Iscriviti alla Newsletter di MenteSociale!

Email

Il tuo nome:


Il mondo dentro e fuori di noi

Riflessioni sul mondo che ci circonda, su quello che è dentro di noi, sulla circolarità e sulla reciprocità del sistema in cui viviamo e di noi nel sistema...

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

{tab=Recensione}

copertinaVivere. Suonare. Suonare. Vivere. Coniugare la scala delle note con la tastiera della vita, usare come diario di confidenze un pentagramma, correre con le dita sui giorni del calendario come sui tasti del pianoforte… Un’impresa da musicisti. Forse un gioco da equilibristi, un’acrobazia da campioni, oppure una spirale di delirio, di dolore, o anche entrambe le cose insieme. Impossibile saperlo, impossibile sapere o tentare di comprendere perché i più grandi musicisti jazz non ce l’abbiano fatta, non abbiano resistito  non tanto al peso del successo quanto allo scorrere inesorabile della vita quotidiana.

"Credo si debba avere del dolore dentro per fare del buon jazz" si legge fra le righe del libro, righe in cui spiccano i noti nomi di Charlie Parker e Chet Baker, di Lester Young e Billie Holiday, di Bud Powell e Miles Davis (…), dimostrazioni eclatanti di quanto spesso la vita e il jazz non siano riusciti a creare un armonico connubio, ma si siano distaccati fino a formare due binari paralleli, destinati a non incontrarsi mai. E allora bisogna inevitabilmente scegliere: suonare o vivere?

E' il caso di Luca Flores, di fatto protagonista del libro, che ne è fedele ricostruzione  biografica. Il nome probabilmente non vi dirà niente, d’altronde le luci del palcoscenico si sono spente troppo presto per lui. Eppure c’è stato qualcuno che le ha riaccese, che ha voluto rispolverare il sipario e farcelo conoscere questo Luca Flores, un musicista di talento, un ragazzo segnato dal dolore.

E questo qualcuno è stato Walter Veltroni. Dimenticatevi per un istante della figura di quest’uomo con la fascia da sindaco, con la faccia da politico… pensate a lui semplicemente come uno scrittore, anzi, lo scrittore. Lo scrittore de “Il disco del mondo”, un’opera che, vi assicuro, con la politica non ha assolutamente niente a che fare.

Tutto è cominciato, come l’autore stesso ci racconta, da una notte come tante, una di quelle notti in cui il silenzio ti avvolge con tutta la sua suggestione, una di quelle notti che senza la musica tutto sembra vuoto e privo di significato. In una di quelle notti, basta un click sul tasto PLAY perché le note prorompano fuori dallo stereo ed inizino a riempire la stanza con tutto il loro struggente grido di dolore. Note che corrono, che si rincorrono, che scorrono sopra l’anima di un uomo che non riesce a rimanere indifferente. E decide di sapere, di conoscere, di informarsi. Chi è che ha suonato quelle note così tremendamente coinvolgenti? Chi le ha potute plasmare con tanto sentimento, con tanta profetica passione?

Da qui ha inizio “Il disco del mondo”, ovvero la storia di Luca Flores. Uno che la musica l’amava davvero. E per cui la vita era sempre stata troppo difficile, segnata come fu da un drammatico incidente stradale, di cui Veltroni ci racconta la dinamica. Luca, sua sorella Barbara, sua madre Iolanda e un'amica di quest'ultima con la figlia salgono in macchina per accompagnare Luca dal dentista, quando il veicolo prende a sbandare e finisce fuori strada. Nessuno si fa male, giusto qualche lieve contusione. Nessuno, a parte il guidatore: la gonna della mamma di Luca rimane impigliata nel cerchione dell’automobile. E anche la vita di Luca rimarrà impigliata lì, in quel ricordo che lo tormenterà per tutta la vita, accompagnato da un inspiegabile, involontario, inconsapevole senso di colpa. Quel senso di colpa infantile, che i bambini sanno portarsi dentro per anni dietro un silenzio, un sorriso mancato, un comportamento bizzarro. E nessuno se ne accorgerà finché quel bambino, cresciuto, non darà evidenti segni di disagio. Luca sta male, Luca è strano, Luca si taglia i polpastrelli per non suonare più, Luca si spacca un timpano con un cacciavite riscaldato per non lasciarsi più suadere da quelle ammalianti note. Ma non basta, ancora non basta, quel senso di colpa che già ha fatto a brandelli la sua anima continua a rodere dentro, a rosicchiarlo pezzetto per pezzetto. E intanto la passione per la musica non viene mai meno; pur con le cicatrici sulle dita Luca continua a suonare, sordo da un orecchio continua a comporre. E' un'attrazione fatale quella che ha sempre avuto per la musica. E il 'terzo incomodo' è inevitabilmente la vita, quella vita che continua a porgli davanti il ricordo di un dolore incommensurabile; quella vita da eliminare, per rimanere finalmente con il suo unico vero amore, per sempre.

