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Articoli professionali di Psicologia, Sessuologia,Crimonologia, Sociologia, per capire meglio quello che stiamo vivendo, affrontando, condividendo. 

Riflessioni personali su ciò che ci circonda o su tematiche attuali. 

Recensioni cinematografiche o bibliografiche su ciò che abbiamo visto o letto. 

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locandinaCapolavoro indiscusso dell’Autore francese François Truffaut, I 400 colpi (1959) rappresenta un vero e proprio manifesto del cinema parigino della Nouvelle Vague.
La situazione del giovane protagonista Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) a casa come a scuola non è delle migliori. Figlio semi illegittimo, viene cresciuto da due genitori indegni. Una madre che detesta il suo modo di fare arrogante (in realtà lui è solo un bambino che cerca di vivere) ed un padre che rinfaccia ogni giorno di crescerlo anche se non è figlio suo. Antoine vuole amore, libertà; e cerca il mare. Fugge ai doveri in cerca di speranza. Marina la scuola e va al luna park col suo compagno di giochi, si diverte, ride e scherza, finché non scopre sua madre tra le braccia di un uomo che certo non è il suo papà.
Una famiglia incredibilmente egoista e superficiale, che lo vuole protagonista solo dei loro guai, neanche fosse sempre tutta colpa sua.
Il piccolo Antoine viene mandato in una specie di riformatorio in cui non gli è concesso vedere nessuno. Il suo compagno va a trovarlo, ma l’accesso gli viene negato. La madre passa solo per ricordargli quanto ha reso infelice la sua famiglia. Ed il padre non vuole più neanche vederlo.
E Antoine corre, fugge via… verso una meta apparentemente ignota, ma che lui ha sempre tanto desiderato. Antoine fugge verso il mare, corre inseguito dai sorveglianti della casa di correzione, senza fermarsi mai un solo istante. Sembra seminare i suoi inseguitori, e ne è certamente felice. Arriva in spiaggia, si bagna i piedi… ora è libero. O forse no. Un primo piano in cui si perde uno sguardo vago, inconsapevole di ciò che potrà riservargli il futuro, capovolge il suo mondo ed ogni sua certezza.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: F. truffaut
Anno di produzione: 1959
Produzione: Francia
Durata: 93 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
Festival di Cannes 1959: Premio per la migliore regia, Premio dell'OCIC (Office Catholique International du Cinéma)
Gran premio Fémina Belge del cinema (Ulivo d'oro)
Premio del festival mondiale di Acapulco
Premio Joseph Burstyn per il miglior film straniero (USA)
Premio della critica newyorkese per il miglior film straniero
Gran Premio Valeurs Humaines di Valladolid (Spiga d'oro)
Premio dei giornalisti austriaci (Piuma d'oro)
Alloro d'argento di David O. Selznick
Premio Méliès
Nomination all'Oscar per la migliore sceneggiatura originale

 

