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Categoria: Psicologia
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artistaCon questo scritto si tenterà di evidenziare alcune caratteristiche della personalità degli artisti, emerse nel corso di analisi biografiche.


Dopo Freud, gli psicoanalisti si sono interessati ai meccanismi della creatività e molti di loro hanno avanzato l’ipotesi di un fattore trainante, presente in ogni opera d’arte, e cioè: il desiderio della madre. Bisogna, infatti, tener conto dell’importanza che riveste la figura materna nell’organizzazione della personalità, associata, però, anche ad un altro fattore ugualmente importante: la depressione.
Nei creatori, non a caso, si è riscontrato, spesso il persistere della compiacenza infantile e la ricerca della madre anche nell’età adulta. Secondo A. Di Benedetto, l’esperienza estetica sembra contenere, sia l’elemento maniacale che quello depressivo facendo appello a due esperienze introiettate: il sentimento di “fusione” con il seno materno; il riconoscimento di un oggetto “separato ”.
Si tratta di due aspetti contraddittori dell’esperienza psichica: l’uno, appunto, “maniacale”, nel quale è contenuta la fusione con qualcosa di grande e l’altro di depressione, in cui è implicito il dolore della separazione. L’esperienza estetica, dunque, li contiene entrambi, riuscendo a coniugare una sorta di gioiosa estasi mistica, di immedesimazione con l’oggetto, con un acuto senso di alterità e di individualità .
Winnicott ritiene che, la creazione prende origine da un elemento femminile, trasmesso molto presto al fanciullo, attraverso uno “sguardo metaforizzante”, che consentirebbe delle proiezioni immaginifiche .
Pensiamo al particolare rapporto di Goethe con la madre, rapporto che ha lasciato tracce nella sua opera e che viene fuori nell’esclamazione di Faust: “Le madri, le madri, che strano suono hanno queste parole!”.
Neumann, ad esempio, è dell’opinione che spesso un rapporto soffocante e iperprotettivo può determinare, come nel caso di Goethe, una notevole creatività nell’individuo adulto.
“In molti bambini amati eccessivamente dalla madre si sviluppa poi un forte senso di sicurezza, la convinzione di essere particolarmente dotati, una particolare inclinazione alla creatività ”.
Viene quasi automatico ricordare anche Giacomo Leopardi, che, frustrato dal mondo esterno familiare, gelido e vuoto, trova un fattore di compensazione solo nei libri, gli unici a rispondere alla sue richieste d’affetto. La forte passione e ambizione di comporre e pubblicare opere, lo fa evadere dalle oppressive condizioni ambientali, in cui la figura, forse più terrificante è proprio quella della madre, schiacciata da un forte bigottismo.
O George Gershwin, grande musicista e compositore americano, uomo di successo, ricchissimo e amatissimo dalle donne. Allo stesso tempo, però, insicuro, costantemente alla ricerca di qualcosa, quasi non riuscisse mai a raggiungere completamente la meta. Fin dall’adolescenza, si è portato dietro la malinconia e la depressione. La madre Rose, non è mai stata soddisfatta della carriera del figlio, sempre pronta a fargli notare le recensioni negative dei critici musicali. Possessiva, lo ha sempre “costretto” a non sposarsi. Allo stesso tempo, però, era fredda e distaccata: se il piccolo George provava a darle un bacio, lei si voltava dall’altra parte .



