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In un periodo dove i contatti sociali divengono il luogo e l’opportunità della trasmissione di un virus, gli individui cercano un modo alternativo per “incontrarsi”, usufruendo di mezzi e modus operandi comuni che rafforzano la propria identità di cittadini del mondo, di cittadini del “villaggio globale”.

 

L’undici marzo 2020 è stato ufficializzato il passaggio dallo stato di emergenza a quello di “pandemia”, a causa di un virus sconosciuto, il Covid 19, che ha invaso tutto il globo, lanciando scienziati e studiosi in uno scenario nuovo, da un lato saturo di interrogativi senza risposte e dall’altro con un’imminente urgenza di trovare delle soluzioni.

La nuova situazione che il mondo intero si è ritrovato ad affrontare in pochissimi giorni è, perciò, lastricata di dubbi senza una soluzione definitiva né approssimativa. Per questo motivo i politici e gli scienziati hanno elaborato un percorso che potesse circoscrivere al meglio il problema e potesse rallentare il più possibile l’esordio di un contagio di massa che avrebbe fatto vacillare e crollare irrimediabilmente il sistema sanitario. Privi, perciò, di una risposta risolutiva immediata, coscienti del fatto che la diffusione di tale virus avvenisse dal contagio tra individui, si è pensato che la ricostruzione dei rapporti sociali e interindividuali potessero, in qualche modo, aiutare a evidenziare e, quindi, isolare quei contatti ritenuti “contagiosi”.

In altri termini, si è puntato tutto sui percorsi effettuati dai soggetti potenzialmente contagiati, in modo da individuare quelli che avessero avuto un contatto diretto con loro, divenendo così a loro volta diffusori più o meno consapevoli del virus. Partendo da tale principio si sono tracciati, a ritroso di quindici giorni (tempo stimato per l’incubazione del virus), tutti gli spostamenti e i contatti avuti da tutti i contagiati, sperando, di scongiurare la possibilità che il contagio potesse diffondersi rapidamente su grossa scala. In questo modo si sono tracciate delle vere e proprie “mappe” delle reti sociali e dei rapporti interpersonali, senza tralasciare neppure brevi contatti interindividuali e prossimità fisiche, allo scopo di arginare le zone di contagio. Si è avviato, perciò, una sorta di” censimento” dei contatti sociali, un fil rouge in grado di rendere visibili relazioni interpersonali diverse, di carattere diverso: religioso, politico, sportivo, ecc. Ciò ha gettato luce anche su contatti e relazioni tra persone apparentemente lontane, ma che in realtà hanno fatto da ponte tra paesi e nazioni diverse.

Secondo il mio personale punto di vista, il virus ha fornito l’input ad un “motore” che ha fotografato in un’unica immagine le relazioni interpersonali di milioni di persone. Ha fornito, cioè, la mappatura di diversi tipi di contatti non solo utili all’individuazione delle cosiddette “zone rosse” (le zone cioè con il più alto tasso di contagi) ma anche di fare una stima dei tipi delle aggregazioni sociali, responsabili del contagio. Ad esempio, ricostruendo i percorsi effettuati da alcune persone contagiate si è potuto constatare come una partita di calcio (Atalanta- Valencia a Milano del 19 febbraio) fosse stato un enorme focolaio di contagi. Ciò ha determinato il divieto di pratiche calcistiche e sportive, sia di quelle di serie A che quelle dilettantistiche. Proprio ad una partita amatoriale aveva partecipato il famigerato caso 1, Mattia, e avrebbe contagiato diversi calciatori, all’inizio della propagazione del coronavirus in Italia. Come un effetto domino, man mano che si sono scoperti focolai relativi a diverse relazioni sociali, si son vietati riti sacri e manifestazioni profane (come il carnevale di Venezia).

Più il filo rosso delle relazioni ha preso le sembianze di una matassa informe, tanto più le restrizioni sono divenute ferrate fino a vietare anche gli accessi ai parchi pubblici, per evitare i semplici contatti interpersonali, anche se privi di una relazione sociale ben strutturata. In pochissimo tempo, le abitudini e le relazioni interindividuali sono state tracciate, arginate e rivoluzionate. Al grido: “Restate a casa!” si è affiancata una situazione sociale completamente nuova, unica nel suo genere, che si è diffusa a macchia d’olio quasi in tutti i paesi del mondo. Questo monito non solo ha esplicitato il luogo dove ci si deve fermare, ma implicitamente ha manifestato il diniego di ogni forma di relazione e contatto. In un colpo solo, l’individuo non solo si è sentito privato della libertà fisica e sociale, ma anche sopraffatto non da una forza coercitiva contro la quale potersi ribellare, ma da una necessità riconosciuta e accettata dalla razionalità del buonsenso comune.

