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Articoli professionali di Psicologia, Sessuologia,Crimonologia, Sociologia, per capire meglio quello che stiamo vivendo, affrontando, condividendo. 

Riflessioni personali su ciò che ci circonda o su tematiche attuali. 

Recensioni cinematografiche o bibliografiche su ciò che abbiamo visto o letto. 

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locandinaOgni uomo nasconde un segreto. E a volte basta una rapina per svelarlo. Spike Lee firma un giallo accattivante, con scene che scivolano dal thriller al film d’azione nel giro di poche sequenze. Come nel più perfetto dei cerchi, l’inizio coincide con la fine ed entrambi sono affidati al volutamente inespressivo volto di Clive Owen.  Nei misteriosi panni di Dalton Russell, il versatile attore interpreta qui il ruolo del capo indiscusso di una banda di rapinatori, intenta a concludere il colpo (più) grosso dell’anno: mettere sotto assedio una blindatissima banca di Wall Street, succursale di un’istituzione finanziaria internazionale. La missione si rivela tutt’altro che impossibile, anche perché studiata nel minimo dettaglio, con un’attenzione ed una precisione a dir poco maniacali. Il caso viene affidato al detective Keith Frazier (un grande Denzel Washington, in un ruolo che puzza di stereotipo), eletto negoziatore per puro caso (l’assenza del collega).
I colpi di scena si susseguono incalzandosi frame dopo frame, fino ad ingurgitare nella loro marcia (trionfale) personaggi cinici ma scaltri (la glaciale Jodie Foster, in un’interpretazione tagliente), vecchi che non vogliono spogliarsi (l’anziana signora-ostaggio, ma anche il potente imprenditore Arthur Case-Christopher Plummer), paure ed attese mai risolte, nazismo ed ironia su 50cent, pizza e sandwich, come anche segreti nascosti e rivelati con lo stesso minimo comun denominatore: la violenza, il fine che giustifica i mezzi.
Spike Lee gioca con la macchina da presa, divertendosi a camuffare la realtà con piani sequenza vorticosi alternati a scene distillate in una lentezza da souspance, creando come effetto un’atmosfera da rompicapo, un puzzle fascinoso in cui ogni pezzo è difficile da trovare, ma ancora di più da riconoscere.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Lee
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 129 minuti

