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gabbianoAl Vascello, vola la gabbianessa bionda di Nanni


Giancarlo Nanni rispolvera uno degli spettacoli più famosi di Anton Cechov, il cui spirito libero continua ad aleggiare sulle note del canto altrettanto privo di catene temporali di Lucio Battisti.

S’inizia fuori dagli schemi, in un inno trionfale all’onirico: “Non bisogna rappresentare la vita così com’è, o come dovrebbe essere, ma come ci appare nei sogni”.
Immersi in luce arancione prima, coperti da teli neri poi, gli attori (Manuela Kusterman/Irina, Sara Borsarelli/Masha, Alessandro Schiamone/Kostya, Astra Lanz/Nina ecc.) si rincorrono sul palcoscenico, come corpi in movimento immersi in una scenografia d’impatto visivo immediato.

Una confessione spunta dal copione: “Che strana commedia. Bella scenografia, ma non ho capito niente”.

Questo rischia di essere l’effetto sullo spettatore, che guarda attonito ed estasiato un’opera che ha il pregio di alterare un capolavoro per farne un volo visionario affascinante, ma spesso difficile da seguire. Voci e scene si accavallano di continuo, creando non poca confusione. Nina si sdoppia nella mora Astra Lanz e nella bionda Arianna Gabrielli, candido Gabbiano votato al sacrificio. Interessante quanto attuale il monologo dello scrittore esordiente, sempre timoroso e mai considerato, mentre si rivela curiosa la scelta della flora in abbondanza sul palcoscenico (fiori e piante in ogni dove), in un richiamo molteplice alla Natura che continua sul grande schermo sullo sfondo, dove volano gabbiani.
Secondo atto degno di lode: la grintosa Kustermann e il fascinoso Scalone si amalgamano in un dialogo straziante madre-figlio che ha dell’incestuoso, mentre la superlativa Borsarelli nasconde droga, alcool e lo strazio di un amore disperato e non corrisposto dentro un drappo rosso che finirà per avvolgerla e inghiottirla completamente.
Grande l’accuratezza nella scelta del sonoro, come anche lo studio del dettaglio visivo. Così, rumori di onde che s’infrangono sulla riva si alternano a vele battute dal vento, per sottolineare l’evento, la decisione: Nina sarà un’attrice.
Il testo di Cechov, riattualizzato e riadattato dal sempre originale Giancarlo Nanni, subisce una denudazione simboleggiata dagli attori, a piedi nudi dall’inizio alla fine: si perde in struttura narrativa, si acquista in tensione emotiva. Uno scambio osmotico tra passato e presente che ha del surreale.

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