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Categoria: Psicologia
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L'anno appena trascorso ci ha messo a dura prova. Il presente e il prossimo futuro non promettono bene. Ma come stanno i ragazzi? I recenti fatti di cronaca (come le risse in comitiva o i tentativi di suicidio aumentati) ci raccontano di un mondo giovanile che sta soffrendo. Cosa possiamo fare per aiutare e sostenere i giovani da un punto di vista familiare e scolastico? L'articolo si sofferma sui vissuti emotivi degli adolescenti di oggi, proponendo nella sua conclusione, 10 possibili suggerimenti per promuovere un auspicato benessere con loro, in casa o a scuola. 

L'anno appena trascorso non è certo stato dei migliori. Ci ha messo a dura prova. Abbiamo attraversato brevi e lunghe pause. Ci siamo chiusi in casa in attesa e nella speranza di un miglioramento. Siamo stati con la nostra famiglia. Più tempo. La scuola chiusa, lo smartworking o la sospensione delle attività esterne ha permesso di guardarci negli occhi, ritrovarci sullo stesso divano. E non per cinque minuti o alla fine di una giornata stancante, ma tutto il giorno. Abbiamo vissuto un tempo diverso. Un tempo dell'attesa, un attesa da riempire. A volte anche da vivere in modo diverso rispetto al passato.Abbiamo fatto il pane, i dolci, giocato tanto, guardato tante serie tv e letto libri come non si faceva da tempo, abbiamo scoperto e ripulito angoli della casa che probabilmente non ricordavamo neppure. Poi ci siamo guardati intorno. Fuori dall'Italia la situazione non era per nulla positiva e rassicurante. Ci siamo spaventati, angosciati e preoccupati di quanto ancora dovesse durare. Molti di noi hanno sofferto. Dolori immensi e perdite non preventivate. Abbiamo resistito cantando dai balconi. Poi siamo potuti uscire. Gradualmente ci siamo riaffacciati all'esterno, con un'estate di desiderato ritorno alla normalità, immaginando che il covid non esistesse più o fosse in dirittura di arrivo. Poi siamo tornati a scuola e a lavoro, gradualmente riappropriandoci della consapevolezza di quanto ancora ci fosse da aspettare, di quanto tempo occorresse nel rispettare le regole di distanziamento, igienizzazione, mascherine e chiusura di tutto quello che riguardasse la possibilità di un tempo libero. Libero dalla chiusura casalinga, libero di pensare o di immaginare, nei teatri e nei cinema, libero di godersi piccoli piaceri anche relazionali come un aperitivo con le amiche o una cena fuori con il proprio partner. Un tempo per sè o per una relazione, da coltivare, mantenere, godere. Un tempo rifiutato, non concesso, sospeso. Di nuovo l'attesa. In casa, con una famiglia stanca ormai di fare dolci o cantare insieme o giocare in un tempo di cui non si sa la scadenza. 

E i ragazzi?

I ragazzi, che in un primo momento ci hanno sorpreso, con la loro resilienza tecnologica che ha permesso loro di mantenere inalterati i legami con gli amici. I ragazzi che nel lockdown hanno deciso di uscire dalle loro stanze riscoprendo un nuovo tempo e un nuovo modo di stare e di viversi i legami familiari. I ragazzi che si sono adattati alle regole e i ragazzi che quelle regole le hanno rifiutate, continuandosi a vedere in gruppi e comitive la cui parola ormai è largamente sostituita dalla battagliera parola di "assembramento". Che fine hanno fatto tutti i ragazzi dopo il lockdown, l'estate di pseudonormalità, la riapertura e la richiusura delle scuole, la dad e la did? 

Cosa è successo ai ragazzi? 

E' successo che l'isolamento prolungato dalla chiusura delle scuole, delle attività sportive e ricreative e dall'impossibilità di frequentarsi in spazi fisici e relazionali propri ha portato, ma in molti casi potremo tristemente ammettere che abbia acuito, un evidente disinteresse sociale e disinvestimento verso l’esterno. Verso le regole, ma anche verso la chiusura totale di una libertà fondamentale del periodo evolutivo che si sta vivendo. La possibilità di trasgredire, di confliggere, di arricchirsi di esperienze relazionali, sociali, intime, d'amore o di sessualità. E così osserviamo due modalità apparentemente distanti. 

Le uscite senza mascherina o i momenti di conflittualità e contestazione caotica così come il ritiro sociale di tanti adolescenti hanno mostrato al mondo quanto grande sia il loro bisogno di relazione e di dialogo con l’altro e al tempo stesso il desiderio di autonomia e di libertà, come possibilità di "uscire" (anche letteralmente) da casa e occupare un proprio "spazio" in cui esistere, vivere, scoprirsi, esplorare.

E' successo che questo periodo in cui tutti siamo obbligati ad osservare le regole e il contenimento di situazioni pericolose per noi stessi e per gli altri, sia per i ragazzi una possibilità di vivere questa fase come estremamente coercitiva, castrante, sofferente, con una frequente e collettiva sensazione di sentirsi in trappola.

Secondo lo studio pubblicato su Public Healt e condotto in Gran Bretagna, i ragazzi sono tra i più a rischio depressione a causa della pandemia. L’84% delle persone tra i 18 e i 24 anni, infatti, ha riferito di aver riscontrato sintomi di depressione, mentre il 72% di ansia. Il rimanente, comunque, ha indicato sensazioni di disagio per la solitudine e una consistente riduzione del buonumore.

