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Pillole di Film

cinema

Una rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

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locandinaNel cinema italiano contemporaneo ciò che conta è il business. L’industria cinematografia nostrana non vuole altro che alti profitti ed incassi stellari. Questo porta irrimediabilmente alla produzione di pellicole assolutamente inutili (vedi i vari film di Natale o, peggio ancora, quelli adolescenziali stile “Tre metri sopra il cielo”), oppure, nel migliore dei casi, drammi epocali ed urlati che tanto ricordano i film di mucciniana maniera. Alcune grandi produzioni migliorano la situazione, ma si tratta comunque di pochi buoni lavori ogni anno. La speranza che le cose possano migliorare nasce da altro. Dalla possibilità che alcune piccole case di produzione offrono a giovani registi di talento il cui obiettivo principe è quello di raccontare qualcosa. Arte che si esprime attraverso le immagini. Un intento sano e produttivo, quello di esprimersi e di trasmettere un’emozione, di esprimere un pensiero, di realizzare un’opera che non sia un mero prodotto commerciale. “Hikikomori”, primo lungometraggio diretto dal giovane Gianluca Olmastroni, è un film indipendente e ben fatto, ammesso al MIFF (Film Festival Internazionale di Milano), una delle più importanti rassegne di cinema indipendente in Europa, nella sezione “Mixer Internazionale”. “Hikikomori” riflette, agisce e dà un messaggio, non un giudizio. Protagonista del film un trentenne post-moderno, senza nome (si fa chiamare “hikikomori” nel web), la cui vita prevedibile e sempre uguale viene stravolta da un incontro fortuito sulla metropolitana. Il breve sguardo di una ragazza lo sveglia finalmente dal torpore della “non-vita” in cui l’uomo si immedesima da troppo tempo. “Hikikomori”, termine che indica la patologia che in Giappone viene associata ad individui isolati, soprattutto adolescenti, quasi eremiti, al limite dell’autismo. Il merito del regista e dello sceneggiatore (Edoardo Montanari) è quello di aver reso la sensazione di inadeguatezza del protagonista nel mondo sociale in cui tenta di sopravvivere. Ovviamente ha dato il suo grande contributo l’attore protagonista, Adamo Rondoni, decisamente credibile nei panni del triste hikikomori e mai esasperato nelle espressioni. Una recitazione controllata, pacata, realistica. Stralci reali di vita, niente di più.
Il digitale fa miracoli e permette finalmente a chi è in grado di farlo di realizzare un film che valga la pena di essere visto.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: G. Olmastroni
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 76 minuti

{tab=Curiosità}

"Hikikomori" è una parola giapponese che significa "isolarsi, stare in disparte" e fa riferimento a quella patologia frequente in Giappone ma ormai in tutto il mondo in cui si rifiuta la vita pubblica chiudendosi in sé stessi. Il protagonista soffre di questa forma di autoemarginazione, uscendo di casa solo per andare al lavoro.
"Hikikomori" è il primo film in alta definizione a essere tenuto in programmazione nelle sale del circuito Digima.

