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Pillole di Film

cinema

Una rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

 

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locandina

L’ultimo film di Robert Altman, Radio America, è un nostalgico ritratto di un America che non esiste più, dipinto negli occhi di una strampalata combriccola di amici, alle prese con l’ultima puntata di A prairie home companion, show che per anni hanno portato avanti e che li ha uniti come una grande famiglia. Tra i corridoi dei camerini e il surreale palcoscenico di un grande teatro, da dove lo spettacolo viene trasmesso, iniziano a scorrere le esistenze di tutti i personaggi, attraverso gli aneddoti ironici e drammatici di una vita trascorsa assieme, di cui colonna sonora sono splendidi brani di musica country, genere adatto forse più di qualsiasi altro a rappresentare la vita come fusione di euforia e malinconia. Nella concitazione di questi momenti, prima che tutti si salutino e ognuno vada per la propria strada, nessuno si accorge di una presenza misteriosa che li osserva, una donna bionda e sensuale, metaforico angelo della morte, venuto a sancire la fine di un’avventura e per alcuni la fine stessa della vita. Inutile il tentativo anni dopo di ritornare sulle scene, di riformare quel grande gruppo di persone: nulla potrà essere come prima, troppe cose sono cambiate e solo il ricordo può lenire le sofferenze di una vita che, giunti alla vecchiaia, appare vuota e triste. Disponendo di un cast eccezionale (tra cui spicca, come al solito, un’eccezionale Meryl Streep, qui in inedita versione di cantante), Robert Altman depone il suo testamento (morirà pochi mesi dopo) nell’ultimo quasi disperato sguardo dei suoi personaggi verso la macchina da presa, occhi nei quali si legge tutta la difficoltà umana ad accettare la fine e a lasciarsi andare a quel sentimento che, seppure piacevole, sa essere struggente come la musica country: la malinconia.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. Altman
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 100 minuti

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Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
3 Premi Ioma 2007: miglior film, miglior cast, miglior colonna sonora

Will Smith è semplicemente un sorridente vulcano di energia. Sa ballare, recitare, divertire ed ora anche commuovere. Lo incontriamo al Westin Excelsior di Roma, in occasione della conferenza stampa de La Ricerca della Felicità, a cui partecipano anche l’autore dell’omonimo romanzo Chris Gardner (che è produttore associato del film, ma s’improvvisa dispensatore di saggezze e paterni auguri) e il nostrano regista Gabriele Muccino, reduce entusiasta dal suo personale “american dream”.

A che punto siete con la vostra Ricerca della Felicità?muccino e smith
Will Smith: Credo che ogni Ricerca della Felicità parta dall’avere rispetto prima di tutto nei propri confronti. Ogni tanto mi guardo da fuori e mi chiedo: io, mi rispetto? Se la risposta è sì, allora, ecco, posso dirmi felice.
Gabriele Muccino: Il viaggio stesso è la nostra vita. Il momento stesso in cui siamo felici è molto breve, sfugge via non appena lo raggiungiamo. E’ l’assenza della felicità che ci fa agognare la felicità medesima, secondo me.
Chris Gardner: Non potrei essere più d’accordo con loro: la felicità non è un punto d’arrivo, ma un viaggio, qualcosa che va e viene come la marea. Sono felice perché sono sano, sono un genitore single di due ragazzi speciali che però riflettono i miei valori: questo mi riempe di gioia.

Muccino, ci racconti di questa sua esperienza professionale in America.  

G. M.: E’ stato emozionante, anche se all’inizio ero spaventato dall’invasività della macchina hollywoodiana, poi invece ho capito che era perfettamente gestibile con un po’ di diplomazia e accettando qualche compromesso. La sceneggiatura ad esempio era solida, aveva intuizioni toccanti, ma poi abbiamo fatto tutto un lavoro di rifinitura con i produttori. Inizialmente c’era un altro finale, più commovente sulla carta, ma io sentivo che bloccava la storia, così ne ho girato un altro che nell’ultimissima sequenza mostra anche Gardner che attraversa la strada.

