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Quante volte ci siamo trovati nel bel mezzo di un capriccio di nostro figlio pensando di non sapere assolutamente cosa fare? Chiedendocii se avrebbe mai smesso o pensando che nessun altro bambino fa i capricci come il nostro? Questo articolo ci spiega perchè i bambini fanno i capricci e quali strategie si possono rivelare più efficaci.

 

Ecco, prima di tutto è importante dirsi che "tutti i bambini fanno i capricci" e che la maggior parte dei genitori si sentono spaesati davanti a questi o meglio, possono sentire una difficoltà ad affrontarli. Ma capiamo insieme cosa sono i capricci perché questo può aiutarci ad affrontarli con più sicurezza e quindi a risolverli prima.

I capricci sono una forma di comunicazione che il bambino utilizza con l'adulto quando non riesce a comprendere chiaramente cosa sta provando emotivamente o a decodificare ciò che accade nell'ambiente circostante; in quest'ottica ha poco senso chiedere al bambino cosa succede e perché si sta comportando in quel modo, in quanto il rischio è solo quello di aumentare il suo senso di frustrazione e quindi il capriccio stesso. Alcune volte è molto meglio lasciar stare il bambino cercando, quando possibile, di non soffermarsi troppo sul comportamento sbagliato rassicurandolo che quando sarà pronto la mamma e il papà saranno lì ad ascoltarlo e ad accoglierlo, cosa che poi dovrà avvenire.

Spieghiamoci meglio: se un bambino sta facendo un capriccio perché non vuole mettere a posto i suoi giochi e comincia a tirarli prima di tutto è importante dirgli che non si lanciano le cose ma poi sarebbe meglio non continuare a riprenderlo su questo e cercare invece di capire perché lo sta facendo, in modo che possa risolverlo. Questo atteggiamento farà sì che lui impari a comprendere e sentire le sue emozioni, mantenendo la sicurezza del rapporto con i genitori; d'altra parte i genitori non si troveranno a dover fermare ogni attività per assistere al capriccio del proprio figlio diminuendo così anche il loro senso di frustrazione e di inadeguatezza.

È bene ricordare che i bambini sono lo specchio degli adulti e che molto spesso i loro capricci sono legati al nostro malessere: più noi ci arrabbiamo maggiore sarà il capriccio. Infatti, il nervosismo che magari c’è in casa può essere il terreno fertile per i comportamenti del bambino il quale, sentendo della tensione, a cui però non riesce a ricollegare la causa, reagisce, proprio come gli adulti, innervosendosi e rifiutando qualsiasi proposta del genitore come se cercasse di opporsi a quel sentimento che percepisce nell’aria.

È importante sapere infatti che i bambini percepiscono perfettamente tutto ciò che accade intorno a loro, proprio perché si relazionano maggiormente con il sentire piuttosto che con la razionalità; sono quindi più immediati nel sentire e nel rispondere. Insieme a questa modalità di entrare in contatto con l’esterno, bisogna assolutamente tenere conto del fatto che i bambini sono “egocentrici”, nel vero senso della parola, cioè loro pensano che tutto ciò che accade, nel bene e nel male, dipenda da loro e da ciò che hanno fatto e questo è normale proprio per un discorso di sviluppo cognitivo.

Secondo la teoria dello sviluppo cognitivo di Piaget, il bambino di età compresa tra i 2 e i 6-7 anni è in una fase di crescita per cui il suo pensiero è così detto egocentrico intellettivo; ma che significa questo nella vita quotidiana? Per lui il punto di vista delle altre persone non è differenziato dal proprio, il bambino cioè si rappresenta le cose solo dal proprio punto di vista; nello specifico crede che tutti la pensino come lui e che capiscano i suoi pensieri. Ad esempio questo avviene quando il bambino racconta una storia o un evento; lui lo farà in modo che l’ascoltatore che non conosce la storia o l’evento raccontato non capirà nulla, perchè la racconterà omettendo alcune parti che rimangono nel pensiero, quindi credendo che ciò che pensa sia chiaro a tutti.

Il ragionamento in questa età va dal particolare al particolare, cioè due eventi sono considerati legati da un rapporto di causa-effetto se avvengono nello stesso tempo, per questo non ha senso riprendere un bambino in un secondo momento per qualcosa che ha fatto; come ad esempio se è successo qualcosa a scuola o dai nonni, non serve che il genitore quando arriva gli dica qualcosa a riguardo perchè questo lo confonderebbe e innervosirebbe, rischiando di innescare un capriccio. Ma cosa significa questo nel capriccio? Significa che alcune volte il nervosismo del bambino nasce dal suo sentire il genitore arrabbiato, nervoso, insoddisfatto e in automatico pensare che questo dipenda da lui e ciò scatena la sua reazione di rifiuto che esprime attraverso il capriccio. Sicuramente molti genitori avranno notato che quando loro sono calmi e tranquilli riescono a recuperare più velocemente la situazione e riportare il bambino in uno stato di serenità, diverso è quando invece si è nervosi in cui si innesca un vero e proprio braccio di ferro con un’escalation del capriccio da cui entrambi usciranno stremati.