All'interno del libro, finito di stampare nell'aprile 2003 edito da Rizzoli, oltre a citazioni illuminanti, troverete pagine e pagine di materiale visivo: dalle foto della famiglia Flores, agli appunti di Luca, ad un DVD (gustatevi le scene finali, sono incredibilmente suggestive) che riprende tutti coloro che si sono prestati ad inserire quel tassello del profilo di Luca a loro più familiare, allo scopo di ricostruire tutto il mosaico della vicenda esistenziale dell'artista. Come se l'Autore volesse dimostrare che il suo libro tratta di una storia vera, verissima: non c'è nulla di inventato, nessuna trasfigurazione ideale. "Il disco del mondo" non è un romanzo, ma una biografia. Una "vita breve", si scorge scritto sulla copertina.

"How far can you fly? [Quanto lontano puoi volare?]" è il brano che suggella come una preziosa ceralacca tutta questa tragedia; Luca cambiò il titolo in "Ladder", la Scala. La scala della vita, nei primissimi gradini della quale era rimasto drammaticamente impigliato. La scala della Musica, che aveva percorso correndo senza fiato fino all'ultimissimo gradino: ecco, ora finalmente Luca Flores può volare.

 

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Walter Veltroni
Titolo: Il disco del mondo
Casa editrice: Rizzoli
Anno di pubblicazione: 2003

{tab=Conosci l'autore}

autore

Walter Veltroni è nato a Roma nel 1955, è un politico e giornalista italiano, ex segretario nazionale del Partito Democratico, ex- sindaco di Roma.
Il suo ultimo libro è "Noi".

 

{tab=Curiosità}
Dal libro di Veltroni è tratto il film "Piano, solo" del 2007, regia di Riccardo Milani, con Kim Rossi Stuart

{tab=La citazione}
flores"Io amo quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse l'ultima" (Luca Flores)

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

{tab=Recensione}

copertinaLeggere un libro di Leroy è sempre una forte emozione, pensare che Sarah sia il suo primo libro, scritto a 16 anni, rende il tutto ancora più incredibile.

Non si tratta sicuramente del libro indicato a chi si indigna alle più piccole scabrosità, perché è sicuramente uno spaccato di vita altamente violento e degenere, ma non si tratta della semplice descrizione di un ambiente, quello delle “lucciole da parcheggio”, portato alle sue massime conseguenze, esso è molto di più.

Il protagonista è un bambino figlio di una prostituta, che vede con i suoi occhi di fanciullo una vita che non può appartenere ad una persona della sua età e quindi altera gli avvenimenti e il suo comportamento alla ricerca di quella identità e di quell’affetto materno che cerca disperatamente e che trova in momenti distorti come quando induce la madre a picchiarlo solo per avere un contatto fisico con lei. Questa ricerca lo porta altresì ad identificarsi con il sesso femminile, a credersi donna, per essere accettato in un mondo che vede diviso tra donne e clienti violenti. Il tutto è raccontato con le parole semplici, i pensieri ingenui, la dolcezza e la fragilità degli occhi di un bambino.