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locandinaFiglio di un cinema indipendente che rischia di autocompiacersene, l’ultimo film scritto e diretto da Andrea Arnold si è aggiudicato il Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes. La trama si concentra sulla resurrezione di fantasmi del passato in carne ed ossa, affrontando a viso aperto ossessioni e morbosità di un voyeurismo esasperato, conseguenze inevitabili di una tragedia familiare impossibile da superare.
La protagonista, Jackie (una notevole Kate Dickie) trascorre le sue giornate sempre uguali nella sala di controllo “Occhio della città”, vivendo il mondo attraverso una miriade di piccoli schermi che la avvicinano e insieme la tutelano da microcriminalità, violenze, omicidi quotidiani. ‘Red Road’ è il nome del quartiere-covo di ex-galeotti, dove tutto è tinto dal colore del sangue: pareti, porte, indumenti, lampade, luci, arredamento… L’impatto visivo è preponderante rispetto al parlato, tanto che per metà si respira aria di film muto, il cui silenzio implode nel dinamismo della seconda parte, di più alto livello, quando vittima e carnefice si ritrovano faccia a faccia, o meglio corpo a corpo.
Dispiace, tuttavia, la soluzione quasi buonista del finale, soprattutto a seguito di un’analisi tanto efficace del potere devastante del risentimento, con un esito di vendetta che si presumeva fredda, calcolata, senza soluzioni. Ma non è detto che il valore del perdono non si possa recuperare, anche a mali estremi.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: A. Arnold
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna, Danimarca
Durata: 90 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaAgli inizi degli anni ’70 i giovani  componenti del gruppo di estrema sinistra spagnolo, il Movimento Ibèrico de Liberaciòn (MIL), organizzano tutta una serie di rapine grazie alle quali riescono a mettere in scacco la polizia locale.  
Nel settembre del 1973, però, alcuni agenti della Brigata Socio-Politica fanno scattare una trappola per due dei componenti del gruppo. Un conflitto a fuoco, un poliziotto morto ed un militante gravemente ferito sono i motivi per cui il giovane Salvador Puig Antich si troverà in prigione, condannato a morte. Un film sul diritto alla vita ed alla speranza. Non si danno giudizi, ma il regista sta dalla parte di Salvador, come tutti i personaggi che vivono il suo dramma accanto a lui.
La regia è forte e decide di farsi sentire. Penetra nei pensieri di Salvador, e non solo. Ci mostra il rapporto tra il ragazzo e la sua famiglia. Le sorelle lo adorano e per lui fanno l’impossibile, così come il suo avvocato che, da scettico difensore, diventa il migliore amico che non lo abbandona proprio mai. Sarà che Salvador è per tutti il bravo ragazzo che finisce col commettere un passo falso. Il regista, Manuel Huerga, ci catapulta nel mondo del protagonista, quello interiore che meglio racconta emozioni, sentimenti e speranze. Una regia originale, coinvolgente, una fotografia affascinante che alterna toni estremamente caldi (nelle scene iniziali delle azioni politiche) ad altri particolarmente freddi (le ultime sequenze in prigione). La morte diventa bianca, asettica, irrimediabilmente silenziosa. Un senso di impotenza misto a speranza accompagna tutto il film che, col ritmo incalzante donato da un montaggio incredibilmente ben riuscito e da una sceneggiatura ricca di dialoghi che mai scadono nel banale o nel ridicolo, regala emozioni e, in alcuni punti particolarmente salienti, anche qualche lacrima.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Huerga
Anno di produzione: 2006
Produzione: Spagna, Gran Bretagna
Durata: 126 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaAncora l'affresco di un'epoca. Ancora la biografia di un celebre artista. E ancora, il grande cinema di Milos Forman. Attraverso la storia della giovane Ines (bravissima e irriconoscibile Natalie Portman), modella prediletta del pittore spagnolo Francisco Goya (l'eccellente Stellan Skarsgaard, lo svedese più "mediterraneo" che si sia mai visto), e del suo amore folle per il proprio torturatore, Frate Lorenzo (alias Javier Bardem, una maschera doppiogiochista e perversa), il regista ceco analizza nuovamente le dinamiche del potere, tra chi lo esercita e chi è costretto a subirlo. A differenza dei suoi film precedenti ("Qualcuno volò sul nido del cuculo" e "Amadeus", in particolare), in questo mancano gli eroi. Non c'è posto per loro tra "puttane" al soldo dei potenti e "puttane" per vocazione ideologica, con un popolo volubile, attratto dall'autorità che finirà col sottometterlo e, quindi, colpevole delle proprie sofferenze. Non ci sono figure carismatiche, capaci di risvegliare coscienze e guidare rivolte. Non c'è ribellione, ma solo sottomissione. Gli artisti, malinconicamente, non possono far altro che testimoniare gli orrori, rimanendo sordi e muti di fronte ad essi. E sperare che le loro opere riescano, un giorno, a fare quello in cui loro hanno fallito: scatenare la rivoluzione.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Forman
Anno di produzione: 2006
Produzione: Spagna
Durata: 117 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaIl regista, ovvero l’esperto documentarista MacDonaldal suo primo lungometraggio drammatico, si concentra sul rapporto sempre più stretto che viene a crearsi fra due atipiche figure: il medico scozzese Garrigan, un giovanotto intelligente, competente e disponibile, dall'altra Idi Amin, un omaccione simpatico e gongolante, un presidente che sa parlare e farsi benvolere, pronto a scambiare la camicia dell'uniforme con la t-shirt scozzese del suddetto medico, dimostrando di essere una persona semplice che vuole soltanto il bene del suo popolo. Questa la finzione di facciata su cui gioca e insiste il romanzo di Foden da cui è stato tratto il film - da notare come il personaggio del dottore sia frutto d'immaginazione, utile a risaltare quella ferocia d'una dittatura assetata di sangue mascherata da democrazia realmente esistita. Gli sceneggiatori Peter Morgan e Jeremy Brock dimostrano di cavarsela magistralmente con una storia (vera) che affonda nel drammatico senza cadere a facili pietosismi di sorta. Siparietti divertenti si alternano a momenti d'introspezione, in un climax di oscurità che arriva a tingere la pellicola, da metà in poi, di tenebre inesorabili e crudeli. L'emarginazione di un figlio epilettico. Smanie d'onnipotenza e manie di persecuzione. Impostazione teocratica del potere su base onirica ("Ho fatto un sogno […] io non morirò fin quando non sarò io a dirlo"). Violenza camuffata da ordine pubblico. Vendetta che si traduce in inenarrabili torture e punizioni esemplari, in un ritorno ad un primitivismo dal sapore cannibale. Complessi di edipo mai risolti. Conflitti razziali che aleggiano nell'aria fino ad esplodere devastanti ("Pensavi di giocare all'uomo bianco con gli indigeni?! Noi siamo veri"). Cast del tutto convincente, a partire dal colossale Forest Whitaker, per passare ad un buon James McAvoy (a metà fra Silvio Muccino e Hugh Grant), accompagnato prima dalla graffiante l'eroina di “X-Files” Gillian Anderson, poi dalla folgorante pantera nera Kerry Washington, qui più bella che mai.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: K. MacDonald
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna
Durata: 121 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
Premi Oscar 2007: Oscar al miglior attore (Forest Whitaker)
Golden Globe 2007: Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico (Forest Whitaker)
3 Premi BAFTA 2007: BAFTA al miglior film, BAFTA al miglior attore protagonista (Forest Whitaker), BAFTA al miglior adattamento
Kansas City Film Critics Circle Awards 2007: miglior attore (Forest Whitaker)
National Board of Review Awards 2006: miglior attore (Forest Whitaker)
British Independent Film Awards 2006: miglior regista, miglior contributo tecnico (Anthony Dod Mantle)
Courmayeur Noir in festival 2006: Menzione speciale per la miglior interpretazione (Forest Whitaker)

