Stampa
Categoria principale: Articoli
Categoria: Criminologia
Visite: 20514
Riflessione sul Complesso di Medea e sul figlicidio, attraverso i diversi studi criminologici e le diverse tipologie di "madri che uccidono".
Attraverso l'analisi delle caratteristiche, si confronta inoltre tale fenomeno con quello relativo allo "Stalking"
 

Secondo la Criminologia Clinica e la Psicologia, il Complesso di Medea –che ci riporta naturalmente alla nota figura greca- sta a delineare quel quadro sindromico nel quale il genitore di sesso femminile (la madre), posto in situazione di stress emotivo e/o conflittuale con il partner, utilizza il proprio figlio per scaricare la sua aggressività e frustrazione, arrivando anche all’azione omicidiaria del piccolo, strumento di potere e di rivalsa sul coniuge .

Da un punto di vista psicologico, nel momento dell’uccisione del figlio, la madre raggiunge l’apice del delirio di onnipotenza (tipico delle crisi psicotiche) e si autonomina giudice di vita e di morte. Un esempio a riguardo è in Marybeth Tinning la quale uccise i suoi 9 figli uno alla volta facendole passare per morti naturali, nei periodi in cui litigava con il marito (tentò di uccidere anche lui avvelenandolo); altro esempio lo troviamo in Theresa Cross che uccise i suoi due figli in modo particolarmente brutale, dopo violente liti con il marito.
I così detti “Figlicidi” sono tutt’oggi un fenomeno sottovalutato e sottostimato andando ad aumentare il “numero oscuro” nello studio della statistica in questione, ossia la quantità di fatti delittuosi o quasi – delittuosi che non possono essere riportati perché non denunciati o non arrivati ad omicidio conclamato. Lo stesso Lombroso (1892) padre della Criminologia Positivista, considerava una rarità la donna violenta, nella quale lo sbocco naturale dell’aggressività si pensava fosse la prostituzione. D’altra parte l’assassinio sembra essere del tutto in contrasto con il ruolo attribuito oltre che al sesso femminile in generale ed alla madre in particolare, come protettrice della famiglia. Infine da un punto di vista evoluzionistico il figlicidio risulta “contro–natura” per la sopravvivenza della specie di cui la madre è portatrice.

 


 

 

Un importante riflessione può scaturire se paragoniamo il Complesso di Medea con  la “Sindrome del molestatore assillante” –ovvero lo Stalking- : in entrambi possiamo notare un bisogno eccessivo di controllo sull’altro, in particolare sulla persona amata sia essa il proprio figlio (Complesso di Medea) o il partner (Stalking).

Secondo alcuni studiosi, l’origine viene fatta risalire ad una sensazione genetica alla gelosia, nel momento in cui, la paura di perdere una persona è talmente forte, non per la persona di per sé, quanto per la perdita in se stessa.

La sensazione di perdita si avverte sempre e da subito. Lo stesso Carotenuto affermava che “nasciamo traditi”: dopo nove mesi di contatto materno, la madre avverte immediatamente una sensazione di perdita e di abbandono del proprio figlio fino ad allora percepito come parte di sè. Gradualmente la madre si accorge così che il suo amore potrà essere sostituito da altre forme di amore (amici, partner) che la rimpiazzeranno.

Oltre al bisogno di possesso, già accennato, un’altra caratteristica del Complesso di Medea è quindi il bisogno di sentirsi (ed essere) unici ed esclusivi; la sensazione che molte madri hanno di perdere gradualmente una parte di se stesse è influenzato dal proprio ruolo sociale. Diversamente dal figlicidio paterno in cui il padre spesso uccide per vendetta ma è comunque “socialmente sano” in quanto, proprio per il ruolo sociale vestito, trova la sua realizzazione anche e soprattutto al di fuori del contesto familiare, nelle madri spesso (paradossalmente ancora oggi!) la massima realizzazione di sé è data dall’accudimento della casa, del marito e dei figli verso i quali opera il cosiddetto investimento emotivo (da qui il tipico iperprotettivismo materno).

La madre in questi casi ”si illumina della luce” del proprio figlio al quale dà molto, ma allo stesso tempo pretende ed investe altrettanto.

 


 

Secondo dati EURISPES del Gennaio 2003, in 226 omicidi commessi nel 2001, il 27% era ad opera dei genitori. La loro età si aggirava tra i 30 ed i 40 anni, mentre la vittime risultavano essere dai 15 anni in giù. Questi dati possono essere spiegati da un punto di vista psicologico con una maggiore propensione ed un effettivo maggior contatto con la madre (ogni individuo accenniamolo, passa da un contatto unico ed esclusivo, altrimenti detto “simbiotico”, con la figura materna alla nascita, successivamente con la figura paterna attraverso un processo di identificazione, poi con i pari per cominciare quel processo di separazione dai genitori e di creazione e sviluppo di una propria identità).

Sempre secondo l’Eurispes, gli omicidi materni vengono commessi maggiormente al nord, probabilmente per una maggiore solitudine da parte della madre nel proprio ruolo sociale, mentre nel sud, ancora oggi, è fortemente sostenuta dalla famiglia d’origine.

Quando questi omicidi vengono alla luce, la società stessa tenta di darne una spiegazione o almeno di giustificare tale atto criminoso, ma solamente l’1% di queste madri risulta, dopo dovute perizie psichiatriche, in stato patologico stabile o transitorio.

Da un punto di vista più generale, bisogna innanzitutto distinguere l’ “infanticidio” (madre procura morte del feto dopo il parto) dal “figlicidio” (madre procura morte del figlio); anche da un punto di vista legale, la differenza è fondamentale: nel primo caso la pena varia dai 4 ai 12 anni, mentre nel secondo caso è dai 21 anni in poi.

 


 

Grande studioso del Complesso di Medea è in Italia Nivoli, il quale classifica le possibili motivazioni che portano la madre ad uccidere il proprio figlio. Premessa fondamentale è il fatto che raramente ci troveremo di fronte a madri spinte da un’unica motivazione personale.

 


Secondo infine Nivoli, vi possono essere diverse variabili concausali in un figlicidio:

1. La madre prova un senso di ineguatezza nel proprio ruolo. Questo è dovuto in larga parte a non aver avuto un modello positivo materno da poter imitare.

2. La madre presenta spesso patologie acute. In questo caso tali cause sono in realtà delle aggravanti o fattori che precipitano un determinato evento (ad esempio: depressione post-partum, tristezza, incapacità a soddisfare le richiesta del bambino che piange)

3. Molto spesso la madre ha avuto delle situazioni problematiche quali situazioni di perdita, lutti o abbandono.

 

powered by social2s
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.