Andiamo ai giorni nostri. Qualcosa è cambiato, qualcosa no. Permane l’incertezza, i dati che a volte calano a volte no, i colori delle regioni che cambiano, la scuola aperta o chiusa, la speranza di un vaccino e la stanchezza nel continuare a mantenere delle regole. Questa situazione di forte emergenza anche sociale provoca nei ragazzi un costante disagio fisico ed emotivo: ansia, irrequietezza, angoscia ma anche sfiducia per il futuro, stanchezza cronica, noia e anedonia. Una recente ricerca dell'Ordine degli Psicologi che mirava a valutare l'efficacia della Dad, ha evidenziato come il 33% di questi ragazzi che studiano a distanza vorrebbe un sostegno psicologico. Il fenomeno dell'Hikikomori (o del ritiro sociale) è aumentato notevolmente. Ora che si può uscire pur non potendo fare praticamente nulla, tanti giovani preferiscono rimanere a distanza, nella propria stanza, davanti ad uno smartphone o un pc per sentirsi meno soli, invasi da una apatia e disinteresse verso l'esterno perchè dell'esterno ne hanno perso drammaticamente la fiducia. Fiducia che presto possa cambiare la situazione, che si possa ritornare ad un concerto o a ballare o semplicemente stare in piazza con gli amici, sì, finalmente assembrati e senza mascherina. Fiducia che si possa tornare ad una quotidianità senza paura del futuro. Proprio quella paura che in adolescenza non dovrebbe esserci, soppiantanta spesso dal desiderio di vivere il presente senza preoccupazioni o progettualità future. Eppure anche i ragazzi sono spaventati, preoccupati, a volte angosciati da ciò che stiamo vivendo. Avrebbero bisogno di parlarne. Con gli amici, con un insegnante, con un professionista. Aiuti diversi certamente, ma importanti. Eppure rimangono lontani, obbligati a vivere le relazioni a distanza. 

La scuola, che in questo periodo ne sta passando delle belle, rischia di essere in tal senso considerata come mero spazio di trasmissione di contenuti e di saperi, quando in realtà è un luogo altamente significativo per i giovani, contenitore relazionale, alternativa al familiare, facilitatore di autonomie, di relazioni, di esperienze che fanno crescere e permettono una graduale definizione di sè e uno sviluppo adeguato di un proprio senso di identità.

E quindi, cosa poter fare? Come aiutare questi ragazzi in un momento così difficile in cui tutti ci troviamo?

Proviamo a sintetizzare importanti passaggi relazionali su cui potersi soffermare per sostenere l'adolescenza durante questo periodo. Dieci piccoli grandi suggerimenti che spero possano aiutare i giovani e chi vuole i giovani aiutare: 

  1.  Dialoghiamo con questi ragazzi. Chiediamo loro come stanno, come si sentono. Anche (e soprattutto) se non ci rispondono. 
  2. Per incoraggiare l’apertura bisogna proporre apertura. Dialogare significa anche condividere noi stessi. Promuoviamo uno scambio, una reciprocità. Come stiamo noi? Parliamone con i nostri figli, i nostri alunni. Anche a distanza, ma parliamone e chiediamo loro un punto di vista su cosa noi stiamo vivendo. Diamo valore al dialogo con loro.
  3. Accogliamo le loro paure e i loro timori "normalizzandoli", empatizzando con il loro disagio o sofferenza, ricordandoci come eravamo noi e come saremo stati al loro posto, oggi
  4. Proponiamo e investiamo su momenti familiari in cui stare veramente insieme. Facciamo qualcosa con loro, senza smartphone. Loro e nostro. Su questo vale il suggerimento 5, forse il più importante
  5. Siamo noi il buon esempio. E allora diamolo. Siamo angosciati o preoccupati? Diciamolo. Siamo rassegnati e stanchi? Convidiamolo. Vogliamo che nostro figlio si stacchi dal suo benedetto cellulare? Togliamo il nostro.
  6. Proponiamo o creiamo "spazi di leggerezza" ad esempio familiare. In cui distrarsi piacevolmente, con superficialità se necessario. Il gioco è una grande matrice emotiva e crea maggiore unità in un gruppo, anche in quello familiare, naturalmente se tutti giocano e se permettiamo a noi stessi di godere di momenti leggeri con i nostri figli!
  7. Come istituzione scolastica proponiamo degli spazi di dialogo (tra compagni, con gli insegnanti, con uno psicologo di riferimento). Non parliamo solo di didattica ma anche di vita, di vissuti, di esperienze. E di tutto quello a cui stanno rinunciando.
  8. Come professionisti della salute, come terapeuti, proponiamo dei servizi adatti a loro e a questo momento. Meglio se di gruppo per promuovere, naturalmente con le misure di sicurezza necessarie, più relazionalità possibile.
  9. Alleniamoli alla responsabilità. Ricordandoci che sono adolescenti e che l'adolescenza è caratterizzata dalla trasgressione della regola, è comunque importante aiutarli a comprendere la necessità di osservare le misure di sicurezza alle quali siamo tutti obbligati e favorire una graduale consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni su se stessi e sugli altri. 
  10. Proporre delle Riunioni di famiglia in cui poter discutere insieme di comportamenti che non crediamo corretti o che ci recano disagio. Chiedere a loro di fare altrettanto. Negoziare a volte alcune regole, cedere su altre. Proporsi in uno stile autorevole ma non autoritario; uno spazio in cui riuscire a dire No ascoltando il proprio figlio, riuscire a dire Si pur ascoltando noi stessi.  

 

L'articolo è stato scritto da...

laura

 DR.SSA LAURA CATALLI  - presidente di MenteSociale aps  
Psicologa Psicoterapeuta sistemico-relazionale
Consulente Sessuale e di Coppia
Psicologo Scolastico


 

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