{tab=Recensione}
Volato al festival di Cannes fra i film in concorso, l'ultimo film di David Fincher è un'appassionata indagine su un serial killer realmente esistito, che non cessa mai di coinvolgere, grazie anche a un fortunato binomio di sceneggiatura e cast. Con “Zodiac”, David Fincher, acclamato progenitore di “Seven” e “Fight club”, alza il tiro, con l'ambizione di raccontare la storia vera, e per questo ancora più inquietante, di quel serial killer che terrorizzò l'America (in particolare la California ) dagli anni 70 in poi. “Salve direttore, sono l'assassino…” questo l'esordio di una delle numerosissime lettere con cui il pluriomicida, ad oggi non meglio identificato, amava prendersi beffa dei giornali locali, spesso annunciando le sue probabili mosse. Avvertimenti o depistaggi? Opera di un mitomane, di uno squilibrato o di un pericoloso terrorista?
L'unica certezza è che dal 1969 San Francisco non fu più la stessa. Di certo non lo furono coloro che seguirono personalmente la vicenda, quattro uomini sempre più ossessionati da un mistero che appariva senza soluzioni. A cominciare dal navigato giornalista Paul Avery, uno smagliante e scanzonato Robert Downey Jr., eccellente nel calarsi (forse in ricordo di vecchi tempi poco limpidi) negli eccessi professionali e personali di un personaggio che resta nel cuore. Lo affiancano poco amorevolmente i poliziotti Dave Toschi (Mark Ruffalo), ambizioso ispettore della omicidi, e il suo partner di lavoro William Armstrong (Anthony Edwards). Infine, un outsider. Uno che con le indagini non c'entrava niente. Uno che non aveva né mezzi, né competenze, né tanto meno contatti per svolgere indagini e cimentarsi in scoperte interessanti. Eppure il vignettista Robert Graysmith (un favoloso Jake Gyllenhaal) mette a repentaglio la propria vita e famiglia pur di provare a risolvere il caso spinoso, nel frattempo divenuto anche mediatico. Riusciranno i nostri (anti)eroi a scoprire la verità? Chi si cela sotto le mentite spoglie di the Zodiac? David Fincher ci tiene con il fiato sospeso fino all'ultimo, nella speranza-voglia-desiderio smodato di sapere come vada a finire l'intricata e tortuosa vicenda. Sempre che sia finita per davvero.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Fincher
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 158 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaIn un mondo in cui si combatte una difficile guerra contro la droga D(Death), il poliziotto sottocopertura Bob Arctor(Keanu Reeves) inizia a spiare le mosse dei suoi amici, attraverso lo sguardo di decine di telecamere nascoste nel suo appartamento: decine di occhi elettronici, specchi dell'anima attraverso cui scrutare anche se stessi, le proprie molteplici personalità, sprofondare in una abisso buio in cui scoprire che non si è chi si pensa davvero di essere. Tra sospetti, complotti e paranoie, Richard Linklater gestisce in modo efficace e intrigante i plurimi interrogativi di una vicenda dalle forti componenti allucinatorie e disturbanti. La particolare tecnica d’animazione digitale che usa non è solo un'accattivante innovazione di stile, ma contribuisce all’atmosfera del film, portando a livelli esasperanti il delirio mentale dei personaggi e la follia di un mondo irreale e dai contorni distorti. Il film, che si concentra sulla rappresentazione dei disastrosi effetti della droga sulle personalità di chi ne fa uso, pecca solo nel tralasciare troppo una trama originale e intricata, che avrebbe meritato maggiore spazio, e il cui scioglimento è invece liquidato alla fine in poche frasi. A scanner darkly rimane comunque un ottimo film, che in modo intelligente affronta il tema della droga in un'ottica puerile, come fosse un gioco dal quale non c'è via d'uscita, nato per distrarsi e per sfuggire con la fantasia ad un mondo di solitudine e sofferenze. "Questa è la storia di persone che sono state troppo punite per quello che hanno fatto. Li ho amati tutti. (…) Il nemico non sarà mai perdonato. Il "nemico" è stato il loro errore durante il gioco. Che possano tutti giocare ancora, in qualche altro modo, e che siano felici".

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. Linklater
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 100 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaCon Bobby, il regista Emilio Estevez delinea un veritiero ritratto di un America sconvolta dalla guerra del Vietnam e dalla morte di Marthin Luther King. La storia è quella di 22 personaggi che, per un motivo o per l’altro, si ritrovarono la sera del 4 giugno 1968 all’Ambassador Hotel di Los Angeles, per festeggiare la possibile vittoria alle presidenziali californiane del senatore Robert F. Kennedy, rappresentante di un’America pacifista e più tollerante verso le altre razze. La pellicola si avvale di un grandissimo cast d’eccezione, capace di offrire un’intensa e sensibile interpretazione di ogni personaggio. Se la prima parte, con la presentazione dei protagonisti, risulta macchinosa, perché simile più ad una parata di stelle hollywoodiane che ad altro, la seconda è molto più piacevole da seguire, in quanto concentrata soprattutto su sogni, ideali e difficoltà individuali di ognuno, specchio di quelle di un paese in febbrile attesa di un evento che avrebbe potuto cambiare la sua storia. Scorrono così i volti di un’America sola, smarrita, arrabbiata, distrutta, ma allo stesso tempo speranzosa e piena di ottimismo per un nuovo futuro che sembrava alle porte. Poi, all’improvviso, una strana presenza a squarciare la luce. Un colpo di pistola a segnare la fine di tutto e il risveglio. Kennedy viene assassinato e insieme a lui, corpi atterriti e insanguinati spengono sorrisi, gioie e ideali. Il 4 giugno 1968 rimane il giorno in cui l’America ha perso la possibilità di cambiare ed essere migliore; di quei sogni rimangono solo parole, messaggi di speranza, la cui potenza però non è sopprimibile e riecheggerà per sempre, al di là, anche, della stessa morte.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: E. Estevez
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 114 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
2006 - National Board of Review of Motion Pictures
Miglior film indipendente
2006 - Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia
Biografilm Award a Emilio Estevez
2006 - Premio Golden Globe
Miglior film drammatico
Miglior canzone originale a Bryan Adams, Elliot Kennedy e Andrea Remanda.