Dov’è secondo lei il tocco europeo, in questo film americano?   
G. M.: Io ho voluto raccontare una storia americana in modi americani. Loro hanno un pensiero materialista, consumista, capitalista e individualista. Per ogni americano, farcela è il motivo fondamentale ed esistenziale della propria vita. Noi veniamo da molto più lontano di loro, per questo forse nel nostro paese non è così. Quella americana, è una società che divide la gente in loosers e winners, perdenti e vincenti, chi ce la fa e chi non ci riesce. Ho osservato con occhio vergine una realtà cinica, provando a raccontarla con una sensibilità europea. Però l’ho voluta narrare in modo americano, ripeto, per loro doveva essere riconoscibile. Io non ho vissuto i loro anni 80!



Mr. Smith, due domande in una: cosa pensa del film e come si è trovato a lavorare con suo figlio.
W. S.: Questo film è stato presentato come il sogno americano, io penso sia piuttosto il sogno UMANO. Un sogno che racconta come la sofferenza non sia gratuita, ma punti sempre alla felicità. Recitare con mio figlio Willow [secondo su tre, n. d. R.] è stato bellissimo, trascorrevamo insieme 12-13 ore al giorno, è stata per me un’occasione unica per mostrargli ciò che so fare meglio al mondo, il mio lavoro d’attore. Ogni bambino dovrebbe passare una giornata guardando il proprio papà al lavoro. Questo è quello che definisco sogno umano; quando Gabriele mi ha mandato “Ladri di biciclette” l’ho capito ancora meglio. E’ prendersi cura dei bambini, della famiglia, fare di tutto pur di portare a termine il loro obiettivo. Proteggere i nostri figli e i nostri cari è un istinto primordiale e universale. Tutti facciamo progetti e nutriamo speranze per loro, in questo mondo tanto difficile. Ogni giorno, del resto, noi ci svegliamo perché speriamo che oggi sia meglio di ieri. Questa speranza è l’essenza del “sogno americano”. L’altra faccia del sogno è la potenzialità dell’incubo, mentre la controparte della speranza è la paura. Ed ecco, questo film, in cui credo di aver dato la mia migliore performance professionale, racconta di paure e si chiude con uno spiraglio di speranza.

Tuttavia, la differenza fra sopravvivere e diventare ricchi è grandissima. Siete stati attenti a renderla adeguatamente nel film?

G. M.: Certamente. C’è sempre una barra che può essere posta ancora più in alto: il protagonista alla fine vuole dimostrare a se stesso che senza un diploma può sognare, valere, diventare una persona grande. Un uomo nero, inoltre, in America non ha una vita facile, c’è ancora molto razzismo, è una sfida contro tutti, persiste il retaggio di essere declassificati, disistimati, sottovalutati, ghettizzati. Chris ce l’ha fatta ed è arrivato ancora più in alto. Questo non è un film su come si diventa ricchi, ma su come si sfida se stessi.
C. G.: La mia ambizione da giovane non era far soldi, ma eccellere in una cosa. Una determinazione che mi ha istillato mia madre: voler primeggiare, sentirmi bravo in qualcosa.
W. S.:Credo ci sia un malinteso sulla prospettiva del “sogno americano”, io stesso ne vivo in parte: amo il mio lavoro, adoro recitare, far ridere la gente… in America quando riesci a primeggiare in qualcosa, i soldi sono un naturale risultato. Non c’è una caccia ai soldi, ma una voglia di essere i migliori. A quel punto il successo è una conseguenza. I soldi non sono automaticamente l’obiettivo, non si può vivere per quello soltanto, ma per credere che ce la farai, amando qualcosa che fai.

