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Non è solo una questione di volontà: capire le difficoltà scolastiche
A volte le difficoltà scolastiche non sono soltanto segnale di mancato impegno o svogliatezza. Questo articolo aiuta a riconoscere e a comprenderle.

“Non si impegna abbastanza.”

“È intelligente, ma è svogliato.”

“Se si applicasse di più, potrebbe fare molto meglio.”

Sono frasi che ancora oggi possono accompagnare l'esperienza scolastica di bambini e ragazzi che incontrano delle difficoltà. Spesso vengono pronunciate senza cattive intenzioni, magari nel tentativo di spronare lo studente. Altre volte, però, finiscono per diventare vere e proprie etichette, attraverso le quali il ragazzo inizia a percepire sé stesso: “non sono portato”, “non sono capace”, “a scuola non valgo”.

Ma cosa accade quando dietro una difficoltà scolastica non c'è una mancanza di volontà?

La prima cosa da comprendere è che non tutte le difficoltà sono uguali e, soprattutto, non hanno tutte la stessa origine.

Quando impegnarsi non basta

Un ragazzo può trascorrere ore sui libri e ottenere comunque risultati molto inferiori rispetto allo sforzo compiuto. Può leggere più volte una pagina senza riuscire a ricordarne il contenuto. Può conoscere una regola grammaticale ma non riuscire ad applicarla durante un esercizio. Può comprendere perfettamente un argomento quando viene spiegato dall'insegnante e sentirsi completamente perso quando deve affrontarlo da solo. Può sapere esattamente cosa dovrebbe fare, ma non riuscire a organizzare i passaggi necessari per arrivare al risultato. In situazioni di questo tipo, aumentare semplicemente le ore di studio può non essere sufficiente.

Prima ancora di chiederci quanto un ragazzo si impegni, è necessario comprendere come sta affrontando il compito e dove si colloca la difficoltà e tenere a mente che una stessa difficoltà può avere significati diversi in base al ragazzo che la sperimenta.

Immaginiamo un'insufficienza in una verifica. Il voto ci dice qualcosa sul risultato finale, ma non ci dice necessariamente perché quel risultato sia arrivato.

La difficoltà potrebbe dipendere da un disturbo specifico dell'apprendimento, da difficoltà attentive, da una scarsa organizzazione, da un metodo di studio poco efficace, da una difficoltà nella comprensione del testo, da una fragilità emotiva o motivazionale, da una situazione di svantaggio linguistico o sociale. In altri casi, potrebbe trattarsi semplicemente di un argomento non ancora compreso o di una competenza che deve essere ulteriormente esercitata.

Per questo motivo non è sufficiente osservare il risultato. Occorre osservare il processo che conduce a quel risultato.

Come affronta il compito? Quali strategie utilizza? Sa da dove cominciare? Riesce a mantenere l'attenzione? Sa riconoscere quando non ha capito? Chiede aiuto? Riesce a utilizzare l'aiuto ricevuto?

Queste domande permettono di costruire una fotografia molto più completa del funzionamento dello studente.

Difficoltà non significa incapacità

Un aspetto particolarmente importante riguarda il modo in cui la difficoltà viene comunicata al ragazzo.

Quando uno studente sperimenta ripetutamente insuccessi, può arrivare a costruire un'immagine negativa di sé come studente. Può iniziare ad anticipare il fallimento ancora prima di iniziare un'attività e, di conseguenza, evitare ciò che percepisce come troppo difficile.

Si può così creare un circolo vizioso:

difficoltà → insuccesso → sfiducia → evitamento → minore esercizio → nuovo insuccesso

Per interrompere questo circolo non basta dire al ragazzo “devi credere di più in te stesso”. È necessario permettergli di sperimentare concretamente che esistono strategie attraverso le quali può affrontare le proprie difficoltà.