Ciò, però, non ha impedito di provare una sorta di frustrazione che ha acutizzato il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, anche in una situazione di crisi, durante la quale si tende a perdere il contatto con gli “altri”, si avverte sempre di più l’esigenza del legame che esplicita la natura dell’individuo come “animale sociale” durkheimiano. In altri termini, in un periodo di distanziamento sociale, l’uomo ha avvertito se stesso come parte integrante di un unicum vasto e articolato, un reticolo di rapporti sociali che determinano e caratterizzano la propria personalità prima ancora dei proprio tratti individualistici.

Proprio per questo motivo, giocano un ruolo determinante gli strumenti tecnologici che consentono la “relazione” e il “rapporto” prescindendo dalla prossimità fisica. Attraverso il proprio smartphone o con una mera webcam si può restare connessi con quella realtà sociale ormai proibita.

Ecco che le relazioni sociali, con l’ausilio di strumenti tecnologici divengono sempre più radicati e rassicuranti, in un periodo di regnante incertezza.

E se per un verso si sono intensificati i rapporti virtuali modificando la forma di contatto con persone relativamente vicine, per l’altro attraverso il web si sono diffuse sempre più immagini e riprese di “celebrazioni” e “manifestazioni” scoppiate in Cina e che in pochissimo tempo sono state imitate in tutti i paesi colpiti, dando origine a eventi che si rivestono di un abito sempre più simile a quello di un vero e proprio “rituale”. Basti pensare all’appuntamento delle 18 sui propri balconi, con gli altri condomini per intonare una canzone o l’inno nazionale, in pochi giorni notizie di cori e corsi di “zumba” improvvisati hanno fatto capolino sulle testate giornalistiche nazionale e internazionali. Ciò che è cominciato a Wuhan, in meno di due mesi si è diffuso in molti paesi, rendendone simili le tipologie di incontri e di relazioni. E’ interessante notare come i rapporti sociali, divincolandosi dalle consuetudini si sono modificati, cambiando forma e uniformandosi progressivamente (per gli aspetti costitutivi e il modus operandi) a quelli degli altri paesi assumendo, così, strutture tanto nuove rispetto al passato, quanto simili a quelle affermatesi in luoghi apparentemente distanti, consolidando ulteriormente gli aspetti caratterizzanti del “villaggio globale”.

Gli strumenti tecnologi, perciò, rivestono un ruolo importante nelle relazioni sociali di questo particolare momento e al contempo potrebbero offrire un apporto positivo anche dal punto di vista sanitario. In questo periodo, infatti, sul modello della Corea del Sud, si sta sviluppando una App che consentirebbe alla Protezione Civile di monitorare gli spostamenti delle persone contagiate. In questo modo si avrebbero dati relativi al rispetto della quarantena e, al tempo stesso, si potrebbero rintracciare tutte le persone che sono potute entrare in contatto con essi, al fine da facilitare e incrementare l’utilizzo dei tamponi, indispensabili per l’individuazione dei percorsi effettuati dal virus e dal suo tempestivo contenimento. L’adozione di tale strategia non ha sollevato pochi dubbi soprattutto relativi al rispetto della privacy, che a quanto pare, non dovrebbe essere lesa in quanto non verrebbero rese pubbliche le identità dei contagiati, ma getterebbero luce solo sui luoghi dove si sarebbe potuto verificare un contatto. Se il progetto troverà un riscontro positivo si potrebbe avere uno sguardo ancora più chiaro sulle dinamiche sociali e le tecnologie digitali acquisirebbero ancora più risonanza in tal senso.

In un periodo determinato dal cambiamento, il rapporto tra essere umano e tecnologie diventa ancora più determinante e queste ultime rappresentano sempre di più da un lato “le macchine da presa” che registrano la rete dei contatti umani e dall’altro il fil rouge che consente la loro indviduazione.

 

 

L'articolo è stato scritto da...

 

scrivereL'articolo è stato scritto da Carmelina Mesisca
Sociologa e Insegnante, vive a Verona

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