Un altro esempio, può essere Hemingway, con una madre “reale” depressa e un’imago materna morta dentro di sé, un deserto gravato di tenebre e silenzio, rispetto al quale tenta un’identificazione vitalistica col padre. Ma già prima che attorno a lui cadessero suicidi il padre, il fratello minore e la sorella, la negazione maniacale della depressione comincia a mostrare le sue crepe .
E il padre? Nella maggior parte delle analisi effettuate, sembrerebbe che molti poeti abbiano avuto dei padri assenti, o persi in tenera età. Secondo Brenot, infatti, tra le componenti della personalità creativa vi è la combinazione di tre fattori: uno energetico predisposto, un’attitudine particolare di un ricco ambiente culturale e una casualità degli eventi della vita, come la presenza o assenza di genitori .
La frequenza, nelle biografie degli esseri creativi e dei personaggi fuori del comune, della perdita dei genitori e degli abbandoni precoci, hanno senza dubbio giocato un ruolo rilevante, mobilitando una serie di difese della personalità.
In molti scrittori, la morte precoce del padre, sembrerebbe un forte stimolo alla creazione, ciò avverrebbe a condizione che essa non venga superata, e che la sua energia continui a essere sublimata esclusivamente nell’attività riparatrice. L’atto creativo potrebbe risultare, dunque, come un tentativo, sempre vano e infruttuoso, di compensazione della perdita. Il lutto rende disponibili l’energia affettiva e la libido, ossia quegli impulsi che fino ad allora erano orientati verso la persona scomparsa. Questa energia sembrerebbe capace di orientare, in certi casi, il centro del motore per la realizzazione di un’opera.
Un esempio è rappresentato da Munch, che incarna a pieno, con la sua produzione, la funzione de-tensiva dell’attività artistica. La sua vita è segnata da un’infanzia ricca di vicende dolorose e di lutti, tra cui quello della madre, che non riesce ad elaborare, se non con la pittura .
In un approfondito studio clinico sul genio creativo, André Bourguignon, vede nel padre l’accesso al pensiero astratto e nella madre la porta alla poesia.
La sua ipotesi è che la presenza esclusiva della madre dovrebbe favorire l’espressione lirica, mentre la situazione inversa sarebbe piuttosto orientata, invece, verso i pensieri astratti, matematici e filosofici, come è stato per Descartes, Spinoza, Pascal e tanti altri che hanno perso la madre nell’infanzia .
Questa interessante tendenza si verifica spesso, in particolare in letteratura, dove sembrerebbe, ormai classico, datare l’origine dell’opera con quella della morte del padre.
Joyce, Proust, e Freud hanno effettivamente cominciato a essere creativi “solamente” dopo la morte del proprio padre, come se avessero avuto bisogno di questa autorizzazione del destino per esistere



Per A. Stokes l’artista possiede in sommo l’abilità di riunire in una forma armoniosa sensazioni primitive, frammentarie e disomogenee: “le tensioni psichiche infantili inerenti ai dati sensoriali rinnovano in lui una freschezza di visione, una capacità di affrontare, come se fosse la prima volta, il mondo fenomenico e i sentimenti che esso produce ”. L’arte fa rivivere l’urto di impressioni sensuali della prima infanzia .   
Continuando nell’analisi della vita di queste personalità, si rimane colpiti da alcune componenti che sembrano essere presenti in ognuna di loro, come ad esempio: la sensibilità, l’audacia, lo spirito di ribellione, la forte tendenza  all’individualismo, la perseveranza, l’attitudine al gioco e l’umiltà.
Tra queste colpisce la grandissima attitudine al lavoro e la perseveranza che queste persone sembrano possedere.  
Buffon afferma: “Il genio non è niente altro che una grande attitudine alla pazienza ”.
E’ ricorrente, infatti, l’immagine di artisti creatori, scrittori, pittori e musicisti, seduti al tavolo da lavoro, giorno e notte, con la penna o il pennello in mano. La volontà interiore è come una conferma dell’energia dell’autore-creatore.
Michelangelo, Cocteau, Leonardo da Vinci, Beethoven, Flaubert, sono esempi di instancabili artigiani delle loro opere geniali, vincolati al loro impegno come a una missione divina che esige dal suo autore la dedizione assoluta, anche le energie più recondite del suo essere.
Michelangelo, infatti, lavorando dalla mattina alla sera, aveva acquisito un’energia e una velocità realizzativi fuori del comune.  Altre caratteristiche, già menzionate sopra, sono la sensibilità e l’indipendenza dei grandi creatori, che si presentano quasi sempre insubordinati nei confronti dell’ordine sociale e avulsi dal mondo nell’esilio della loro creazione.
La sensibilità, tipica di queste persone, e la permeabilità nei confronti dell’inconscio, permette loro di enucleare dalla sofferenza una più profonda conoscenza del mondo. I più grandi artisti hanno fatto dell’opera artistica un processo di vitale trasformazione.
Egli destina il suo tempo e ogni sua energia a creare delle forme del bello che resistono all’usura del dolore umano, pur essendo forgiate con la materia stessa della sofferenza. L’opera d’arte, infatti, nascerebbe a prezzo di una elaborazione dolorosa della propria sofferenza, a prezzo cioè di un lungo e totale sacrificio del sé cui l’artista si sottomette con profonda fede .  In questo senso possiamo sostenere che gli artisti sono fortunati, non perché, appunto, vengano risparmiati loro lutti e dolori, ma perché essi sono capaci di dare al dolore un significato universale.