Perché è stato scelto proprio Muccino per la regia?
W. S.: Avevo visto il suo “Ultimo bacio” e lo ritengo tuttora un film potente. E poi mi ha insegnato tante cose, su tutte questa frase: “No no no. Faceva schifo” [letterale in italiano! N.d.R.]. Per questo sono onorato di essere qui, aspettavamo da tempo di portare questo film nella patria di Gabriele. E poi penso di dover comprare un appartamento a Roma, perché la amo!

[Prende la parola Andrea Guerra, presente in sala, che ha curato le musiche del film]
Andrea Guerra: Credo che il tocco di Gabriele sia stato spostare il tiro su una sorta di critica della società, con un’ammirazione particolare per il fortunato che ce la fa. Il mio lavoro è stato essere uno strumento nelle sue mani, ci ha costretto tutti a togliere il senso eroico e mantenerci più vicini alla storia. Per questo si può parlare di neo-realismo nel film.

Ecco, cosa ci dite a proposito dell’intenzione realistica dichiaratamente perseguita nel film?
G. M.: Avevo paura di portare un velo di sentimentalismo e dolciume nella storia, allora ho fatto di tutto per far sì, ad esempio, che ogni senza tetto sul set fosse un vero senza tetto. Non volevo nessuna manipolazione della povertà: gli ambienti dove dorme Will nel film sono gli stessi dove dormono tuttora gli homeless. Anche il fatto di avere Gardner vicino a me durante le riprese mi faceva ricordare che non si trattava di un gioco, ma di una realtà drammatica di chi in America non ce la fa. E io non potevo tradirla.
C. G.: Sono orgoglioso di questo lavoro cinematografico, ha catturato l’essenza della passione e dell’impegno della mia vita. Certo, libro ci sono più dettagli, approfondimenti ed elaborazioni sulla mia vita.

Come mai non ci sono di fatto veri amici all’interno della storia?
W. S.: Chris non è originario di San Francisco, quindi non aveva conoscenze lì e inoltre c’era la volontà specifica, da parte sua, di non voler chiedere aiuto a nessuno.
C. G.: E’ tutto scritto nel libro, comunque uno dei miei amici più cari è il reverendo [lo stesso presente nel film, n. d. R.], che mi ha aiutato molto.
G. M.: In America il bussare alla porta del vicino non esiste. C’è un grande individualismo ed un’estrema solitudine, piuttosto. Loro hanno dei legami molto più labili dei nostri.

Un’ultima domanda: nella società americana di oggi, rispetto agli anni ’80, sarebbe ancora possibile realizzare un sogno come il suo, Mr. Gardner?
C. G.: …I could do it [= io potrei farcela]!

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locandinaVincitore della menzione speciale per lungometraggi all'ultima edizione di EuropaCinema, l'agrodolce film di Maria Ripoll coniuga amicizia e amore con la parabola di un dolore insostenibile. E se l'apice della felicità coincidesse con la fine di tutto? E’ ciò che si domanda l’anima di Dani, il protagonista (uno Javier Pereira dal sorriso malinconico), ragazzo pieno di pensieri il cui sguardo si perde nell'oblò di una lavatrice in funzione. Il suo mondo è fuori casa, con Francesco e Ignacio, i soliti amici di sempre, con cui si ritrova in piazza, una domenica come tante, in una Barcellona baciata dal sole, a sfogliare necrologi. Pirandellianamente, accade l’equivoco imprevisto, e i tre imbranati si ritroveranno, per un caso di omonimia, a compiangere un perfetto sconosciuto assieme a parenti e amici.
Trasportandola dal teatro al grande schermo, Maria Ripoll dirige con sobrietà un'opera che ha il merito di riuscire ad affrontare questioni profonde come la morte e il senso della perdita sdrammatizzandole di continuo e sfumandone i contorni, attraverso personaggi solari, semplici e dinamici. La storia corre sui binari dell'amore e dell'amicizia prima solo superficialmente, per poi rivelare la sua vera essenza: una leggerezza di toni che nasconde l'ombra di una vita senza certezze. Perdere un padre e non sapere come diventare uomo. Soffrire e non essere capace di reagire, di sopravvivere, di riempire un'assenza così totalizzante.
Da segnalare Tamara Arias, nei panni di Cristina, alias la sorella del defunto, affranta e aggraziata come poche: un'esordiente sublime di cui di sicuro sentiremo ancora parlare.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Ripoll
Anno di produzione: 2006
Produzione: Spagna
Durata: 100 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}