Scavando nel lavoro di scrittura dell’autore si nota come qualsiasi parte del libro anche la più violenta sia permeata da un’anima dolce che lo rende forte e stupendo.

Sarah è una storia surreale e iniziatica ad una vita che non sembra poter sbocciare, ma che catapulta il protagonista in una favola nera, una specie di esperimento pedagogico sulla crescita in stati estremi che sembra non aver fine leggendo “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa”, un’ipotizzabile seguito del libro.

Nella seconda opera di Leroy, la coprotagonista è sempre Sarah, mamma degenere di un figlio che viene proiettato in un mondo di disperati, stavolta con l’aggravante di aver conosciuto una famiglia “normale”.

Il libro sta per essere portato sugli schermi cinematografici, ma onestamente non sappiamo con quali risultati. Per dare un’idea visiva dovrebbe trattarsi di un caledeoscopio di immagini a volte sfocate, di figure aspramente reali e grottesche, un lavoro celebrale di ricostruzione che forse è meglio lasciare alla fantasia di ognuno di noi, penetrando nel libro con le nostre ansie e paure e liberi di emozionarci in una interpretazione intima dell’essere.

 

{tab=Scheda tecnica}
Autore: J.T. Leroy
Titolo: Sarah
Casa editrice: Fazi Editore
Anno di pubblicazione: 2000

{tab=Conosci l'autore}

autore

Secondo fonti diffuse soprattutto dalla sua casa editrice Jeremiah "J.T." Leroy nasce il giorno di Halloween del 1980 in un piccolo paese del West Virginia.
Il suo primo romanzo "Sarah" è stato un best-seller internazionale. Il libro più famoso è "Ingannevole è il cuore più di ogni cosa". In campo cinematografico, ha collaborato per la produzione del film "Elephant" di Gus Van Sant, vincitore della palma d'oro a Cannes. Fa parte inoltre di un gruppo rock, i "Thistle" ed è attivo nella produzione ed editoria per diversi autori. Attualmente è docente di Lingua e Letteratura portoghese all'Università di Siena.

Nel 2006, a sorpresa, la rivelazione del New York Times: J.T. Leroy non esiste. A scrivere i libri è sempre stata Laura Albert, la sua produttrice.

{tab=Curiosità}
Sarah è il primo romanzo di Leroy, da cui Steven Shainberg, regista di "Secretary" ha tratto un film attualmente in lavorazione. Di "Ingannevole è il cuore più di ogni cosa", nel 2004 è uscito in Italia il fim diretto da Asia Argento.

{tab=La citazione}
"Lascio che mi si chiudano gli occhi per un attimo. <<Devo andare a casa>>, mormorò contro il materasso, e mi addormento"

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

 

{tab=Recensione}

copertinaQuattro autrici, otto racconti, cento sfaccettature diverse di uno stesso stato d’animo, quello di chi si sente sradicato dalle proprie origini ma non ancora completamente accettato in una nuova realtà. Sono scrittici, sono giovani, ma ad accomunarle principalmente è il fatto di essere tutte figlie di immigrati, la prima generazione nata o comunque cresciuta in Italia e per questo straniere in patria, sia quella d’origine sia quella d’adozione, ragazze dalla doppia identità che, proprio per questo si sentono senza identità, in un limbo di culture multietniche spesso in contrasto tra loro. Quali sono le tradizioni a cui riferirsi, quale cultura sentire propria? Quella della terra d’origine suona troppo lontana, quasi folcloristica… quella della società occidentale a volte esclude, a volte contrasta duramente con gli usi e i valori del passato. E così una delle protagoniste di Pecore nere acquista per sfida estrema delle salsicce (lei mussulmana sannita!) per poi chiedersi “se le ingoio una ad una la gente lo capirà che sono italiana come loro?” Tra le altre “pecore nere” c’è Anandita, sedicenne di Milano, che non può fare il piercing, andare a ballare e avere un ragazzo e che, invidiando la normalità dei genitori delle amiche, inventa scuse per nascondere l’ingombrante attaccamento dei suoi alle tradizioni indiane. E poi c’è chi prova a tornare alle radici con un viaggio nella terra degli avi e, invece di trovare risposte, viene relegata al ruolo di turista: indiana ma non completamente, straniera ma non fino in fondo. Spaccati agrodolci di vita vera, testimonianze mai pretenziose ma che con un sorriso vogliono toccare la situazione attuale dell’immigrazione e della multietnia. Da due metà che non riescono a fondersi può nascere la mediazione? Due culture che non si integrano possono convivere? Forse la risposta è nelle prime righe del racconto che apre la raccolta. Scrive l’autrice: “A Roma la gente corre sempre, a Mogadiscio la gente non corre mai. Io sono una via di mezzo tra Roma e Mogadiscio: cammino a passo sostenuto”.