Una modalità che può aiutare a superare questi momenti di difficoltà è quella di ignorare il comportamento capriccioso, attenzione non ignorare il bambino o la comunicazione che sta facendo ma proprio il comportamento dicendogli per esempio: “Se strilli e urli io non riesco a capire cosa vuoi” altrimenti, “va bene che tu ti senta così. Quando sei più tranquillo puoi venire da me e io sarò pronta ad ascoltarti.” In quest’ultimo caso è molto importante dire chiaramente quale sensazione pensiamo stia provando il bambino: tristezza, rabbia, noia; accoglierla e non negarla perché in questo modo lui si sentirà compreso e legittimato nel provare quell’emozione. Certo, non si tratta di indovinare quindi è importante che si esprima solo nel momento in cui siamo sicuri di ciò che sentiamo altrimenti il rischio è quello di “suggerire” l’emozione al bambino; in questo caso sarebbe meglio provare a farsi spiegare da lui come si sente magari utilizzando un libro o una storia. Tutto questo potrà essere fatto solo una volta che il bambino si sarà calmato e avrà ritrovato uno stato di serenità. Agendo in questo modo sarà possibile far sì che lui piano piano impari, con l’aiuto dell’adulto, a dare un nome a ciò che sta provando e trovi il giusto canale per esprimere all’altro quel vissuto; questo gli permetterà di diventare un adulto consapevole delle emozioni proprie e altrui, in grado di trovare il modo migliore per viverle senza soffocarle, senza esserne sopraffatto e soprattutto senza proiettarle sugli altri.

Un’altra tecnica molto utilizzata per contenere e aiutare i bambini nei momenti di crisi è il metodo Holding; questo metodo, nato negli Stati uniti negli anni '70 inizialmente venne utilizzato per calmare le crisi dei bambini con spettro autistico, successivamente iniziò ad essere messo in atto anche con gli altri proprio per i benefici riscontrati.
Come dice il termine stesso (holding=sostegno) questa tecnica si basa sull’abbraccio contenitivo che viene proposto in momenti di agitazione o sovraeccitazione, in cui un abbraccio è l’ultima cosa che il piccolo sembra volere. È, perciò, un abbraccio imposto e non scambievole per lo meno in fase iniziale, finché il bambino non cede e si rilassa e in tal caso la tecnica ha avuto successo. Il bambino viene avvolto dalle braccia dell’adulto, che guardandosi negli occhi gli impone un contenimento fisico che diventa emotivo della crisi in atto. Durante l’abbraccio il genitore dovrà parlare con calma, dolcezza e tono sereno, ma fermo, provando a dare un nome ai sentimenti che sta provando il bambino e, facendolo sentire compreso, aiutandolo così ad allentare la tensione. Questo metodo può essere efficace solo se il genitore riesce ad essere calmo e tranquillo nonostante le urla e magari i calci del bambino; questo proprio perché nell’holding l’adulto deve rappresentare un punto fermo, a cui ancorarsi per ritrovare la serenità e ritornare in sé, perciò se si è a propria volta agitati o innervositi dalla situazione, non si può trasmettere calma al bambino.

C’è da dire che alcuni bambini potrebbero considerare l’abbraccio contenitivo come una violenza o una costrizione, provando addirittura panico, senso di oppressione o fastidio, perciò sta alla sensibilità del genitore capire se è davvero una tecnica utile e applicabile o se sarà necessario trovare e sperimentare altri metodi.

Ovviamente esistono molti tipi di capricci: un bambino può fare un capriccio perché stanco, annoiato, nervoso, per richiamare l’attenzione del genitore, per sottolineare la propria differenziazione dal genitore o semplicemente perché gli è stato detto no a qualcosa. Ma se noi riuscissimo a tenere a mente che sono sempre l’espressione di una difficoltà, di una confusione emotiva, in cui il bambino si sente imprigionato e cerca di chiedere aiuto al genitore per ritrovare uno stato di calma, ci sentiremmo molto più forti e capaci di affrontarli.

 

L'articolo è stato scritto da...

DR.SSA GIULIA SPURIO
Psicologo - Psicoterapeuta sistemico-relazionale

A MenteSociale si occupa del Servizio di Sostegno alla Genitorialità e
dei Servizi Clinici, in particolare dedicati alla gravidanza e alla maternità

 

   

 

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