Nella storia personale di Luigi Pirandello, ad esempio, nella sua infanzia, nell’ambiguo rapporto con il padre, e nel continuo accompagnarsi nelle sue vicende ad episodi follia e di morte, possono esseri rinvenuti i referenti materiali dei suoi sogni e dei suoi incubi, nonché il seme da cui nascono i suoi personaggi . Fra questi, Mattia Pascal sembra avere particolari affinità col drammaturgo e per Mattia Pascal, come per tanti altri personaggi pirandelliani, il problema è quello di trovarsi imprigionati in un ruolo, sotto una maschera che vela e nasconde la verità della persona . La stessa malinconia acuita dalle disgrazie che segnano la sua vita, Pirandello la trasferisce in Mattia Pascal. Il personaggio abbandona il proprio ruolo per indossare una maschera, nel tentativo di “arginare la paura, l’angoscia per l’esistenza, di garantire l’esistenza di contro alla paura e all’orrore . Pirandello, che non può nascondersi dietro alcun guscio protettivo né lasciarsi alle spalle legami e responsabilità, attua il travestimento all’interno del personaggio. Le idee di suicidio che nascono nella mente di Pirandello, allo stesso modo sono rivissute dal suo personaggio . La scissione della personalità  e l’ossessione del ruolo che ognuno è costretto ad impersonare davanti agli altri, il mondo come teatro delle marionette, è un motivo dominante delle sue opere, proprio perché costituiscono per lui un problema del quale non riesce a liberarsi. Da ciò scaturisce, inevitabilmente, l’aspetto malinconico, e deprimente della personalità del drammaturgo.
Starobinski, scrive in un suo brillante saggio: “c’era un tipo di uomo particolare che si interessava alle maschere o piuttosto vedeva le maschere dappertutto: il malinconico. Il malinconico vive un tempo che non è il tempo degli altri, un tempo rallentato, un tempo sul quale la sua malattia proietta un’ombra, ed è lui che crede di non vedere intorno a sé altro che maschere (…). Legge il mondo come un teatro dove ciascuno recita la propria parte, ciascuno recita il proprio ruolo. Ma il teatro è come una scena di illusioni, di suggestioni ”.
Da sottolineare è senz’altro anche l’istintività che emerge in queste personalità. Goethe si dice spinto a scrivere poesie per istinto e Kandinsky, in uno scritto intitolato “Sullo spirituale in arte”, sostiene la tesi che l’arte sarebbe caratterizzata da una necessità interiore . Samuel Johnson, dal canto suo, prima di Goethe e di Kandinsky, parla dell’immaginazione come di una fame incessante che necessariamente deve trovare pacificazione, ovvero espressione, in qualche impiego .  
Anche l’indipendenza e l’estraniarsi dalle banalità della vita, sembrerebbero tratti fondamentali, indispensabili entrambi al concepimento creativo, ma altrettanto importanti sono anche la marginalità e l’insofferenza che riflettono la rottura con i contemporanei.
L’artista, secondo Rank, fa virtù della necessità di individualizzazione, di generare da se stesso un mondo a sé e di assoggettare il mondo esterno a quello interno . Egli pone molta enfasi sull’autonomia dell’artista rispetto alla collettività, affermando che l’arte, rappresenta una graduale liberazione dalla dipendenza dai canoni della collettività, e un’evoluzione creativa e individuale della personalità.
Il creativo è quindi, anche per questo, un essere profondamente asociale, al margine delle convenzioni.