 

{tab=Scheda tecnica}

Autore: Gabriella Kuruvilla-Ingy Mubiayi-Igiaba Scego-Laila Wadia (a cura di Flavia Capitani e Emanuele Coen)
Titolo: Pecore nere. Racconti
Casa editrice: Editori Laterza
Anno di pubblicazione: 2005

{tab=Conosci l'autore}

"Pecore Nere. Racconti" è stato scritto da quattro ragazze figlie di immigrati, si tratta della prima generazione nata o comunque trasferita sin dall'infanzia in Italia che cerca di mettere nero su bianco le propie sensazioni e le esperienze della vita di tutti i giorni. Le Autrici sono Gabriella Kuruvilla, Ingy Mubiayi, Igiaba Scego e Laila Wadia. La raccolta è stata curata da Flavia Capitani e Emanuele Coen, giornalisti che vivono a Roma.

{tab=Curiosità}
Non ci sono curiosità

{tab=La citazione}
Non sono presenti citazioni

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

{tab=Recensione}

copertinaAnche se Corrado Augias lo ha definito uno dei migliori gialli legali usciti in Italia, non aspettatevi i ritmi narrativi frenetici e le trovate sceniche, spesso un po’ tirate, a cui la recente narrativa di settore ci ha abituato. Testimone inconsapevole, prima ancora della soluzione di un caso giudiziario, è l’analisi introspettiva di un uomo, il viaggio alla ricerca dei cocci di una vita. Guido Guerrieri, avvocato penalista demotivato e senza più stimoli professionali né affettivi, è a pezzi quando accetta la difesa di Abdou Thian, un ambulante senegalese accusato di aver seviziato e ucciso un bambino. Più che un incontro è uno scontro perché Abdou per diffidenza e differenza culturale è un muro difficile da penetrare, ma soprattutto perché Guerrieri dovrà destreggiarsi tra opinione pubblica schierata e inquirenti frettolosi di chiudere un’indagine dall’esito sin troppo scontato. L’iter processuale si snoda puntuale, senza assi nella manica del penalista e senza che nessun deus ex machina scenda sul più bello a scrivere la sentenza: l’unica tattica difensiva possibile sembra, infatti, quella di dimostrare come il preconcetto possa condizionare un’intera indagine investigativa. Scontato? Retorico? Per niente. Anzi è la risposta a chi obietti che il rito processuale italiano non possa competere con i plateali colpi di scena dei legal thriller alla Grisham. E l’Autore, pur avendo tutti i mezzi per spingersi in un’analisi tecnica della procedura penale –nella vita Carofiglio è magistrato prima ancora che scrittore- riesce a non cadere nella tentazione del gergo degli addetti ai lavori che avrebbe soffocato la leggerezza dello stile. Le vicende personali di Guido, questo avvocato no global appassionato di musica e cinema, sono semplici; narrate in modo ironico grazie al racconto in prima persona, procedono dividendosi la scena con l’intreccio giudiziario. Finirà che queste due realtà, legate a filo doppio, decreteranno la riuscita della trama perché più l’avvocato si infervora alla causa, più l’uomo ritrova se stesso. Ci riuscirà a modo suo.

