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Pillole di Film

cinema

Una rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

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locandinaSofia, la coppia gay formata da James e Jamie, e la complessata prostituta Severin, sono i protagonisti delle storie che si intrecciano allo Shortbus, locale notturno fuori da ogni schema, dove i piaceri della carne e della liberazione delle proprie pulsioni più profonde sono usate come unico antidoto alla soffocante e reprimente società. Con Shortbus, il regista John Mitchell non si risparmia nel mostrare masturbazioni, rapporti sadomaso, eiaculazioni, rapporti orali, per descrivere la sofferenza e l’infelicità alla base delle perversioni dei protagonisti, esseri umani alla ricerca di pratiche sempre più estreme e piaceri forti, solo allo scopo di sfuggire alla solitudine. Purtroppo molti sguardi, dialoghi e immagini surreali, rendono sia il messaggio del film che la disperazione dei personaggi in modo molto più chiaro delle scene volutamente morbose, di cui talvolta si fatica a capire il motivo e che finiscono per essere meri atti di provocazione per stuzzicare le fantasie voyeuristiche dello spettatore con la banale e fine a se stessa esibizione di corpi nudi e atti sessuali. Peccato, soprattutto per l’intelligente sceneggiatura, gli assurdi dialoghi e soprattutto gli inserti animati di una New York che lentamente si spegne, lasciandosi andare ad una lenta morte spirituale, per esplodere alla fine in un violento orgasmo di gruppo. Spesso la provocazione può essere un’arma a doppio taglio, con il rischio che la si usi semplicemente come pretesto per poter dire, mostrare e fare ciò che si vuole: a quel punto diventa mero e insulso esibizionismo e Shortbus, purtroppo, cade spesso nel tranello.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J.C.Mitchell
Anno di produzione: 2006
Produzione: USA
Durata: 102 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaA metà fra Il principe di Machiavelli e l’I have a dream di Martin Luther King, il ritratto della politica che propone il regista e sceneggiatore è un equilibrio precario fra consensi e tradimenti, promesse e colpi alle spalle, alti ideali affogati in lauti buffet. Una politica che sa di marcio e che corrompe tutto ciò che tocca: anche l’animo più genuino si può comprare - non tanto con soldi, ma con ricatti, proposte di carriera, chimere promesse al momento giusto. Viene assunto per questo, il bravo giornalista interpretato da Jude Law, per scrivere e convincere, abbellire e camuffare, giustificare e scovare gli scheletri nell’armadio degli oppositori di un caimano rozzo ma astuto con il volto iper espressivo di Sean Penn.
Un tono sobrio, dimesso, ordinario (azzarderemmo anonimo) caratterizza la prima parte del film, in cui si narra la vicenda dell’ascesa al potere di un omuncolo qualunque di modeste condizioni economiche e culturali, pronto a farsi strumento politico pur di tentare di cambiare i meccanismi del potere a favore dei meno abbienti. Presto, invece, incarnerà lo stereotipo del tiranno per eccellenza, che spaccia nefandezze per buone azioni, sperpera soldi investendoli in donne e banchetti, ordisce trame e congiure in un climax di sopraffazioni e sete di potere. E’ da questa seconda parte, dal gusto più marcatamente noir, che il film prende piega e inizia a coinvolgere davvero in tutti i suoi intrecci morbosi e ingarbugliati, dove una languida Kate Winslet incarna il tepore mnemonico di un amore stagionato. Riuscito il gran finale, sospeso fra delitti a catena e complotti letali, che riesce a immortalare quel grigiume nefasto di una politica in cui all’inizio, così come alla fine, “c’è solo il male”.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Zaillan
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti, Germania
Durata: 140 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaPrimo spy-thriller di una trilogia che racconterà tutta la saga della CIA fino ai nostri giorni, passando per lo snodo cruciale della caduta del muro di Berlino, il film che porta il titolo italiano de “L’ombra del potere” si muove nel delicato scenario della seconda guerra mondiale, addentrandosi nei meandri oscuri delle società segrete. Ne è un esempio la “Skull and Bones” (un nome che è già tutto un programma), confraternita che plasma leader mondiali rubandone i segreti più intimi. CIA contro KGB, America contro Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda: a farne le spese, una serie di individui immolati sull’altare della ragion di stato.
Robert De Niro, che si ritaglia un cammeo in grande stile interpretando il generale Sullivan (personaggio estremamente scorsesiano), riprende posto dietro la macchina da presa dopo il suo esordio da regista in “Bronx”. Stavolta sostituisce ai colpi di scena una trama densa di eventi, personaggi, situazioni, dettagli non trascurabili, dove anche un articolo può fare la differenza (vedi il confronto esplicitato nel film Cia-Dio).
Troppo lungo, didascalico, farraginoso, frammentario (con un’interminabile quanto faticosa sequenza di flashback e rinvii temporali a singhiozzo) e anche un po’ maschilista, per parlare di capolavoro. Restano però interessanti lo scontro patria-amore paterno, la descrizione realistica di informazione e controinformazione come veri mezzi del potere e il ritratto decadente di un uomo (Edward/Matt Damon, mai altrettanto privo d’espressioni) che non ha più alcuna personalità, ormai immerso  annegato e infine reso anonimo nel letale reticolo di trame e complotti di stato.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. De Niro
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 167 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaSfacciato, cinico ed arrogante. Nick Naylor è quanto di peggio possa capitare nella vita di salutisti e integralisti antifumo. Per difendere ed incrementare le vendite della Big Tobacco, azienda produttrice di sigarette di cui è il portavoce, Naylor non si ferma nemmeno di fronte all’innocenza di bambini, al dolore di malati di cancro o all’autorità di capi dello stato. Scritto e diretto da Jason Reitman, Thank you for smoking è soprattutto un’irriverente e arguta critica alle ipocrisie della società e ai falsi moralismi di coloro che, ad esempio, traggono ingenti profitti dal commercio del tabacco, ma scrivono sui pacchetti “pericolo di morte” per lavarsi la coscienza. Non dalla parte dei fumatori (non c’è un solo personaggio che fuma), ma neanche dei salutisti, il film si schiera a favore del diritto di ogni essere umano a decidere della propria vita e a fare le proprie scelte in completa autonomia. Tra esilaranti battute e qualche passabile caduta di stile ogni tanto, Thank you for smoking graffia come poche commedie indipendenti hanno fatto negli ultimi anni, grazie anche al suo cast (lo sfinente protagonista Aaron Eckart è perfetto nel ruolo, mentre Katie Holmes la si vede fortunatamente solo per una decina di minuti) e a rapidissimi e quasi estenuanti dialoghi che, ammorbiditi da un’originale regia (i titoli di testa valgono tutto il film), puntano a far capire come in una società meschina come la nostra non importi che si abbia ragione o torto: se si ha la capacità di argomentare bene e incantare le masse, il successo è assicurato. Berlusconi docet. Un film assolutamente sovversivo e genialmente provocatorio.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Reitman
Anno di produzione: 2005
Produzione: Stati Uniti
Durata: 92 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
National Board of Review Awards 2006: miglior regista esordiente (Jason Reitman)
Independent Spirit Awards 2007: miglior sceneggiatura