Dalle analisi fatte è emerso che molti artisti, nel corso della propria vita, si sono dovuti confrontare con l’emarginazione e la solitudine; spesso prima di affermarsi e ottenere consenso sono stati derisi; si sono sentiti incompresi e stranieri rispetto agli altri e perfino rispetto a se stessi. Nel massimo dell’espressione originale dunque, l’artista tende a godere di solitudine.
Mozart affermava, ad esempio, che nella massima solitudine, ovvero quando si sentiva veramente se stesso, le idee lo visitavano .
La ricerca della solitudine è un tratto ricorrente tra quelli che incarnano la leggenda dell’artista. Anche se, quella della solitudine, è una dimensione interna che appartiene un po’ a tutti, ciò che rappresenta la particolarità è la scoperta della propria diversità, cioè la solitudine dell’estraneamento dal contesto in cui si è calati.
Il peso della diversità è veramente difficile a sostenersi, e basterebbe volgere lo sguardo ai grandi artisti, da Leonardo a Van Gogh, a Kafka, per capirne tutta la  sofferenza.
Essere diversi significa non avere alcun punto di riferimento esterno cui appigliarsi, essere costretti a rapportarsi con un mondo al quale non ci si sente di appartenere e i cui ritmi, qualità e giochi non hanno alcun senso profondo. Occorre molto coraggio per coltivare la propria diversità perché essa si oppone con forza alla menzogna collettiva, si costituisce come norma individuale contro i pregiudizi della moltitudine. Numerosi sono, infatti, coloro che hanno vissuto nel silenzio della creazione e non hanno lasciato alcuna discendenza tranne che le loro opere. Il ritiro dal mondo diviene, per queste persone una necessità e un istinto di conservazione.
Un metodo, spesso utilizzato dai creatori, per evadere e isolarsi dal mondo circostante, è scalare i ritmi del sonno, non a caso è stato riscontrato che molti sono gli artisti sofferenti di insonnia, che hanno sconvolto il proprio orologio biologico, lavorando di notte e dormendo di giorno.  
Un altro fattore emerso è che, queste personalità sembra vivano, quasi sempre, un rapporto simbiotico e adesivo con le proprie opere, un forte attaccamento emotivo. “Ogni quadro, ogni scultura è un pezzo del “Sé” emozionale che si smarrisce nel deserto delle passioni; vivono come madri che temono per l’assassinio delle proprie creature ”.
La Segal sostiene che, può definirsi  bisessuale l’atteggiamento che  l’artista assume nei confronti della propria opera . Con essa, in altri termini, si è al tempo stessi padri, perché fecondatori, e madri, perché si assume un atteggiamento ricettivo.
Con l’opera d’arte, quindi, ci si identifica, cioè coi ruoli di padre e di madre. E’ lo stesso Michelangelo a confermare questa teoria; quando gli veniva chiesto, infatti, per quale motivo non si fosse sposato egli rispondeva che le sue opere erano i suoi figli.
Anche Kohut, ha sottolineato la natura particolare del rapporto tra il creatore e la sua opera, una natura narcisistica; secondo l’autore,  l’opera assumerebbe per l’artista, la stessa funzione che hanno per i bambini gli oggetti-Sé narcisistici. Seguendo questo ragionamento, il prodotto è vissuto come un’estensione del Sé e ciò spiega anche tanti fenomeni, come la difficoltà a separarsi dall’opera compiuta e la sofferenza a vederla manipolata da altri. Su questo punto Kohut scrive: “Inconsciamente si riconosce che l’opera dell’artista è immutabilmente legata alla personalità del suo creatore e non deve essere alterata dagli interventi di un altro”.   
E’ altrettanto ricorrente il fatto che, nella maggioranza dei casi, sembra che gli artisti non lavorino per essere famosi o perché la propria opera verrà pagata molto. Una motivazione di questo tipo è talmente superficiale che non ha nessun significato. E’ fondamentale, al contrario, la soddisfazione che questi ricevono dal fare ciò che si ritiene importante soggettivamente.