{tab=Scheda tecnica}
Autore: G. Carofiglio
Titolo: Testimone inconsapevole
Casa editrice: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2002

{tab=Conosci l'autore}

autoreMagistrato dal 1986, è stato designato consulente della Commissione bicamerale Antimafia. Gianrico è fratello dell'architetto, regista teatrale, illustratore e scrittore Francesco Carofiglio. Il 22 febbraio 2008 viene annunciata la sua candidatura al Senato per il Partito Democratico e nelle elezioni del 13 e 14 aprile dello stesso anno viene eletto senatore.
Testimone inconsapevole (2002), è la sua opera esordiente: il romanzo che ha aperto il filone del legal thriller italiano, ha vinto il Premio del Giovedì "Marisa Rusconi", il premio Rhegium Iulii e il premio Città di Cuneo e, infine, il Premio Città di Chiavari. Nel 2003 esce la seconda opera Ad occhi chiusi (Sellerio, 2003), che vince il premio Lido di Camaiore e il prestigioso premio delle Biblioteche di Roma. Nel 2007 viene eletto in Germania, da una giuria di librai e giornalisti: "il miglior noir internazionale dell'anno". Vincitore del Premio Bancarella del 2005 con il romanzo Il passato è una terra straniera (Rizzoli, 2004), nel settembre 2006 ha pubblicato un altro romanzo che vede il ritorno, quale protagonista, dell'avvocato Guerrieri: Ragionevoli dubbi (Sellerio).

{tab=Curiosità}
Il 12 settembre 2007 è stato pubblicato da Rizzoli Cacciatori nelle tenebre, una graphic novel con protagonista l'ispettore Carmelo Tancredi, illustrata dai disegni del fratello dell'autore, Francesco.

{tab=La citazione}
non sono presenti citazioni

powered by social2s
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

copertina Autore: Matthew Pearl
Titolo: Il circolo Dante
Casa editrice: Rizzoli
Anno di pubblicazione: 2003

Valutazione attuale: 4 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella inattiva

 