{tab=Recensione}
locandinaIspirato ad eventi realmente accaduti, il nuovo film di Paul Verhoeven è stato accolto alla Mostra del Cinema di Venezia, in anteprima mondiale assoluta, con lunghi quanto meritati applausi a seguito della sequenza finale, metaforica di una guerra senza fine e senza vincitori. Carice van Houten, brillante e camaleontica, interpreta Rachel Steinn, una provocante soubrette ebrea costretta a fuggire dalla Germania nazista. Straziata dal massacro dei familiari davanti ai suoi occhi e assetata di vendetta, dopo rocambolesche peripezie riesce a rifugiarsi in Olanda e assumere una nuova identità, grazie all’aiuto di esponenti della resistenza di cui diventa presto alleata.
Il padre di Basic Instinct e L’Uomo senz’ombra torna dietro la macchina da presa per girare, nella natia Olanda, un thriller saturo d’azione alla cui sceneggiatura ha lavorato per vent’anni, insieme a Gerard Soeteman: una torbida spirale di sospetti ed equivoci, intrighi e inseguimenti, in un gioco delle parti che si attua a prezzo di vite umane. Colpi di scena in rapida successione, apparenze puntualmente ingannevoli, sparatorie d’azione e sequenze da spy story, accompagnate tutte da consistenti dosi di souspance dovute anche allo spessore morale delle tematiche sfiorate (l’olocausto, i sopravvissuti, la memoria…). Un capolavoro originale e sorprendente nelle sue inattese sfumature noir.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Verhoeven
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna, Germania, Belgio
Durata: 135 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaSeppur denunciato in tutto il mondo da una campagna di Amnesty International, il traffico dei “diamanti insanguinati” è ancora oggi un tema sconosciuto per la maggior parte della popolazione mondiale. I “blood diamond”, da cui prende il titolo questa pellicola di Edward Zwick, sono quelle pietre preziose che spietati trafficanti importano dai paesi africani in guerra, offrendo in cambio armi per le popolazioni belligeranti. Il regista di “Attacco al potere” ne ha voluto così trarre un film, ambientando la storia di tre personaggi, un trafficante, una giornalista e un pescatore ridotto in schiavitù nelle miniere, nell’inquietante scenario della guerra civile in Sierra Leone. Come in altri suoi film, Zwick condisce l’accurata denuncia politica di scene spettacolari ad alto tasso di adrenalina. I loschi affari delle società occidentali, interessate perché la guerra continui solo per i loro profitti, la schiavitù, ma soprattutto i bambini-soldato, sono solo alcune delle tematiche sociali sui quali il regista insiste nel lungo viaggio iniziatico di redenzione del trafficante Danny Harcher. Purtroppo il film finisce per dilungarsi un po’ troppo e il finale, decisamente troppo melenso e troppo buonista, rovina tra sentimentalismi vari e una standing ovation evitabile al coraggioso pescatore che per la famiglia ne ha passate di tutti i colori, l’indubbia efficacia della pellicola, che riesce comunque a rimanere convincente grazie all’intensa interpretazione degli attori e agli accurati aspetti tecnici di realizzazione.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: E. Zwick
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 138 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaSpy-story di respiro classico, “Breach – L’infiltrato” di Billy Ray è un efficace meccanismo psicologico a specchi, nel quale terribili pressioni psicologiche concorrono a smascherare identità e pericolosi segreti, da cui dipende la vita di molti, forse troppi, esseri umani. Ispirato alla più grande fuga di notizie dell’FBI, questo thriller ricco di spunti interessanti coinvolge lo spettatore soprattutto grazie alla credibilità dei suoi personaggi e ai volti realistici e quotidiani