 

Ha notato Antonin Artaud: “nessuno ha mai scritto o dipinto, scolpito, modellato, costruito, inventato, se non, di fatto per uscire dall’inferno ”. Si parla, dunque, di una motivazione molto più profonda e strettamente personale, che va ben oltre l’aspetto materiale e venale.
Un’altra caratteristica, anche abbastanza evidente è rappresentata dalla stravaganza, soprattutto in artisti quali pittori e scultori, e dall’instabilità dell’umore che sembrerebbe evidente nelle loro conversazioni. L’estrema instabilità umorale porterebbe all’eccesso la normale tendenza ad avere più Sé contrapposti e in conflitto tra loro. Gli umori oscillanti, ritmici e transitori, così caratteristici della malattia maniaco-depressiva e dei temperamenti a essa connessi, possono anche mescolare, o sfruttare, umori osservazioni e percezioni apparentemente contraddittori.
Questi flussi e questi accoppiamenti permetterebbero, quindi,  all’artista, di esprimere con maggior accuratezza i cambiamenti, le ambiguità e le contrapposizioni che realmente esistono sia nell’uomo sia nel mondo naturale. D’altronde un atteggiamento coerente nei confronti della vita non può, essere tanto sensibile quanto la capacità di convivere con uno stato psichico in costante mutamento.
Tra i denominatori comuni nella vita degli artisti, un ruolo importante spetta anche alla precocità, questa si osserva soprattutto nelle arti plastiche e nella musica, discipline che non necessitano la completa maturità del linguaggio per cominciare a esprimersi (come, per esempio, è successo per Mozart o per Picasso) .
Il percorso interiore che porta a scegliere di creare per sopravvivere è un percorso duro, profondo, spesso inconscio ma seguito, accompagnato e sostenuto da un elemento indispensabile comune a tutti gli artisti: la passione. Essi ne sono impregnati e grazie ad essa accettano di lasciar travolgere tutta la loro vita in ogni minimo aspetto,  sacrificando la quotidianità in nome dell’arte.
Così si esprime Henry Moore, il grande scultore: “Tutta la mia formazione come scultore è un tentativo di capire e di sentire più intensamente le forme e le figure all’intorno e di provare quindi una reazione di fronte alle forme nella vita, di fronte alla figura umana e alla scultura del passato. Non è una cosa che si possa imparare in un giorno, perché la scultura è una continua e mai finita ricerca. Penso alla scultura in ogni momento. Lavoro alla scultura nel mio studio per dieci o dodici ore al giorno. E pure la sogno ”.
Sono molti a ritenere che la costituzione fortemente passionale formi una parte integrante del temperamento artistico.
Tra di essi, il poeta e saggista americano George Edward Woodberry, per esempio, scrive: “Il segno distintivo del poeta è dato dal fatto che la passione ha nella sua vita un peso maggiore rispetto agli altri uomini. Questo è il dono: la forza di vivere. Sono stati, i poeti, in modo particolare creature di passione. Hanno vissuto prima di cantare. L’emozione è la condizione della loro esistenza; la passione è l’elemento costitutivo del loro essere ”.
Anche Poe, nei racconti ha sottolineato l’importanza dell’esaltazione, della follia e della passione in coloro che vogliono immergersi “nell’oceano sterminato ”.  
Artisti e scrittori, si distinguono enormemente non solo nella capacità di provare, ma anche di tollerare emozioni estreme e di vivere in stretto rapporto con le forze più oscure.
Essi mantengono la consapevolezza dei moti inconsci del loro pensiero ma devono lottare con emozioni estremamente tumultuose e imprevedibili.
L’integrazione di queste fonti profonde, propriamente irrazionali, con processi più logici può risultare un compito assai complesso, ma, se l’impresa ha successo, l’opera che ne risulta sarà caratterizzata da un marchio unico, da un “tocco di fuoco”, la traccia di tutto ciò che l’artista avrà dovuto attraversare.



