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Con l’avvento dell’era digitale, le modalità di accesso alle informazioni si sono evolute e i modi con cui i media comunicano con il proprio pubblico trasformati. Attraverso la nascita della messaggistica istantanea si è passati da una natura alfabetica ad una sempre più grafica mediante il crescente utilizzo di emoticon, emoji ed immagini animate (le cosiddette GIF), che fanno ormai parte dell’espressione quotidiana all’interno delle diverse generazioni.

 

 

Emoticon ed emoji, quale la differenza?

Emoticon ed emoji, termini erroneamente utilizzati come sinonimi, sono in realtà strumenti diversi.

Il termine emoticon nasce dall’unione di emotion e icon. La data di nascita, ormai riconosciuta universalmente, è il 1982. In quell’anno, infatti, l’informatico Scott Fahlman suggerì che nel sistema messaggistico della Carnegie Mellon University si sarebbero potuti usare : – ) e : – ( per distinguere le battute dalle affermazioni. Esse sono realizzabili con qualsiasi programma di videoscrittura usando la punteggiatura, come per esempio il classico smile :  ).

Le emoji sono invece nate tra il 1998 e il 1999, create da una società di comunicazione giapponese, la NTT DoCoMo (operatore telefonico predominante in Giappone nel campo della telefonia mobile). L’etimologia della parola emoji arriva dall’unione di e (immagine), mo (scrittura), ji (carattere). La traduzione è pittogramma. Sono immagini usate per sostituire le parole e raffigurare il significato dei vocaboli; hanno bisogno di un software in grado di leggerle, così da riuscire a farle visualizzare. Il padre delle emoji è l’artista giapponese Shigetaka Kurita, che ha lavorato al team di sviluppo della NTT DoCoMo: voleva progettare un’interfaccia attraente per trasmettere le informazioni in un modo semplice e sintetico (ad esempio un’icona per mostrare le previsioni del tempo piuttosto che scandire nuvoloso).

Emoji, un successo mondiale

Più che semplici immagini, le emoji sono vere icone digitali, un linguaggio progettato per aggiungere sfumature emotive al testo altrimenti piatto. Nate nel Paese del Sol Levante, le aziende al di fuori del Giappone (come Apple), videro l’opportunità di incorporarle su altre piattaforme. Nel 2007, un team di internazionalizzazione del software di Google ne guidò la carica, chiedendo petizioni per ottenere le emoji riconosciute dal Consorzio Unicode (gruppo senza scopo di lucro che funziona per mantenere gli standard di testo tra i computer). Unicode accettò quella proposta nel 2010, con una mossa che avrebbe presto reso accessibile l’emoji ovunque: decise di indicizzarle “a causa” del loro utilizzo come caratteri per la messaggistica di testo in numerosi standard aziendali dei produttori giapponesi. Ovvero, le emoji erano diventate troppo popolari per essere ignorate.

Emoji: linguaggio universale?

E’ possibile che le emoji stiano diventando sempre più un linguaggio universale, dove alcuni simboli sarebbero comprensibili a tutti ed in grado di abbattere barriere linguistiche e geografiche, ma bisogna fare attenzione ai significati veicolati dalle icone a seconda dei contesti in cui vengono utilizzate. Uno studio recente ha messo in luce come nei vari paesi del mondo, l’uso delle emoji vari in maniera sensibile e, in alcuni gruppi sociali, assumere accezioni diverse da quelle originarie. 

Va aggiunta la situazione di utilizzo, che gioca un ruolo fondamentale: dove può essere accettata un’emoji?
Sicuramente in una chat tra amici, meno se postata in documenti ufficiali: per questi motivi è necessario conoscerne il significato ed assicurarsi che all’interno di un testo le icone digitali ne completino il senso ed il contenuto a seconda del nostro interlocutore.

Non solo, ma anche tra le diverse generazioni, come la Z, i cosiddetti nativi digitali, alcune icone possono subire dei mutamenti più o meno percettibili, passare di moda, mentre altre nuove venire aggiunte al catalogo (il consorzio Unicode ha finalizzato la lista delle nuove emoji che, a partire dal 2022, verranno caricate su smartphone, tablet, computer ed app di messaggistica). 

Alcune riflessioni in merito all’utilizzo delle icone digitali e come muta il loro utilizzo attraverso le generazione

Le emoji offrono un linguaggio che aggiunge sfumature emotive al testo e dunque è di fondamentale importanza non solo conoscere il significato che esse veicolano, ma riflettere sulla capacità di saperle riconoscere e gestire all’interno di un contenuto.

Diversi studi e ricerche sul campo, evidenziano come le generazioni più anziane tendano ad utilizzare le icone letteralmente, mentre i rappresentanti della Generazione Z (i giovani al di sotto dei vent’anni), le utilizzino in maniera più creativa: le immagini cambiano di senso, subiscono associazioni libere, si personalizzano diventando poi d’uso comune solo all’interno di un range d’età, si diffondono attraverso i social che oggi rappresentano, appunto, lo strumento di interazione maggiormente utilizzato da bambini e ragazzi cresciuti nella società dell’iper-informazione, bombardati da una moltitudine eterogenea di dati di difficile assimilazione, con a disposizione un’ampia scelta di tecnologie che imparano ad utilizzare in tempi ridottissimi, di cui spesso non conoscono l’origine, i processi di sviluppo, le caratteristiche fondamentali, le peculiarità e i rischi connessi.

Tutto questo merita una riflessione profonda

La qualità della società che sperimenteremo in futuro sarà il prodotto dell’impegno educativo e culturale che viene oggi profuso da genitori ed insegnanti: l’obiettivo è di fornire ai ragazzi i migliori strumenti per riconoscere, prevenire e gestire esperienze spiacevoli e pericolose, promuovendo un saggio e prudente uso delle nuove tecnologie, che non vanno assolutamente demonizzate, anzi, ma utilizzate costruttivamente rispetto alle possibilità offerte per migliorare le condizioni comunicative nei vari contesti e tra le diverse generazioni.

  

Bibliografia

-Guarnaccia E., GENERAZIONE Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologica e iperconnessa, Amazon Kindle Direct Publishing (KDP), 2018

-Senatore M., Bambini digitali. L’alterazione del pensiero creativo e il declino dell’empatia, Torino, Edizioni Il leone verde, 2019

 

Sitografia

-Cella F., Emoji, non usate la faccina che ride: non significa (più) che siete felici (2021) in http://corriere.it

-Feltrinelli Education Magazine, Come cambia l’uso delle emoji di generazione in generazione (2021) in http://feltrinellieducation.it

-Generali Italia-Redazione Semplice Come, Emoji ed emoticons: come stanno cambiando il nostro modo di comunicare (2018) in http://semplicecome.it

-Tecnologia, Dall’uomo incinto alla faccina che si scioglie, le nuove emoji per il 2021/2022 (2021) in http://tg24sky.it

-Wide, Come sono nate le emoji e chi le ha inventate (2021) in http://widesrl.com

 

L'articolo è stato scritto da...

Dott.ssa Rita Bimbatti, Pedagogista Clinico e Sociologa della Salute
Collabora con numerose riviste occupandosi prevalentemente di tematiche sociali e culturali riguardanti famiglia e scuola.
Autrice di racconti dedicati all’infanzia.

 


 

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