{tab=Recensione}
locandina“Mi dispiace, ma sei troppo strano”. Questa risposta, brutalmente sincera, è tutto ciò che il timido Ben ottiene dalla sua compagna di catechismo, dopo averle letto, tra ansie e timori, la poesia che le ha dedicato. La medesima risposta che la comunità in cui Ben vive gli ha sempre riservato. Un oggetto misterioso. Questo è Ben in virtù della sua straordinaria, ingenua sensibilità che la società, con tutti i suoi dogmi e precetti moralistici, non comprende e quindi emargina. Emarginazione patita anche in famiglia, tra una madre dispotica e bigotta all’isterica, quanto ipocrita, ricerca di gente da aiutare in nome della sua “devozione” a Dio, e un padre pastore anglicano che con i suoi silenzi e la sua rassegnata indulgenza, rappresenta l’emblema di quella sconfitta e sofferenza interiori cui anche suo figlio sembra essere destinato. A scuotere la desolata esistenza di Ben arriva un’anziana attrice di teatro di nome Evie. Irriverente, testarda, volgare persino, eppure dotata di un’anima appassionata e poetica con la quale Ben entra immediatamente in sintonia. Con Evie vivrà una “lezione di guida” lunga un intero viaggio, tra esperienze bizzarre e “prime volte” emozionanti, nel quale il diciassettenne Ben vedrà aprirsi le porte dell’emancipazione e della maturità. Rupert Grint e Julie Walters, coppia ormai affiatata dopo anni passati insieme sui set della saga di Harry Potter, interpretano al meglio il faccia a faccia fra l’alienazione e i dubbi della post-adolescenza, e le false certezze preconfezionate dal mondo degli adulti. In viaggio con Evie riesce a mantenersi unico nel suo genere, avendo il coraggio di affrontare questo tema da una prospettiva originale e, per diversi aspetti, ancora tabù (il contrasto tra una spiritualità sincera e profonda e una religiosità bigotta che di spirituale non ha nulla), grazie alla sceneggiatura priva di buonismi e clichè dell’esordiente Jeremy Brock.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Broke
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna
Durata: 98 minuti

{tab=Curiosità}

 