cui i fantastici attori del ricco cast (Ryan Philippe, Laura Linney e Chris Cooper) danno vita. Priva di ridondanze e scene ad effetto, la narrazione è giocata sul delicato filo dell’ambiguità, in cui difficile non è costruirsi una segreta identità, ma renderla credibile, viverci e rimanerci dentro, con il rischio di rimanerne intrappolati. Oltre però l’efficace intreccio costruito, “Breach” è anche il racconto del rapporto tra due agenti dell’FBI, la giovane recluta che spia e l’anziano in procinto di congedarsi per sempre dal lavoro che viene spiato (ma ne siamo sicuri?): voglia di affermazione, ambizione, cieco arrivismo umano, ma anche paure, fantasmi e ombre di fallimenti dipingono le psicologie di questi due personaggi, distanti anni luce per concezione di vita, eppure così simili come forse lo sono tutti gli esseri umani. Giustizia e crimine, onestà e corruzione, entusiasmo e cinismo: la recluta Eric O’Neill e il presunto traditore Robert Hanssen sembrano essere tesi e antitesi di un principio di dialettica che trova la sua sintesi totale nella paura della solitudine e nella volontà di dimostrare, sopratutto a se stessi, di avere un significato. È questo il labile confine che separa questi concetti così lontani, una maggiore debolezza interiore che se non è degna del perdono, lo è almeno del rispetto e della compresione.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Ray
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 111 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaSteven Soderbergh ci riprova: riunisce la banda criminale più bella del reame, elimina donne di troppo (niente Julia Roberts né Catherine Zeta Jones, questa volta) lasciandone aleggiare solo il ricordo, poi infoltisce la schiera dei malviventi irresistibili piazzandoci uno sfuggente Vincent Cassell e un inquieto Al Pacino. Il risultato? Un altro, l’ennesimo, sfavillante “Ocean’s 13”, esteticamente perfetto per il pubblico femminile, discretamente avvincente per quello maschile grazie ad una regia sapiente, che ricorda vagamente i (più) bei tempi del “Casinò” di scorsesiana memoria. Colpo grosso, quello architettato contro Willy Bank, proprietario dell’omonimo casinò (The Bank), abituato a ricevere il prestigioso “Royal Review Board’s Five Diamone Award” per i suoi magnifici alberghi. Danny Ocean e la sua banda vogliono fargliela pagare per aver prima truffato, poi mandato in ospedale, lo storico membro e mentore della cricca criminale, Reuben Tishkoff (un favoloso Elliott Gould), che ormai è costretto a passare le sue giornate su un letto, accanto a montagne di lettere mai aperte. Una vendetta che si consuma sottoterra, secondo un piano meticolosamente studiato a tavolino (com’è d’uso nella banda Ocean’s) e puntualmente difficile da realizzare. Ma stavolta c’è qualcosa di più in ballo, oltre all’immancabile posta economica, che per altro si arricchisce di diamanti, in uno smacco morale voluto dal finanziatore benefico (!) Terry Benedict/Andy Garcia. Bisogna vendicare un amico, fare giustizia, così che nessuno osi ancora mettersi contro la loro indissolubile banda. Che poi è composta da ladri professionisti, ma anche da semplici amici che si coprono le spalle a vicenda. Questo è il vero segreto dei vari “Ocean’s”: al pubblico piace vederli scherzare e fraternizzare di continuo, queste stelle amiche di Hollywood, che riescono a trasmettere l’evidente armonia del set al di là dello schermo. Soderbergh non fa altro che sfruttarla a suo favore, confezionando dignitosamente l’ennesimo action-movie sulla falsa riga dei predecessori – insomma, niente di così nuovo.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Steven Soderbergh
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 122 minuti

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