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{tab=Recensione}
locandinaNeanche a farlo apposta, Marco Carlucci firma la versione italiana de “L’uomo dell’anno” (accade spesso ultimamente in Italia, vedi anche “Shooting Silvio” uscito a ridosso di “Death of a President”), con Fabrizio Sabatucci al posto di Robin Williams. Dimezzate gli stipendi, trasportate la storia nell’Italietta, aggiungete la simpatia di caratteristi come Anna Longhi. Otterrete “Il punto rosso”, storia di un comico scomodo a cui hanno ucciso l’amico giornalista, che un giorno decide con i suoi improbabili amici di fondare il partito degli Invisibili. Licenziato dalla televisione per decisioni prese “dalla vetta della piramide”, Ricky si piazza un pomello rosso sul naso e inizia a fare politica, ma sul serio: a fronte di ridicoli personaggi che ben rispecchiano il Bel Paese (esilaranti i nomi dei partiti: NostraItalia, Polo democratico unitario, Cristiani Uniti…), ovvero un manipolo di presenzialismi ciarlatani preoccupati solo d’ingozzarsi, Ricky è l’unico ad avere il coraggio di scagliarsi contro il marciume di una corruzione onnipervasiva. Nel film, imperfetto a livello tecnico e poco brillante a livello d’intepretazioni (salvo alcune positive eccezioni), si ha il coraggio di parlare di precarietà, tv pilotata, politica corrotta, mafia… Il film andrebbe visto e premiato anche solo per questo. C’è bisogno di portare al cinema tematiche che sembrerebbe più comodo sorvolare, ma che invece quest’opera di Carlucci ha il merito di affrontare a viso aperto, malgrado difetti estetici e stilistici che si fanno ben perdonare da un intento più che nobile: “Vedere cosa può succedere se in un clima di malcontento come quello che viviamo un Pincopallino si candida, e la gente, per protesta democratica, lo appoggia”. Una sfida tutta da raccontare, per una piccola produzione ricca di coraggio e ideali.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Carlucci
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 101 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaDavid Lynch, Leone d'Oro alla carriera, firma un altro film schizofrenico dei suoi. La trama e' pressoche' irraccontabile, la sceneggiatura impalpabile, i personaggi indescrivibili. Resta un'atmosfera rarefatta e complessa, che ostenta un'oscura nebulosa di eventi concatenati quanto incomprensibili, sospesi fra ribellione e mistero. Un enigma, nel senso piu' criptico del termine, fa da sfondo a tutta la pellicola meta-cinematografica, in cui sfilano prostitute assassine, attrici ricche e sconsolate, uomini di potere, poliziotti grassocci, mariti gelosi e amanti sensuali.
Imprigionati in una claustrofobia d'immagini caleidoscopiche, si respira aria di inquietudine, pericolo, rischio di morte incombente. La simbologia lynchiana e' al solito ricchissima e inavvicinabile, l'interpretazione molteplice e sempre fuorviante, il regista gioca con una vastissima gamma di generi e sequenze come un prestigiatore capriccioso. Scene in pieno stile horror si alternano a psichedeliche riprese in cui la messa a fuoco non e' mai assicurata, la macchina da presa ruota impazzita fra luci rosse e fari abbaglianti, i delitti si succedono senza sosta. Suggestivo, senz’altro, ma resta il fatto che assistiamo a più di tre ore senza sapere cosa vediamo. Il che è quasi offensivo.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Lynch
Anno di produzione: 2006
Produzione: USA, Polonia, Francia
Durata: 172 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaCon un pizzico di velata nostalgia da buon fan di film giapponesi (l’ammirazione per Akira Kurosawa è ormai dichiarata), Eastwood ripropone la battaglia svoltasi nell’isola vulcanica e maledetta di Iwo Jima (vd. “Flasg of our fathers”), soffermandosi a raccontare l’altra faccia della medaglia, ossia i quaranta giorni di combattimento che i giapponesi riuscirono a mantenere malgrado l’inarrestabile avanzata americana, nonché la scarsità di strumenti di difesa e risorse per l’autosostentamento.
Il regista del pregevole “Mystic River” e dell’acclamato “Million dollar Baby” vuole rappresentare senza mezzi termini la ferocia della guerra, da qualunque parte la si guardi. Un’intenzione nobile che, tuttavia, pretende di scavalcare il livello della metafora e mirare alla concretezza dell’impatto visivo: sfilano sul grande schermo teste mozzate, implosioni di corpi suicidi, pallottole, grida, dissenteria, massacri, torture e chi più ne ha più ne metta – com’è consuetudine in qualunque film di guerra, del resto. Non spiccano per originalità neanche le scene in cui i soldati si lamentano della zuppa rimpiangendo di non aver fatto i pescatori come le mogli suggerivano, né quelle più melodrammatiche in cui ricordano il congedo da queste ultime. Forse Eastwood dimentica che il pathos non può essere il prodotto di una qualunque operazione commerciale: non bastano botte, morti e squartamenti, conditi da ricordi melensi del bel tempo che fu a coinvolgere lo spettatore, per altro già di per sé, ci auguriamo, convinto sostenitore della brutalità della guerra. Apprezzabile, comunque, l’ironia dissacrante tesa ad alimentare la dialettica americani/giapponesi (“Gli americani sono maggiori di numero, ma i giapponesi hanno un grande vantaggio: sono più disciplinati e meno inclini a cedere alle emozioni”) e l’evidente sforzo di sintesi delle due parti in un’umanità che – pare voler intendere Eastwood- sarebbe tutta pacifica, se non fosse per quei cruenti conflitti interstatali in cui viene costantemente coinvolta.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: C. Eastwood
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 142 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaRicomponiamo lo schema di base, intricato e folgorante come un romanzo pirandelliano. Da una parte, lui, il personaggio (un perfetto Will Ferrell doppiato da un grande Pino Insegno): “Sono un agente del fisco, tutto il mondo mi odia”. Dall’altra, lei, la scrittrice-assassina sociopatica (una maniacale Emma Thompson in un’interpretazione memorabile) che non riesce a finire il suo ultimo romanzo “Morte e tasse” perché non sa come ucciderne il protagonista. Si apre un simpatico ventaglio di ipotesi al riguardo: l’abitudinario Harold Crick, che intanto cerca faticosamente di capire se stia vivendo in una commedia o una tragedia, potrebbe morire, in ordine, per suicidio, in un incidente, per polmonite, in una sparatoria fra bande… A condire un contesto già così fervido di spunti narrativi e metanarrativi interessanti, l’intrusione di personaggi sui generis che restano nel cuore. Ad iniziare dal professore-bagnino caffeinomane Dustin Hoffman (che continua a regalarci emozioni dopo quell’irresistibile messier Baldini di “Profumo”), che cita Calvino e tiene seminari interi sull’espressione “se solo lo avesse saputo”, strambo quasi quanto i suoi quiz letterari (tesi a valutare se si è più Miss Marple o Frankenstein!). A seguire, Miss Pascal - già dal nome, viene in mente il celebre aforisma del filosofo: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”-, un’anarchica dagli occhi dolci e dai toni aggressivi, decisa a cambiare il mondo con i suoi biscotti. Per finire, un’editor ostinata ma anche comprensiva, dal volto inconfondibile di Queen Latifah, che molti ricorderanno nei panni della cinica Mama di “Chicago”.  I destini di questi cinque personaggi s’intrecceranno indissolubilmente fra loro, a grande insaputa di ognuno… Un film spensierato e accattivante, arguto e intelligente, colto e divertente, con un cast efficace come pochi e dialoghi brillanti, con pillole di letteraria saggezza distribuite ad arte dal sapiente e visionario regista di “Neverland”.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Forster
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 113 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaSenza un minimo di contenuto, superficiale e persino fastidioso per come racconta una delle pagine più nere della storia mondiale: World Trade Center di Oliver Stone è semplicemente questo. Ispirandosi alla vera storia dei due pompieri John McLoughin (Nicolas Cage) e Will Jimeno (Michal Pena), sopravvissuti e recuperati dalle macerie molte ore dopo il crollo delle torri, il regista realizza un’opera che vorrebbe portare sullo schermo la fragilità umana, la solidarietà e il coraggio che uniscono tutti gli uomini nei momenti di maggior difficoltà, ma riesce solo a creare un kolossal patriottico e talmente retorico da sfiorare a tratti l’assurdo, come quando è tirata in ballo la religione e fa la sua “comparsata” Gesù Cristo con una bottiglia di plastica d’acqua in mano a dare un messaggio di speranza ai due sopravvissuti. La volontà di concentrarsi sull’aspetto umano della vicenda sarebbe stato sicuramente apprezzabile se non fosse stato affrontato attraverso ricordi e sogni ai limiti dello stucchevole, e dialoghi da soap-opera. World Trade Center è purtroppo ben lontano dallo struggente impatto emotivo di United 93, senza contare poi il nauseante happy end, che distorce completamente la realtà, come se tutto quello che l’11 settembre ha significato si riducesse ad un barbecue finale in cui i due sopravvissuti ringraziano i loro salvatori, abbracciando i figli e tessendo l’elogio dell’animo umano. E il resto? Le intere famiglie che sono state spezzate? Tutto quello che è successo dopo? Il finale alla “vissero felici e contenti” è quanto di più ingiusto si possa fare ad un film che parli dell’11 settembre.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: O. Stone
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 129 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
National Board of Review Awards 2006: Premio Bulgari per la libertà di espressione