{tab=Riconoscimenti}

{tab=Recensione}
locandinaPollo e Curry (scelta dei nomi davvero infelice) sono due rampolli dell'alta borghesia romana. Bocciati all'esame di maturità, convincono le loro famiglie a mandarli in vacanza in India con la scusa di ritrovare la famiglia d'origine di Curry, facendo leva sul senso di colpa dei suoi genitori adottivi. Ma il loro vero scopo è quello di evitare i rimproveri e le ripetizioni di Latino a cui sarebbero sottoposti a seguito della bocciatura...
Ebbene sì: Pollo e Curry sono due ragazzini odiosi! Due antipatici figli di papà "fancazzisti" che passano le loro giornate a sputare ai passanti dai loro lussuosi attici. Francesca Archibugi non fa nulla per renderceli più simpatici nè nasconde errori e colpe dei loro genitori, assenti e colpevolmente incapaci di trovare un senso alle vite di quegli "alieni" che chiamano figli. Un quadro tristemente analogo a quello dei "tremendi sotto il cielo" di "mocciana" memoria. Laddove, però, Federico Moccia faceva dei suoi Step, Babi e Gin (sigh) dei simboli assoluti, validi a rappresentare, nella sua presuntuosa e assai furba visione, un'intera generazione di "gggiovani", la Archibugi ha il pregio di "estirpare" eventuali derive sociologiche per fare quello che ogni buon narratore dovrebbe fare: raccontare una storia. Non a caso, i suoi Pollo e Curry (sigh), in un momento del film, gridano: "noi non siamo TUTTI gli italiani, siamo soltanto noi due!" Non "simboli", dunque, ma persone, che attraverso il loro viaggio in India e l'incontro con una dottoressa italiana membro di un'associazione umanitaria (Giovanna Mezzogiorno) finiranno, inevitabilmente, col trovare se stessi. Forse è proprio questa ingenuità, questa infinita speranza con cui circonda i suoi due personaggi, il vero peccato commesso dalla Archibugi. Un peccato criticabile, senza dubbio, ma altrettanto indubbiamente preferibile a quello di presunzione commesso da chi si pone "tre metri sopra il cielo" a guardare il mondo...

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: F. Archibugi
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 106 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}

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{tab=Recensione}
locandinaPrima di diventare la Delfina di Versailles, la Marie Antoinette che ci racconta Sofia Coppola è un’adolescente fanciulla fragile e insicura, alle prese con problemi di linea e d’amore, attratta da tenerezze e dolciumi, ossessionata infine dal binomio gravidanza-alleanza che incombe insistentemente su di lei. Per coronare e rinsaldare l’alleanza fra Austria e Francia, l’unica via certa è generare il tanto atteso erede al trono. Ma come fare, se il promesso sposo è o omosessuale o imbranato (dacché il dubbio fra i due non viene mai del tutto dissolto)? L’unica soluzione sembra essere un’attesa logorante, sospesa fra senso d’impotenza e frustrante rassegnazione, da affogare necessariamente in godimenti materiali. Più che presentare un ritratto storico, la Coppola preferisce descriverci le inquietudini di una ragazza moderna, capitata in quei panni sfarzosi quasi per caso. Il film in costume è solo un pretesto tanto per inebriarsi del lusso sfrenato, quanto per ridere delle ridicole usanze di quella che fu la corte più prestigiosa d’Europa, la cui fine è già scritta: della bella Versailles non resterà che uno sguardo malinconico d’addio da una silente carrozza in fuga…

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Coppola
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 125 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}

    Premi Oscar 2007: migliori costumi (Milena Canonero) 2006
    Premio Cinematografico del Sistema Educativo Nazionale Francese al Festival di Cannes

{tab=Recensione}
locandinaLa notte prima degli esami è probabilmente quella che Nicolas Vaporidis trascorre in treno con l’altra giovane protagonista, ricordandosi improvvisamente che all’indomani dovrà cominciare a sostenere le fatidiche prove. Per il resto, questi “giovani d’oggi”, come il regista Fausto Brizzi vorrebbe farci credere, di esami non ne vogliono proprio sentir parlare, anzi, sono talmente impegnati a pensare a feste, ragazze e mondiali, che persino se li dimenticano. E che sarà mai allora, viene da chiedersi, questa tanto temuta maturità scolastica? Non è poi così importante o temibile come molti pensano! Morale: il protagonista prende 60/100 e, da quello che capiamo, continuerà a cazzeggiare per il resto della sua vita. Dopo aver affrontato la gioventù anni ’80, Brizzi continua nella sua ossessiva opera di distruzione della gioventù, banalizzando e stereotipando, persino con presunzione, il mondo degli adolescenti che si affaccia all’età adulta. A parte la poca credibilità delle singole storie (su tutte il classico intreccio a tre, moglie, marito e amante, che è guarda caso la prof del figlio dei primi due), “Notte prima degli esami – Oggi “usa tutti i cliché del caso per sfornare il tipico prodotto preconfezionato perfetto (alla pari dei panettoni natalizi, ma almeno privo delle volgarità), mosso semplicemente da motivazioni economiche e non dalla tanto decantata volontà del regista, che si ostina con arroganza a supporre di aver avuto finalmente l’occasione di parlare dei giovani d’oggi che lui ama tanto. Delle angosce e della paure rivolte verso il futuro non c’è la minima traccia, tutto è reso superficiale e stupido, attraverso un’offensiva miscela di buonismi e irrealistiche situazioni, sfocianti in finale di solidarietà tra gli studenti, che diciamoci la verità, soprattutto oggi è quanto di più lontano ci sia dalla realtà.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: F. Brizzi
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 102 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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