{tab=Recensione}

copertinaLisbona, agosto 1938.
La sedentaria e sempre uguale vita di un noto giornalista portoghese, subisce una svolta decisiva nell’incontro con due ragazzi sovversivi. Punto, fine dalla storia.
La trama di “Sostiene Pereira” è così semplice da lasciarsi facilmente riassumere in queste poche righe. Disarmante, deludente… eppure affascinante:  così facendo Antonio Tabucchi, non fa che ammiccare complice al suo lettore pretendendolo attento quanto appassionato, come per sfidarlo a carpire anche il più profondo significato nascosto fra le righe o inaspettatamente raggomitolato fra le pieghe delle sue pagine. Già perché l’autore di Sostiene Pereira per lo più allude, accenna, insinua, in un rispetto del fruitore e degli stessi personaggi che si fa a dir poco totale: non troverete mai un suo personale giudizio, una sua intromissione, un suo commento esplicito. E con buona pace –permettetemi un breve excursus filosofico- dell’anima di Croce: “Sostiene Pereira” rappresenta proprio l’opposto dell’opera ideale crociana, della famosa teoria del nesso dei distinti: arte, logica, economia, etica…tutto è fuso e confuso nell’opera di Tabucchi, con un risultato che non esito a definire pregevole. Pregevole anche grazie al curioso modus narrandi che caratterizza quest’opera: il narratore è sì esterno, ma si fa voce della voce. Mi spiego: la vicenda è presentata come un resoconto del resoconto del protagonista che la vive; esemplificando nella maniera più nitida possibile: gli avvenimenti accadono, Pereira racconta (o meglio sostiene; di qui il titolo, che si ripresenta costantemente in tutto il libro), Tabucchi scrive. E come scrive! Dire “con il cuore” sarebbe retorico scontato banale e chi più ne ha più ne metta, ma in fondo non così lontano dalla pura verità, basti pensare al rapporto che egli riesce a costruire con il protagonista del suo romanzo: Pereira era “solo un personaggio in cerca d’autore. Non so perché scelse proprio me per essere raccontato(…) ma lo accolsi con affetto”. Una relazione d’intimità quasi familiare che viene inevitabilmente trasmessa al lettore; non si può, francamente, non provare un’irrefrenabile simpatia per il caro vecchio Pereira, peraltro descritto secondo parametri lontani dal tradizionale, che tuttavia mirano a concentrare l’attenzione del lettore sui particolari, anche e soprattutto quelli apparentemente insignificanti. Di Pereira rimarrà sempre, benché sfocata, l’immagine di un intellettuale grassoccio e cardiopatico un po’ avanti con gli anni, cattolico insicuro, vedovo nostalgico, che trascorre le sue giornate in modo invariato, traducendo racconti francesi per la pagina culturale del giornale portoghese “Lisboa” (di cui è divenuto da poco il direttore, dopo trent’anni di esperienza di cronaca nera), parlando con il ritratto della moglie e bevendo in continuazione spremute di limone.
Eppure non avremo mai una nitida focalizzazione del personaggio. Non si sa il suo nome, che non viene neanche lontanamente accennato nel corso dei ben venticinque capitoli in cui si articola il romanzo; e non abbiamo modo di sapere con esattezza qualcosa, che so, della sua infanzia o giovinezza ad esempio, né di ricostruirne un ritratto fisico preciso. Tabucchi sceglie di lasciarci in preda alla nostra immaginazione, senza con questo astenersi da descrizioni complete ed esaurienti di momenti fondamentali per la storia, come l’incontro del protagonista con due rivoluzionari decisi a battersi contro la feroce dittatura salazarista portoghese, Marta e Monteiro Rossi. Allora Pereira si troverà di fronte a due giovani pronti a lottare fino all’estremo sacrificio in nome dei loro ideali, due ragazzi che, senza rendersene conto, si dimostreranno capaci di insegnare qualcosa di estremamente importante ad un uomo maturo che, definendoli “ottimisti senza futuro”, s’illudeva di non aver più nulla da imparare, ormai:
“…Marta bevve un sorso di vino di porto e disse: noi non facciamo la cronaca, dottor Pereira, è questo che mi piacerebbe che lei capisse, noi viviamo la Storia”.
Sarà proprio dal casuale contatto con questi due imprevedibili personaggi che la vita di Pereira verrà movimentata, scombussolata, stravolta fino all’estremo del pericolo. E a quel punto il giornalista dovrà decidere se ritornare alla monotona ma sicura vita di sempre, o dire finalmente basta, alzare quella testa che per anni aveva tenuto passivamente abbassata, che aveva annuito ciecamente obbediente ad un governo cruento e magari persino carnefice, e dare così una svolta decisiva alla sua piatta esistenza.
Il libro si rivela pertanto una preziosa fonte d’insegnamenti, tanto dal punto di vista letterario quanto da quello umano; una sorta di cartaceo diffusore di messaggi di fondamentale importanza, un particolare megafono capace di far risuonare forte nelle orecchie dei suoi lettori quest’esortazione: lottare sempre e comunque per ciò in cui si crede. Fino in fondo. E’ questo, il vero evento:

“L’evento è un avvenimento concreto che si verifica nella nostra vita e che sconvolge o che turba le nostre convinzioni e il nostro equilibrio, insomma l’evento è un fatto che si produce nella vita reale e che influisce sulla vita psichica (…), sostiene Pereira.”

 

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Antonio Tabucchi
Titolo: Sostiene Pereira
Casa editrice: Feltrinelli
Anno di pubblicazione:  1994

{tab=Conosci l'autore}

autoreAntonio Tabucchi nasce a Pisa nel 1943. Come "Sostiene Pereira", anche altre sue opere risentono dell'influenza letteraria, sociale e culturale portoghese ("La testa perduta di Damasceno Monteiro", 1997), da sempre interesse preponderante dell'autore. Tabucchi ha infatti tra l'altro curato e tradotto l'edizione italiana dell'opera di Fernando Pessoa e le poesie di Carlos Drummond De Andrade.

Tra i riconoscimenti possiamo ricordare il Premio Campiello ed il Premio Europeo della Letteratura.

