Nella vita quotidiana può accadere di sentirsi attraversati da emozioni difficili da comprendere o da
regolare. In alcune situazioni relazionali possono emergere incomprensioni ricorrenti, conflitti che
sembrano ripetersi o una sensazione persistente di non essere pienamente compresi dall’altro.
Queste esperienze possono essere lette alla luce del bisogno di essere rispecchiati nei propri stati interni.
Si tratta di un bisogno ancestrale e universale, sperimentato per la prima volta da neonati. La possibilità
di sentirsi visti e compresi costituisce un elemento centrale nello sviluppo psicologico del bambino e
continua a influenzare, in età adulta, il modo in cui entriamo in relazione con il mondo circostante.
Le radici di questo bisogno sono rintracciabili nelle primissime esperienze relazionali, quando il
bambino inizia a costruire la propria identità attraverso lo sguardo e la mente di chi si prende cura di lui.
Nel 1971, Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, scriveva che il volto della madre è il primo
specchio del bambino. Il neonato, guardando il volto di chi si prende cura di lui, trova, o si auspica di
trovare, la restituzione dei propri stati emotivi interni.
Se è spaventato, guardando il volto della madre, riconosce che ciò che sta provando è paura; se è gioioso, attraverso lo sguardo materno, comprende che quella è gioia. Quindi il bambino inizia a riconoscere che ciò che prova ha un senso, è condivisibile ed è pensabile (Lis, Stella, & Zavattini, 1999).
Ma cosa accade quando questo rispecchiamento è carente, impreciso o distorto? Quando il volto
dell’altro è assente, distratto o sopraffatto dalle proprie emozioni?
Il bambino, sperimentando tutto ciò, può iniziare a dubitare della propria esperienza interna. Può
imparare, molto precocemente, a mettere da parte alcuni suoi stati emotivi per non esprimerli e per
imparare a controllarli. In altri casi, invece, può restare in balia di emozioni troppo intense, senza
strumenti per comprenderle (Winnicott, 1971).
Queste dinamiche non restano, però, confinate all’infanzia.
Infatti, le prime esperienze di rispecchiamento influenzano il modo in cui percepiamo noi e il modo in cui entriamo in relazione; e possono accompagnarci nell’età adulta sotto forma di difficoltà relazionali, senso di confusione emotiva o difficoltà a regolare gli stati interni.
Chi ha sperimentato uno sguardo materno sufficientemente sintonizzato tenderà a sviluppare un
maggior riconoscimento dei propri stati emotivi. Invece, chi ha incontrato un viso non in grado di
restituire le proprie sensazioni interne, può, in età adulta, provare emozioni troppo intense e difficili da
regolare o emozioni spente e difficili da sentire. In entrambi i casi, la relazione con l’altro può diventare il luogo in cui si riattivano antiche dinamiche emotive, ad esempio: bisogno di conferma costante, paura
del rifiuto, difficoltà a tollerare il conflitto, ipercontrollo o ritiro.
Non si tratta, però, né di colpe, né di responsabilità da attribuire.
Si tratta di comprendere come le nostre modalità relazionali siano il risultato di una storia iniziata quando noi bambini abbiamo incontrato, per la prima volta, lo sguardo del nostro caregiver.
Se le prime precoci esperienze relazionali hanno strutturato il nostro modo di vivere le emozioni, è
possibile che nuove esperienze possano modificarlo?
La psicoterapia può essere un modo.
Infatti, nella relazione terapeutica può accadere qualcosa di simile a ciò che avviene nei primi scambi tra caregiver e bambino: le emozioni vengono esplorate, sperimentate, accolte e pensate.
Ciò che prima era solo agitazione, rabbia o confusione può essere
gradualmente nominato, compreso e integrato.
La psicoterapia è uno spazio in cui l’esperienza interna del paziente può essere osservata, senza giudizio
e contenuta quando è troppo intensa e successivamente restituita in forma più chiara. Ma non è un
processo immediato.
È un lavoro co-costruito con lo psicoterapeuta, che richiede tempo, fiducia e continuità.
Allo stesso tempo, però, è anche un percorso in grado di trasformare profondamente il
modo in cui viviamo le relazioni e noi stessi.
Riferimenti:
Lis, A., Stella, S., & Zavattini, G. C. (1999). Manuale di psicologia dinamica. Il Mulino.
Winnicott, D. (1971). Gioco e realtà. Armando Editore.

Sono psicologa dello sviluppo tipico e atipico e psicoterapeuta in formazione in Analisi Bioenergetica e cerco di integrare la psicologia con il lavoro corporeo. Lavoro con i bambini e gli adolescenti, mi occupo di sostegno psicologico e tutoraggio scolastico, in particolare di studenti con diagnosi di DSA (Disturbi specifici dell’apprendimento). A MenteSociale mi occupo dei Servizi Scuola, in particolare del Tutor Specialistico.