Quando si parla di personalizzazione, uno dei rischi è pensare che significhi abbassare le richieste ma è importante tenere presente che personalizzare non significa semplificare tutto. In realtà, personalizzare significa individuare modalità adeguate al fine di permettere allo studente di raggiungere gli obiettivi, tenendo conto delle sue caratteristiche.

È il principio alla base, ad esempio, dell'utilizzo degli strumenti compensativi per gli studenti con DSA: una mappa concettuale può aiutare a organizzare le informazioni, una sintesi vocale può facilitare l'accesso a un testo scritto, un programma di videoscrittura può ridurre l'impatto di una difficoltà nella scrittura.

Non si tratta di “regalare” qualcosa allo studente, ma di permettergli di utilizzare le proprie risorse senza essere ostacolato in modo sproporzionato dalla difficoltà specifica. La personalizzazione, quindi, non dovrebbe essere confusa con una riduzione automatica delle aspettative.

Imparare a conoscere il proprio modo di apprendere

Uno degli obiettivi più importanti di un intervento educativo è aiutare il ragazzo a sviluppare consapevolezza rispetto al proprio modo di apprendere.

“Cosa mi aiuta a ricordare?”, “Quando mi distraggo maggiormente?”, “Come posso organizzare questo lavoro?”, “Quale strategia posso usare quando non capisco?”, “Come posso accorgermi che sto studiando senza realmente imparare?”

Sono domande metacognitive che permettono allo studente di riflettere sui propri processi di apprendimento. Questo può essere un passaggio molto importante soprattutto nei ragazzi con BES, poiché l'obiettivo non dovrebbe essere semplicemente fornire loro una strategia, ma aiutarli a comprendere quando quella strategia è utile e come adattarla alle diverse situazioni.

Dal fare al saper fare

È proprio qui che si inserisce il valore di un intervento come il tutoraggio. Un adulto può certamente aiutare un ragazzo a svolgere un compito ma se ogni volta è l'adulto a organizzare il materiale, stabilire da dove iniziare, ricordare le consegne, scegliere la strategia e controllare il lavoro, il ragazzo rischia di diventare sempre più dipendente dall'aiuto.

Il tutoraggio ha una finalità diversa. Il tutor accompagna il ragazzo nella ricerca di strategie che siano funzionali e personali, aiutandolo a sperimentarle, modificarle e progressivamente utilizzarle in autonomia. L'obiettivo non è quindi che il ragazzo abbia sempre bisogno del tutor.

Paradossalmente, uno degli indicatori di un buon percorso di tutoraggio è proprio la possibilità che, nel tempo, il ragazzo abbia sempre meno bisogno di essere guidato.

Naturalmente, l'autonomia non si costruisce soltanto attraverso il lavoro individuale, anche il contesto nel quale il ragazzo vive e apprende ha un ruolo fondamentale.

Famiglia e scuola possono contribuire a creare condizioni favorevoli, evitando messaggi contraddittori e aspettative non realistiche. Gli insegnanti possono individuare modalità didattiche efficaci. Le diverse figure educative possono sostenere aspetti differenti del funzionamento dello studente.

Il ragazzo, però, non dovrebbe diventare il destinatario passivo di una serie di interventi. Dovrebbe essere protagonista del proprio percorso, coinvolto nella comprensione delle proprie difficoltà e nella ricerca delle strategie che funzionano per lui.

Forse, quindi, quando un ragazzo fa fatica a scuola, dovremmo provare a sostituire una domanda molto comune:

“Perché non si impegna?”

con una domanda più utile:

“Cosa gli impedisce di esprimere ciò che sa e quali condizioni possono aiutarlo a farlo?”

Questo cambiamento di prospettiva può sembrare piccolo, ma modifica profondamente il modo in cui guardiamo allo studente. Non significa negare la responsabilità personale, né pensare che ogni difficoltà debba essere eliminata dall'adulto. Significa riconoscere che, alcune volte, imparare non è soltanto una questione di volontà: è anche una questione di strategie, funzionamento, contesto, motivazione e possibilità di sperimentare competenza.

Bibliografia

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