Le sue opere divengono non solo lavori cinematografici (oltre al sottocitato film di Faenza, ricordiamo tra l'altro "Piccoli equivoci senza importanza" con Charlotte Rampling e Fabrizio Bentivoglio), ma anche testi teatrali ("I dialoghi mancati", 1998).

Attualmente è docente di Lingua e Letteratura portoghese all'Università di Siena.

{tab=Curiosità}
Nel 1995 Sostiene Pereira diventa un film. Diretto e sceneggiato da Roberto Faenza, vanta tra l'altro un cast importante (Marcello Mastroianni è Pereira, ma ci sono anche Nicoletta Braschi -Marta- e Stefano Dionisi -Monteiro Rossi-) e la straordinaria interpretazione musicale di Ennio Morricone.

{tab=La citazione}
"La smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro"

powered by social2s
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

{tab=Recensione}

copertinaNelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.
E. Montale, meriggiare pallido e assorto, tratto da Ossi di Seppia, Mondadori, 2003

Niente di più efficace che questi versi di Eugenio Montale per descrivere la società di massa. Oggi come non mai vi è una stretta correlazione tra l’uomo e le formiche rosse descritte nella splendida quartina. Gran parte dell’umanità “civilizzata” è quotidianamente impegnata in una febbrile quanto confusa rincorsa, tutto si svolge in maniera veloce, la società pretende rapidità: è questa l’era del turbocapitalismo. L’analista politico – militare Edgar Luttwak ci avvisa che siamo tutti sopra un aereo guidato da un pilota automatico, che acquista sempre più accelerazione ma non si sa dove è diretto.
In questa società apparentemente ordinata ma fondamentalmente caotica si è perso di vista il prossimo. Tendiamo a costruire intorno a noi una gabbia che ci isola e ci difende dall’altro, sia esso il vicino di casa o, addirittura, il figlio, il coniuge, il genitore. Non mancano i casi di cronaca scaturiti da questa condizione.
Scerbanenco aveva colto il cambiamento in corso negli anni ’60 del secolo scorso: una trasformazione che riguardava l’intera società e che di conseguenza interessava anche la maniera di condurre le indagini, le azioni criminali ed i comportamenti delinquenziali.
Proprio in una società che sta iniziando ad incrinarsi è ambientato il libro “I milanesi ammazzano al sabato”. Lo scenario nel quale si muovono i personaggi del noir è l’Italia dei primi elettrodomestici e della corsa alla motorizzazione, di massa anche questa. Sullo sfondo si scorge una Milano insolita, priva della caratteristica nebbia, lontanissima dalla sfolgorante Milano “da bere”; una città in qualche modo amara, così come amara è la vicenda narrata.
L’investigatore è il Commissario Luca Lamberti, medico radiato dall’ordine per aver praticato un’eutanasia, quindi arruolatosi in polizia. Lamberti si trova davanti un’indagine triste e complessa, così come possono essere solo quelle che hanno per vittime persone oggettivamente deboli. Si tratta del rapimento di una ragazza fragile che brutali personaggi privi di scrupoli, approfittando della sua minorità mentale, la inducono a prostituirsi per poi sbarazzarsene nel momento in cui è considerata inutile.
Lamberti dovrà far luce su un caso che racchiude molti drammi: quello di una ragazza bellissima affetta da ritardo mentale, elefantiasi ed ipererotismo; quello di un padre disperato che non riesce a comprendere la lentezza operativa dell’investigazione; quello del poliziotto stesso che, come don Chisciotte, lotta contro i mulini a vento; quello di una città che un giorno, svegliandosi, scopre di non essere più quella di prima; ma soprattutto il dramma di una famiglia che, come accade anche oggi, si ritrova da sola ad affrontare il disagio della malattia mentale. “Vi sono nel mondo centinaia di famiglie, forse migliaia, decine di migliaia, che si tengono in casa figli malati di mente o deformi, focomelici, epilettici, o con perversioni sessuali, dementi. Se li tengono in casa, specialmente se sono povere famiglie, poveri genitori, o di media agiatezza, i ricchi di solito li chiudono nelle cliniche, loro invece nascondono in casa quella che in fondo considerano, oltre che una disgrazia, una vergogna, imboccano giovanotti di venti anni che fanno ancora la pipì a letto, portano in carrozzella mongoloidi ottusi di dodici anni che pesano cento chili e non sanno ancora camminare; si dissanguano per tenere nascosta la disgrazia, per ammorbidirla, per farla apparire agli amici, e ai vicini e conoscenti, come una malattia un po’ lunga, o una cosa normale anche se triste.”