{tab=Recensione}
locandinaNon essendo il sottoscritto un appassionato e assiduo “babbano” seguace del piccolo maghetto, non potrò in questa sede rendervi conto nè degli sviluppi delle passate puntate, nè dei collegamenti e chiarimenti che sicuramente ci sono, nè infine dei nuovi intrecci della saga.
Le avventure del nostro piccolo (ormai neanche tanto) eroe, continuano, e parallelamente alla “crescita” di quella generazione che possiamo definire “potteriana”, anche il film si adatta all’età di quei non più bambini, che sono lo zoccolo duro sia del successo editoriale che cinematografico.
Si intende ormai per generazione “potteriana” quel piccolo miscuglio (qualche milione nel mondo) di genitori (forse quarantenni) e figli (ormai quindicenni) che sono cresciuti insieme al nostro eroe: i primi per trovare una crescita equilibrata evitando in tal modo terapeuti vari e religioni trascendentali; i secondi guidati dai primi per trovare semplicemente la crescita.
L’esperienza è divertente, gli elementi adolescenziali ci sono tutti: dal primo bacio tanto reclamato (molto casto, neanche un intoppo come è capitato a tutti i babbani), alla ribellione, passando per i problemi esistenziali l’ossessione e la solitudine; il tutto in un clima molto cupo e come sempre magico, in cui lo scontro (iniziato nel precedente film) tra H. Potter e il terribile Lord Voldemort, si evolve, aggiungendo alla trama elementi utili ad inquadrare il contesto della lotta.
H. Potter dovrà inoltre affrontare la terribile professoressa D. Umbridge, nominata dal Ministro della Magia in persona per calmare gli animi di questa scuola ormai considerata pericolosa e rivoluzionaria (come gli adolescenti che la frequentano). Un piccolo accenno politico (di stile Orwelliano) che completa il quadro, ma i nostri giovani sapranno scegliere la parte giusta e capovolgere gli ignobili omologatori.   
Lo sforzo produttivo è enorme e la resa cinematografica (grazie agli splendidi effetti speciali) colpisce per il contesto magico che riesce a creare. Ora, è proprio l’elemento magico la base di tutto, una magia casalinga che va esercitata, cresciuta, che diventa elemento di normalità in questo mondo fantastico, che essendo parte naturale del film lo esalta, che se non ci fosse renderebbe la storia sempre lineare ma semplice e come tante altre.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Yates
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 138 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
FOX Choice Awards (Miglior Film Estivo - Dramma/Azione Avventura)

{tab=Recensione}
locandinaGus Van Sant colpisce ancora. Con “Paranoid Park” si aggiudica il premio speciale per il sessantesimo anniversario del festival di Cannes, firmando un film sull’adolescenza e sul senso di colpa, incentrato sul mondo degli skatboarders. Trattasi di comuni ragazzi spericolati, acrobati per gioco che passano giornate intere nel loro amato “paranoid park”, grigio angolo abusivo di brividi in un quartiere malfamato. Ore e ore trascorse a girare su se stessi e roteare su muri e pedane, avanti, indietro, su, giù, come tanti orologi a pendolo dall’ingranaggio sconquassato. Questo, almeno, sembra essere il profilo di Alex, riservato sedicenne poco esperto con le ragazze, poco fortunato con la famiglia (i genitori si separano e comunque non sembrano riservargli troppe attenzioni), poco entusiasta della vita. Abusando di ralenti in continuazione, il regista indugia sull’interiorità del protagonista, un convincente Gabe Nevins, espressivo quanto basta a rendere la spaesatezza di chi, tutto ad un tratto, si trova suo malgrado catapultato in una vicenda troppo più grande di lui. Un omicidio a Paranoid Park. Sospetti dentro la scuola. Marce di studenti indiziati verso la presidenza. Interrogatori. Silenzi e mezze verità. Rimorsi. Ipotesi. Pensieri. Voci della coscienza che implodono in un silenzio folgorante sotto la doccia, con un’acqua che lava via tutto tranne il senso di colpa. Niente scorre, il ricordo è un martello pneumatico che non smette di battere, il tempo impazzisce grazie ad un montaggio iperdinamico (opera dell’imprevedibile Christopher Boyle, collaboratore, fra gli altri, anche di Won Kar Wai e Shymalan) che rende al meglio un flusso di coscienza a singhiozzo, dove tutto ciò che è accaduto ha un preciso significato, puntualmente ripreso nel presente e riacciuffato nel futuro, in un continuo dialogo fra sfere spazio-temporali diverse che non lascia, però, spiragli di soluzione.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Gus Van Sant
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 90 minuti