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locandinaQuale misteriosa personalità si nasconde dietro la sontuosa regina Elisabetta II? Il regista Stephen Frears tenta di dare una risposta a questo interrogativo con il film The Queen, in cui sceglie di raccontare il formalismo imperante nella famiglia reale inglese nel suo momento di maggior difficoltà, quando la morte della principessa Diana ne mise a dura prova solidità e reputazione. Frears riesce così a ricostruire, in modo sarcastico e ironico, ma talvolta anche doloroso, l’ossessione della Regina d’Inghilterra, rigida, severa, e intrappolata nell’ostentato lusso e convenzionalismo di Buckingham Palace, nei confronti del fantasma di Diana, specchio di quella libertà, indipendenza e popolarità che lei non aveva mai potuto avere. Emergono così in superficie fragilità e debolezze, fino a quel momento represse dalla sovrana nell’inconscio, e chiuse a chiave da due occhi severi e impassibili, dai quali, almeno pubblicamente, non è mai trapelato nulla. Frears è molto attento a rimanere fedele alla verità dei fatti, ma talvolta esagera, con eccessi di umanità e sensibilità che forse fanno apparire il suo ritratto un po’ lontano dall’effettiva realtà (c’è addirittura c’è chi pensa che sia stata la stessa famiglia reale a progettare la morte di Diana). Resta quindi alla fine da chiedersi se The queen sia riuscito fino in fondo, se abbia veramente voluto descrivere la personalità della regina in questo modo, o se i barlumi di emotività e di tenerezza siano alla fine dei conti solo un espediente per rendere più benevolo un ritratto almeno all’inizio sicuramente molto pungente e amaro.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Frears
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna
Durata: 100 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile ad Helen Mirren alla 63a Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia nel 2006
BAFTA al miglior film nel 2006
1 Premio Oscar: Helen Mirren per la miglior attrice protagonista
2 Kansas City Film Critics Circle Awards 2007: miglior attrice (Helen Mirren), miglior attore non protagonista (Michael Sheen)
National Board of Review Awards 2006: miglior attrice
British Independent Film Awards 2006: miglior sceneggiatura
Ioma 2007: miglior attrice protagonista (Helen Mirren)
2 European Film Awards 2007: miglior attrice (Helen Mirren), miglior colonna sonora.
2 Satellite Awards: miglior sceneggiatura originale (Peter Morgan) e miglior attrice drammatica (Helen Mirren)