{tab=Recensione}
locandinaApplauso o querela? Questo il dilemma che lascia la visione dell’ultimo film di Nanni Moretti, spartendo anche politicamente il pubblico con la scelta d’incentrare il tutto sulla figura, ormai arcinota, del Presidente del Consiglio Berlusconi. Ben tre personaggi sfilano sul grande schermo per interpretarlo in altrettanti modi diversi: dal sosia Elio De Capitani (impressionante la somiglianza con l’ ‘originale’!) che sguazza fra i soldi illeciti crollati da una fantomatica valigia nascosta nel soffitto, ad un viscido Michele Placido perfetto interprete di un attoruncolo opportunista, fino alla rappresentazione morettiana che epura la figura da ogni caratterizzazione somatica nota, innalzando il personaggio ad eroe del crimine senza volto od espressioni familiari – solo quest’ultimo è il vero Caimano, metafora di tutti i regimi ipocriti che si falsano sotto il nome di democrazia.
Interessante la proposizione di filmati originali (rinominabili: tutte le figuracce del signor B.), così come l’idea -abusata, ma qui davvero geniale- del film nel film. La trama racconta, infatti, il disperato tentativo di un regista in piena crisi lavorativa e familiare di rinascere, dopo una serie di filmetti di serie B come Cataratte o Maciste contro Freud. E la resurrezione professionale è affidata a Teresa (Jasmine Trinca, ormai ovunque), una giovane regista lesbica che gli propone una sceneggiatura forte, densa, incisiva. Peccato che Bruno non ne legga che l’inizio, peccato che non sappia se non dopo il rifiuto della Rai che trattatavasi di un film su/contro quel personaggio che lui stesso ha votato di recente. Peccato, soprattutto, che non si trovino né fondi né attori per portare a termine un’opera tanto ambiziosa. Il risultato è un cortometraggio che si erge sulle rovine stesse della sua vita, raccontata in parallelo ma non con minore attenzione: splendidi quanto bravi i due bambini nei panni dei figli d’una coppia Margherita Buy - Silvio Orlando (quest’ultimo a dir poco abile nel toccare le corde più strazianti dell’animo umano e farle riaffiorare con grida, scatti, reazioni cheapliniane) allo sfacelo, che tenta l’ultimo strascico di riavvicinamento dai finestrini di automobili in corsa.
Un film che valica la politica, sottolineandone la situazione complessa ed inquietante, per farsi strumento di riflessione utile sulla società in cui viviamo, sul mondo della televisione, su quello del cinema, sulla famiglia, sugli affetti, sugli affari. Tutti sotto ai riflettori, dunque, sotto a chi tocca, sembra voler dire Moretti col suo ghigno sulle labbra: chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: N. Moretti
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata:  minuti