{tab=Curiosità}

IL REGISTA GUS VAN SANT HA ORGANIZZATO ATTRAVERSO INTERNET IL CASTING DEL FILM. - PREMIO DEL 60MO ANNIVERSARIO AL FESTIVAL DI CANNES (2007).

{tab=Riconoscimenti}

{tab=Recensione}
locandinaLa nuova avventura di Asterix, tratta principalmente dall’Albo “Asterix e i Normanni”, è uscita qualche mese fa in Francia e in altri paesi Europei, mentre uscirà da noi venerdì 16 marzo 2007.
Un film d’animazione diretto da Stephan Fjeldark e Jesper Moller, con le voci del grande Pino Insegno e Martina Stella e con la colonna sonora della cantante canadese Cèline Dion.
Un film ricco di dialoghi molto divertenti e di scene avventurose, il tutto incorniciato da una grafica veramente molto bella e con un finale che lascia pensare. Prodotto da M6 Films, A/S Copenaghen, Mandarin Sas e 2d3D Animationis, il film vede Asterix (Marco Mete) e Obelix (Pino Insegno) impegnati a portare a termine un compito arduo: far diventare un vero uomo Spaccaossix, il nipote del capo villaggio in arrivo da Parigi. Anche se il ragazzino di città si dà un sacco di arie, in realtà è molto pauroso e davanti ai pericoli non può far altro che scappare, rendendo vani i tentativi di Obelix e Asterix di farlo diventare un duro. I Vichinghi, intanto, saputo del nuovo arrivato, partono per la Gallia sperando che si avveri quanto si dice, cioè che “la paura mette le ali”e poter così imparare a volare dal giovane Spaccaossix. Il ragazzo verrà, poi, rapito da questi coraggiosissimi Vichinghi e incontrerà Abba (Martina Stella) e… Raccontare  il finale di questa avventura significherebbe condizionare la fantasia di chi legge, perché negli ultimi attimi di pellicola si possono fare delle riflessioni personali e, per farle rimanere tali, ci limitiamo soltanto a prevedere che questo film piacerà molto ai bambini… e non solo.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Fjeldark & J. Moller
Anno di produzione: 2006
Produzione: Francia
Durata: 80 minuti

{tab=Curiosità}

 

