eccessivamente a qualcosa, investiamo tutta la nostra energia su quel determinato pensiero, al punto da non avere più energie per altri tipi di pensieri. Ci sentiamo mentalmente esausti nel non arrivare mai ad un punto della situazione;
- a livello fisiologico, intervenendo sul piano del sonno. Può essere difficile andare a dormire se siamo sovraccarichi di tutti i pensieri che ci assillano la mente… come se il cervello non si spegnesse mai.
Il fatto di non riuscire ad addormentarsi provoca ulteriori preoccupazioni, ad esempio: “se non dormo, domani sarò stanco”.
Da qui inizia un circolo vizioso che coinvolge anche l’ansia; - a livello emotivo, interferendo con la regolazione emotiva.

Di solito tendiamo ad avere un maggiore stato umorale peggiore quando si pensa costantemente a cosa potrebbe accadere, in termini di conseguenze problematiche e negative.
 Le persone che tendono a sperimentare l'overthinking generalmente analizzano ogni dettaglio di un'ipotetica situazione, problematica o decisionale, per avere tutte le previsioni del caso e pianificare in anticipo ogni possibile conseguenza.

Tuttavia, i nostri pensieri possono essere rivolti non solo a qualcosa che ancora deve accadere, ma anche a ciò che è già accaduto nella nostra vita. In particolare, quando l’overthinking è rivolto al futuro si parla di “rimuginio”: una forma di pensiero ripetitivo e astratto, vissuto come incontrollabile e intrusivo, che spesso si accompagna alla visualizzazione di immagini sui possibili scenari negativi che potrebbero manifestarsi.
Al contrario, quando non si riesce a smettere di pensare a come la propria vita sarebbe potuta andare -se si fossero prese decisioni differenti- l’overthinking è rivolto al passato e si parla di “ruminazione”: una modalità di pensiero passiva legata alla mancanza di qualcosa di significativo, che può generare sintomi depressivi in quanto si focalizza principalmente sugli stati emotivi negativi interni e sulle loro implicazioni.
In entrambi i casi, ci si ritrova “intrappolati” nei propri pensieri: a livello psicologico, si parla di “paralisi analitica”, ovvero una condizione mentale per cui ci si sofferma più del necessario sui lati negativi di una situazione, generando un rallentamento o un vero e proprio blocco delle capacità di giudizio e di analisi della realtà che rende difficile intraprendere qualsiasi altra attività.

 E’ importante sottolineare che l’overthinking non equivale al semplice “preoccuparsi”: infatti, è normale e necessaria l’analisi e la valutazione delle informazioni prima di prendere delle decisioni, affinché le nostre scelte siano vantaggiose e coerenti con i nostri obiettivi ed il nostro benessere; tuttavia, non dovrebbe diventare un’abitudine ossessiva e ripetitiva che non porta a nessuna soluzione.
Come accennato inizialmente, il problema non sta nel pensare più del dovuto ai pro o ai contro di una situazione, quanto più nel non arrivare mai alla risoluzione del problema.

Detto ciò, l’overthinking non rappresenta un vero e proprio disturbo mentale, ma può essere un fattore di rischio e di mantenimento di alcuni disturbi mentali. Le associazioni più verificate includono: disturbo d'ansia generalizzato; disturbi depressivi; disturbo da stress post-traumatico; disturbi del comportamento alimentare; disturbi di panico; disturbo ossessivo-compulsivo.
 Dovendo tener in considerazione anche le caratteristiche personali, i vissuti e le esperienze del singolo individuo, una maggiore predisposizione all'overthinking può essere presente nei casi in cui si vivono condizioni frenetiche e stressanti e/o un periodo di cambiamento sul piano lavorativo o di studio, o comunque durante scelte di vita importanti; si prova insicurezza rispetto al futuro o un basso senso di autoefficacia, equivalente al non sentirsi mai all'altezza della situazione; è stato vissuto un evento traumatico (ad esempio, le persone abusate o trascurate nell'infanzia hanno una mente intrappolata dal ricordo); si tende al perfezionismo e c’è senso di controllo.

 Tutti a volte pensano troppo: trovare modi per porre fine al pensiero eccessivo può aiutare le persone ad agire, invece di pensare semplicemente a cose che potrebbero accadere o che sarebbero potute andare diversamente. Con il raggiungimento della consapevolezza della propria modalità di pensiero, si riescono ad identificare i pensieri trigger che affollano la nostra mente in modo incessante: riconoscerne la pericolosità permette di dare una direzione e una priorità ai pensieri, scegliendo quale merita maggiore attenzione.
Le problematiche legate all’overthinking possono essere affrontate in un percorso psicologico e in psicoterapia nei casi in cui è associato ad altri disturbi mentali.

Bibliografia:

  • Davis, T. (2023). Are you an overthinker?. Psychology Today.
  • Dimaggio, G. (2016). Con la testa tra le nuvole: il vagare della mente tra creatività e rimuginio. State of Mind.
  • Martino, F., Caselli, G., Ruggiero, G. M., & Sassaroli, S. (2013). Collera e ruminazione mentale. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, 19(3), 341–354.
  • Nolen-Hoeksema S. (1991). Responses to depression and their effects on the duration of depressive episodes. J Abnorm Psychol., 100(4):569-82.
  • Ruggiero, G.M. (2016). Pensieri e rimuginio: un pericoloso dispendio di energia per la mente!. State of Mind.
  • Van Randenborgh A., Hüffmeier J., LeMoult J. e Joormann J. (2010). Letting go of unmet goals: does self-focused rumination impair goal disengagement? Motivation and Emotion 34: 325-332.


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