Ho citato, come esempi, grandi personaggi, ritenuti ormai dei miti da tutti, testimoni di un’opera “classica”, adesso, mi piacerebbe descrivere l’opera di alcuni artisti più contemporanei, a dimostrazione del fatto, che forse, le dinamiche psicologiche, giacenti alla base della creazione, non sono poi tanto cambiate da Michelangelo e Leonardo.
Bourgeois, ad esempio, scultrice statunitense che ha avuto il giusto riconoscimento solo in età avanzata, presenta il suo lavoro come testimonianza di un mondo interiore tormentato.
Nelle sue opere, esseri racconciati, ricuciti, un po’ gonfi come se fossero dei morti  annegati, tragicamente sofferenti, pieni di ferite, sembra di cogliere aspetti infantili, adolescenziali della sua personalità traumatica.
E’ un’artista di grande sensibilità. I suoi fantocci, attraverso le loro ferite, raccontano le ingiustizie umane; le lacerazioni delle memorie profonde dell’artista che, identificandosi nell’opera, le proietta nel presente che ripete la storia. Il suo lavoro è inteso come “necessità” per la vita.
Da questo tipo di argomento non si può escludere Basquiat, graffitista statunitense, morto prematuramente per overdose.
Il suo è un caso esemplare di indipendenza dal sistema. Egli riflette il disagio esistenziale di quanti si trovano a vivere in una metropoli globalizzante senza riuscire ad adattarsi ai modelli convenzionali.
E la ribellione è espressa con linguaggio nativo, selvaggio. L’opera è un diagramma di segni-scrittura, di graffi di rabbia che parlano del suo difficile rapporto col mondo esterno. Del resto in tutti i graffitisti c’è l’incontenibile bisogno di comunicare la angosce invadendo gli spazi pubblici. Non c’è dubbio che in Basquiat, come in Keith Haring, ci fossero anime di individui strutturalmente emarginati che amano vivere nei sotterranei, nei metro, e lì rappresentare il loro mondo.
Non è casuale che volessero invadere lo spazio pubblico, come per entrare con prepotenza all’interno di un contesto sociale e relazionale che li aveva esclusi e che invece intendevano assolutamente possedere.
Tornando indietro di pochi anni, rispetto Bourgeois e Basquiat, invece possiamo trovare altri esempi illuminanti rispetto un’arte vissuta intensamente. Arte di creatori  quali, Braque, Breton, Frida, Picasso.
Frida Kahlo, artista cilena, rappresenta un simbolo e un’ispirazione per chiunque voglia provare una rivoluzione politica, artistica o sessuale. Fisicamente devastata da un incidente automobilistico, che l’ha costretta ad un lungo calvario e a subire trentadue interventi chirurgici e l’amputazione di una gamba, vive gli ultimi anni della sua vita su una sedia a rotelle. Dall’incidente i temi centrali del suo lavoro diventano il dolore, la forza, il sangue, la vita.
I suoi quadri, molto crudi, sono i testimoni eloquenti di una vita di sofferenza e passione, di solitudine e grande coraggio.
Pablo Picasso, invece, è stato forse uno dei talenti più precoci e multiformi della storia dell’arte. Nel corso della sua lunga attività artistica, sperimenta e inventa di tutto. Si muove in maniera incessante da un’idea, all’altra, genera nuovi movimenti e tendenze, ne attraversa altre.
Ciò potrebbe essere una testimonianza della presenza, nella personalità artistica, di un elemento “ossessivo” e “iperattivo” caratterizzante il pensiero creativo (argomento che sarà affrontato nel paragrafo successivo).

 


Esseri creativi significa, dunque, stabilire una profonda sintonia tra l’interno e l’esterno, tra la dimensione interiore e la opere nelle quali questa dimensione si concretizza.
Non si tratta, tuttavia, di negare la realtà oggettiva, che comporterebbe la disintegrazione interiore, ma di metabolizzare contenuti, richieste, valori, rendendoli funzionali alla propria crescita interiore. L’incapacità di adattarsi alla realtà esterna, infatti, costituisce una pericolosa fonte di nevrosi, ma, nella sua valenza positiva, si ripropone come ricerca di un equilibrio tra universo esterno ed interno, a patto che tale equilibrio sia il frutto di una ricerca personale, creativa.  
Un fattore indispensabile all’artista è, però, per eccellenza il fattore umano, poiché, in definitiva è ciò che ha consentito i grandi progressi dell’umanità, che ha animato gli avventurieri dell’impossibile e tutti i creatori di universi, poeti, maghi, profeti, inventori e musicisti.
Il fattore umano rende queste persone esseri particolari, unici,  profondamente diversi rispetto ai propri simili.


...“Occorreva far uscire dalla penombra ciò che avevo sentito in me, ritrasformarlo in un equivalente spirituale. Ora il mezzo che mi sembrava l’unico adatto, che altro era se non il creare un’opera d’arte?”
(Marcel Proust)

 

 

 

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