{tab=Riconoscimenti}

{tab=Recensione}
locandinaLa donna, fonte d’energia ed ispirazione, Bigas Luna ce l’ha nel sangue, o meglio ce l’ha scritta nel cognome, evocante l’archetipo femminile per eccellenza. Questo film non fa eccezione e dà libero sfogo a passioni mai sopite, ad incestuose fantasie, ad impensabili tradimenti intrecciati con una abilità di regia veramente gustosa: il tutto pervaso da una sottile tensione erotica giocata sul legame tra cibo e sesso e sulla sensualità che trasuda dalle tre donne protagoniste. Conchita, interpretata magistralmente da Stefania Sandrelli, perfida produttrice di mutande e madre morbosa ed oppressiva, architetta un ignobile, quanto ingegnoso piano affinché il figlio rinunci a sposare la fidanzata (una esordiente, giovanissima Penelope Cruz) rimasta incinta. La malcapitata squattrinata è colpevole di essere figlia di una ex-prostituta (Anna Galiena), “costretta” dopo essere stata abbandonata dal marito a mantenersi in quel modo. I colpi di scena si succedono fino ad esplodere in un finale shock a colpi di prosciutti, in cui tutti si ritrovano ad essere amanti di tutti (ci sono addirittura 2 triangoli amorosi) ed in cui le parti sembrano invertirsi fino all’inverosimile: quella che è additata come una puttana si ritrova ad essere madre sensibile e premurosa, mentre la borghese apparentemente ineccepibile non è affatto esente da peccati e pesanti colpe. Il senso si gioca proprio qua: non è un caso che in Spagna per dire che qualcosa è fantastico si usa l’espressione “de puta madre”, si associano due termini volutamente ritenuti “contraddittori”. Ancora una volta Bigas fa centro, per aver scavato con leggerezza nei tabù e nelle nostre più recondite paure: questo film è, per l’appunto, “de puta madre”.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Luna
Anno di produzione: 1992
Produzione: Spagna
Durata: 96 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
49ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia: Leone d'argento - Premio Speciale per la regia

{tab=Recensione}
locandinaUn romanzo di Frank Wedekind che a suo tempo destò un discreto scandalo, e una sceneggiatura, quella del fu Alberto Lattuada. E' su questi presupposti d'ispirazione che prende vita la pellicola dell'inglese John Irvin, presentata al Festival di Venezia 2005 fuori concorso ed incentrata sull'iniziazione alla vita (e a tutte le sue più infami sfumature) di candide educande finite in un collegio rinomato della Turingia. Tutto sembra scorrere nel modo più scontato possibile, tanto che a volte tornano nostalgiche alla mente sequenze di film già visti, come il lontano Annie di Huston, insuperabile per la resa della tragicomica realtà solitaria di una povera orfanella sorridente. Eppure - c'è un enorme 'eppure' che si pianta insormontabile nel bel mezzo della pellicola di Irvin, per altro coproduzione italo-ceca-inglese: un 'eppure' che la ribalta, deformandone i contorni fino all'eccesso, che tocca il suo apice quando il melò si trasforma in horror raccapricciante. Nel giro di qualche frame, infatti, i volti candidi delle protagoniste si corrucciano in smorfie d'appagamento (omo)sessuale così come in gemiti di morte, mentre latrati di cani assatanati si rivelano ben più potenti di infantili competizioni per ottenere il fatidico ruolo di "prima ballerina".
Vittime ed assassine finiscono allora per confondersi in una spirale infinita di sangue, di ipocrisia, di delirio allo stato puro, per un thriller quasi tutto al femminile in cui spiccano i volti italiani di attrici di fiction nostrane come Silvia De Santis, Galatea Ranzi ed una brava Eva Grimaldi (degne, d'altronde, della produttrice Ida di Benedetto, pioniera di soap come Un posto al sole).
Va detto, tuttavia, che non si tratta di una visione impeccabile: pur presentando vari spunti di rara genialità (i titoli di testa sono, a tal proposito, un vero gioiello), la pellicola resta un tentativo ammirevole ma non pienamente riuscito. A scene di un'efficacia suggestiva impressionante (una su tutte: le maschere anonime della servitù, perché "Le serve non hanno un'anima") si affiancano accenni non svolti, fili di trama lasciati in sospeso, punti importanti non approfonditi. Quello che risulta lampante è, dopo tutto, l’antitesi esterno-interno, apparenza-essenza, generosità che cela corruzione, sorrisi che sanno di marcio.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Irvin
Anno di produzione: 2005
Produzione: Gran Bretagna, Italia, Repubblica Ceca
Durata: 107 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

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