{tab=Recensione}
locandinaC’è chi sostiene che i nostri politici raccontino talmente tante frottole che sarebbero più indicati per fare i comici che per sedere nei vari salotti televisivi in cui si consumano i dibattiti politici. E se invece fosse proprio un comico un giorno ad entrare persino alla Casa Bianca, diventando Presidente degli Stati Uniti d’America? Su questo interrogativo il regista Barry Levinson costruisce “L’uomo dell’anno”, film con una buona dose di satira politica e con l’intento di affrontare temi come l’eccessiva influenza dei media sull’opinione pubblica e la poca importanza che oggi rivestono le idee politiche a fronte del carisma che si sa portare di fronte alla telecamera di uno studio televisivo. Come succede al sistema computerizzato cui è affidato nel film il conteggio dei voti, anche Barry Levinson sbaglia il principio alla base del processo, costruendo un film che ruota (regia anonima compresa) troppo intorno alla figura di Robin Williams e ai suoi monologhi scoppiettanti. Viene allora da chiedersi perché non dichiarare subito l’intento di one-man show, nascondendosi invece dietro una storia traballante, un po’ thriller, un po’ commedia, un po’ sentimentale, un po’ tutto, che evita di approfondire ogni spunto interessante e affonda nel più banale qualunquismo. Ogni minimo pretesto viene usato per far lanciare il protagonista in una carrellata di battute piene di ritmo, che seppure divertenti, sono (soprattutto all’inizio) talmente tante che si finisce quasi per chiedere a gran voce il silenzio. Inutili le buone prove di Laura Linney e Christopher Walken, ai quali purtroppo la giusta attenzione non è mai rivolta, catalizzata come è dall’uomo dell’anno Robin Williams, attore che neanche il più scarso dei registi sarebbe stato mai in grado di rendere così fastidioso.

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Regista: B. Levinson
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 115 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaIl "genio", per definizione, non ha bisogno di regole. Sono un peso e per questo le evita, le ignora. Nel calcio, il genio è simboleggiato da un numero: il 10. Il giocatore libero da regole o schemi, che con la sua fantasia e la sua libertà può decidere le sorti di una partita. Diego Armando Maradona ha sempre avuto il numero 10 sulle maglie delle sue squadre di calcio. E dalle maglie quel numero si è trasferito sulla sua pelle, impresso come un tatuaggio, guidando la sua vita fuori dal campo alla luce dell'unica, ferrea regola cui il genio deve attenersi: l'assenza totale di regole. La libertà sul campo da gioco si è dunque trasformata in eccessi. Eccessiva ingenuità, innanzitutto, che fa vedere gli amici dove ci sono solo i profittatori o che scambia mafiosi e pregiudicati per semplici fan. Ma anche eccessiva sicurezza in se stesso, nel proprio auto-controllo, che porta alla presunzione di poter sniffare cocaina per anni pensando di non esserne dipendente. Maradona è un personaggio contraddistinto da questi, e molti altri, eccessi. Pensare di fare un film su di lui evitando questa verità, cercando di comporre tali contrasti per farne una figura più "moralmente" accettabile, è scorretto, prima ancora che sbagliato. Marco Risi ci riesce, e questo è un vero peccato perchè dalle sue parole traspare l'affetto e la reale comprensione del "personaggio-Maradona", ma di tutte queste sfaccettature e contraddizioni nel film non rimane altro che una traccia sbiadita. Si è fatto del campione argentino, ottimamente interpretato da Marco Leonardi, capace di una trasformazione fisica impressionante, una sorta di "santino", senza avere il coraggio, probabilmente per troppo amore, nè di condannarne gli innegabili errori nè di esaltarne fino in fondo quelle virtù che lo hanno reso un eroe per migliaia di persone. Il risultato è un prodotto di fiction adatto a un certo moralismo, politicamente correttissimo, tipico di una certa cultura italiana che respinge, fino a disprezzarle, le sue "pecore nere"."Me ne sono andato dall'Italia come un criminale" dichiarò Maradona alla sua partenza da Napoli. E questo film, come allora e nonostante le buone intenzioni di Risi, lo lascia di nuovo solo, circondato da quel moralismo che ancora oggi vorrebbe metterlo a tacere. Speriamo che non ci riesca mai...

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Risi
Anno di produzione: 2007
Produzione: Italia
Durata: 113 minuti

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