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In futuro, quando ripenseremo a questa parte di storia del nostro paese, saranno molte le immagini, legate alle difficoltà che stiamo vivendo, che riemergeranno dalla nostra memoria; probabilmente, però, la più drammatica che riaffiorerà sarà quella lunga fila di camion dell’esercito, nell’atto di trasportare le bare dei defunti in altre regioni, lontano da casa, lontano dalla famiglia: perché è così che si muore oggi, soli.

 

La morte di una persona cara, soprattutto se si tratta di un familiare, è probabilmente l’evento più critico che ognuno di noi prima o poi si trova ad affrontare. Veniamo sopraffatti dalla disperazione, ci sentiamo pieni di rabbia, impotenti, frustrati e fortemente addolorati. Questi stati d’animo, però, caratterizzano le prime fasi successive alla notizia della dipartita e, solitamente,  tendono ad essere superati nell’arco di 12-18 mesi, che sembra rappresentare il tempo adeguato che consente alla persona un superamento completo delle diverse fasi del lutto (lutto fisiologico).

In questo periodo, la perdita è caratterizzata dall’enorme dolore che porta con sé il decesso di un affetto importante, accompagnato da una profonda solitudine, non solo delle vittime ma anche di chi resta. La quarantena ha reso impossibile l’attuazione di tutti quei rituali di commiato che consentono alle persone di elaborare un lutto in maniera fisiologica. Sono venuti a mancare il conforto fornito dalle persone vicine, la condivisione sociale del dolore per evitare la solitudine e l’isolamento, la possibilità di vedere e toccare il corpo del defunto.

Questi riti servono a suggellare il distacco e accompagnano i familiari e gli amici del defunto ad accettare la realtà della morte. Quando questi in qualche modo vengono negati, l’elaborazione del lutto si complica notevolmente, rischiando di sfociare in un lutto patologico, che può compromettere la capacità di un individuo di riorganizzare la propria vita.

Infatti, il lutto potrebbe essere definito come un processo di adattamento alla separazione che necessita dei giusti tempi, di processi psicologici complessi e di rituali. Per cui appare abbastanza chiaro quanto questa situazione rappresenti un notevole fattore di rischio per quelle persone che hanno avuto la sfortuna di perdere qualcuno in questo periodo. Una mancata elaborazione del lutto in una persona potrebbe, inoltre, contribuire a minare anche il funzionamento di tutto il sistema familiare.

Pertanto è di fondamentale importanza il sostegno a queste persone, anche se a distanza. Devono avere la possibilità di dare libero sfogo alle proprie emozioni, verbalizzare il loro dolore, la loro disperazione, i loro sensi di colpa (derivanti dalla convinzione di aver lasciato il proprio caro solo in ospedale). Hanno bisogno che qualcuno ascolti tutto questo.

Se conoscete qualcuno che sta vivendo un momento del genere, fate in modo di “stargli vicino”, di ascoltarlo, accogliendo le loro paure, la loro disperazione senza giudizi, lasciandoli liberi di esprimersi senza bloccare il flusso di tormenti che stanno attraversando. Se, invece, siete una di queste persone che non ha avuto la possibilità di dire addio ad una persona cara e sentite il bisogno di parlare con qualcuno, sappiate che non siete da soli ma c’è sempre qualcuno disponibile ad ascoltarvi, basta cercarlo.

L'articolo è stato scritto da...

DR.SSA LARA SCOTTO DI VETTA
Psicologo dello sviluppo, Psicodiagnosta, 
Counselor ad orientamento umanistico-esistenziale

A MenteSociale si occupa dei Servizi DSA&ADHD, dalla valutazione alla riabilitazione

 

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