Scerbanenco, amaramente, va anche a toccare tasti dolorosi per chi vive tutti i giorni la realtà delle investigazioni e quanto scriveva quaranta anni fa a maggior ragione vale ancora oggi. E’ cambiato l’hardware, adesso esistono sistemi di comunicazione e banche dati telematiche impensabili in quel periodo, ma le difficoltà pratiche che l’investigatore incontra quotidianamente sono rimaste identiche. Così come appare statica la situazione della giustizia, tanto che quello che l’autore narrava negli anni ‘60 potrebbe essere benissimo l’argomento di conversazione carpito questa mattina, tra due persone, alla fermata dell’autobus: ”Anche l’avessero preso subito, il criminale che l’aveva così mostruosamente uccisa avrebbe avuto pochi anni di condanna, che sarebbero divenuti sempre più pochi in seguito ad amnistie, condoni e grazie varie, e così lo si sarebbe poi rivisto, dopo poco, in giro per qualche baruccio di via Torino o intorno a largo Cairoli, con le basette profilate da uno dei primi parrucchieri di Milano, e con in tasca un centomila estorte a qualche disgraziata a cui erano piaciute quelle basette, quegli occhi da gallina, quel mento sfuggente e quella bocca diritta da cattivo.”
Dopo aver letto questo libro non si rimane quelli di prima, la storia incide profondamente l’anima del lettore: lascia il segno, è un contenitore di pensieri, da meditare e portare con sé.

{tab=Scheda tecnica}
Autore: Giorgio Scerbanenco
Titolo: I milanesi ammazzano al sabato
Casa editrice: Garzanti (collana Gli Elefanti)
Anno di pubblicazione: 1999 (Prima ed. 1969)

{tab=Conosci l'autore}

autoreNato nel 1911 a Kiev da madre italiana e padre ucraino, il vero nome è Vladimir Scerbanenko, si può considerare il punto di riferimento di tutti gli scrittori italiani del genere noir. Arriva in Italia da bambino, accompagnato dalla madre, in seguito alla fucilazione del padre avvenuta durante la rivoluzione russa. In Italia svolge lavori di operaio tornitore, magazziniere, milite della Croce Rossa. Dopo la seconda guerra mondiale inizia a scrivere collaborando con periodici femminili, dapprima come correttore di bozze, poi come autore di romanzi rosa sino a divenire direttore. Nella sua carriera scrive circa novanta romanzi ed un migliaio di racconti. E’ l’ideatore della figura del Commissario Duca Lamberti.
Nel 1968 con il libro “Traditori tra tutti” (1966) vinse il Grand Prix de Littérature Policière. Muore a Milano nel 1969.

{tab=Curiosità}
Nel 2008, ispirandosi a questo romanzo, gli Afterhours hanno intitolato un loro album I milanesi ammazzano il sabato.

{tab=La citazione}
non sono presenti citazioni

powered by social2s
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

MenteSociale

studio mix

MenteSociale è una associazione di promozione sociale (CF: 97992540589)

Indirizzo dello studio:
Via dei Castani 170, 00171 Roma
ideaCon i mezzi pubblici lo Studio è vicino a: metro C fermata Gardenie, Tram 19 e Tram 5, numerose linee di bus

Email: info@mentesociale.it

Telefono: 0664014427

ORARI PER CHIEDERE INFO O PRENOTARE UN APPUNTAMENTO:
lun, mer, gio, ven ore 10.00-13.00; mar ore 17.00-20.00
ideaIn altri orari o giorni è possibile lasciare un messaggio in segreteria, sarete ricontattati il prima possibile.

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.