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{tab=Riconoscimenti}
6 David di Donatello 2006: miglior film, miglior regista, miglior produttore, miglior attore protagonista (Silvio Orlando), miglior musicista e miglior fonico di presa diretta

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locandinaEsordio cinematografico come regista, per il celebre attore americano Tommy Lee Jones. Un esordio positivo, se evitiamo di considerare la prima parte del film che si snoda inspiegabilmente  lenta fra le poco interessanti vicende di un gruppo di personaggi: due cowboys amici (Pete e Melquiades) che si contendono due donzelle annoiate (Rachel e Rosa), le cui vite sono intrecciate rispettivamente con il padrone di un ristorante malandato (nonché con lo sceriffo) e con una xenofoba guardia di confine. C’è da dire che la prima parte è propedeutica alla seconda, che domina la pellicola facendo quasi dimenticare i difetti dei minuti precedenti. Finalmente le fila della trama giungono al pettine ed abbiamo il colpo di scena, raccontato a ritroso e da un prisma di prospettive diverse: l’uccisione, brutale quanto casuale, di Melquiades (ovvero Julio Cesar Cedillo), per altro immigrato illegalmente dal Messico. Tre saranno, lo dice il titolo, le sepolture dedicategli, l’ultima delle quali arriva alla fine di un lungo e doloroso viaggio verso il Messico, attraverso veleno, rabbia, violenza gratuita. Un trio niente male (il cowboy sofferente, la guardia costretta a piedi nudi nel deserto e…il morto!) che si aggira a cavallo, fra liti e peripezie varie, lungo i selvaggi scenari mozzafiato regalati dai canyon del vasto bacino desertico dell’antico Mare permiano. Particolarmente incisiva la figura di un vecchio cieco, intorno a cui i picchi della malattia s’intersecano con quelli dell’eutanasia, in una richiesta disperata senza assoluzione.
Lee Jones mette su un film drammatico e d’avventura al tempo stesso, che preme sui sentimenti e sul rispetto della morte, senza un briciolo di bontà: non ci sono veri buoni, così come non ci sono veri cattivi – per dirla in parole povere. E anzi, a dirla proprio tutta, non c’è neanche la verità. Al suo posto sfilano una serie di bugie camuffate da tante diverse personalità, che si perdono all’orizzonte senza mai riposare in pace.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: T. Lee Jones
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 120 minuti

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