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Articoli

Articoli professionali di Psicologia, Sessuologia,Crimonologia, Sociologia, per capire meglio quello che stiamo vivendo, affrontando, condividendo. 

Riflessioni personali su ciò che ci circonda o su tematiche attuali. 

Recensioni cinematografiche o bibliografiche su ciò che abbiamo visto o letto. 

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locandinaNuovomondo è il racconto del viaggio di una famiglia che, agli inizi del XX secolo, si mise in marcia verso New York, la nuova Terra Promessa dove cercare felicità e benessere. Emanuele Crialese (Respiro) riesce a costruire una pellicola originalissima, che se pecca all’inizio per un incipit troppo descrittivo, che trascura la trama, successivamente coinvolge lo spettatore, conducendolo fino ad uno stupefacente finale. Il film convince grazie soprattutto all’attenta caratterizzazione dei personaggi, ad una regia elegante (fantastica l’inquadratura della partenza), e una sceneggiatura incalzante e ritmata, che lega fluidamente momenti drammatici e sequenze esilaranti. Il fascino di Nuovomondo sta però soprattutto nell’abilità del regista di mescolare una regia dalla forte impronta neorealista con sequenze totalmente visionarie (come le nuotate nel latte), che richiamano Kusturica e il suo universo di sogni e colori. Il viaggio intrapreso da Salvatore è un percorso di metamorfosi dall’uomo antico all’uomo moderno; egli crede di poterci riuscire conservando comunque una propria identità e le proprie tradizioni, ma non è così: il mondo civilizzato ha bisogno di persone razionali in grado di dominare la natura, e non di persone legate alla loro terra, che credono di comunicare con i morti, che vedono fantasmi, che sono dediti a riti scaramantici e paesani. L’uomo del Nuovo Mondo non ha più un passato, bensì è continuamente proiettato verso un futuro che però resta inafferrabile. Alla fine il film commuove proprio per questo: Salvatore e la sua famiglia non riescono nell’intento di trovare la felicità e non rimane loro altro che l’immaginazione, attraverso la quale continueranno a nuotare verso una terra inesistente, ma pur sempre nella speranza di poter trovare, un giorno, l’agognata “isola che non c’è”.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: E. Crialese
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia - Francia
Durata: 111 minuti

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63ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia: Leone d'Argento - Rivelazione a Emanuele Crialese
3 David di Donatello 2007: miglior scenografia, migliori costumi e migliori effetti speciali visivi
Premio Signis
1 Ioma 2007: miglior film italiano
Segnalazione Cinema for UNICEF

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locandinaParlare di donne è diventato quasi di moda ma questo film fa riflettere sul significato della femminilità nel senso più vero del termine. Attraverso una fuga quasi senza fine ognuna delle protagoniste si libera dai legami della vita passata, riflettendo l'una nell'altra, come in uno specchio incontaminato, la propria infelicità, le proprie paure ed anche la voglia di far emergere dal passato la rabbia e le inibizioni. Nel lungo viaggio verso il Messico ognuna delle protagoniste confida all'altra i desideri inespressi e lentamente, circondate da un paesaggio arido e desolato, attraversando il buio della notte, la luce dell'alba e il colore intenso del tramonto, si ritrovano ad essere l'anima e la ragione, il sentimento e la forza, l'infelicità e l'amore. Braccate dalle forze dell'ordine, ma soprattutto dalle loro stesse condizioni di vittime e perdenti, sembrano riscattare con il sorriso e con il gioco una vita piatta e inutile. Senza timore, guardando sempre avanti, continuano il viaggio verso l'ignoto e, precipitando dall'altro di un grande canyon, la strada verso la felicità diventa più lieve di un battito di ali, più puro di un amore ferito e più forte di un dolore soffocato. Così, nel silenzio, come un fiume in piena, il grido si fà più chiaro e forte; oltre lo strapiombo forse ancora una nuova vita con cui ricominciare a lottare e a sentirsi di nuovo amate. Insieme, verso la libertà, senza guardare indietro ritrovano se stesse e, come per incanto, nella luce soffusa del tramonto si frantumano i ricordi appartenuti all'ombra della loro infelicità.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. Scott
Anno di produzione: 1991
Produzione: Stati Uniti
Durata: 128 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Premi Oscar 1992 (su 6 nomination): miglior sceneggiatura originale
Golden Globe 1992: miglior sceneggiatura
National Board of Review Awards 1991: miglior attrice (Susan Sarandon e Geena Davis)
David di Donatello 1992: migliore attrice straniera (Susan Sarandon e Geena Davis)

{tab=Recensione}
locandinaMolto spesso certi personaggi hanno la semplice colpa di vivere e pensare prima rispetto a quello che dovrebbe essere il tempo giusto per pronunciare alcune cose. Forse si può riassumere così la storia di Lenny Bruce, narrata in un ottimo film del 1974 da Bob Fosse e magistralmente interpretato da Dustin Hoffman.
Comico ed intrattenitore satirico percorre una carriera costellata da eccessi ed abusi, di stupefacenti innanzi tutto, in compagnia di sua moglie, spogliarellista, conosciuta a Baltimora agli inizi della sua carriera. Il film ripercorre la vita del protagonista utilizzando spesso la narrazione postuma dei protagonisti che gli sono stati accanto, evidenziando come molto spesso la propria vita possa essere fonte di ispirazione continua se analizzata e rielaborata in maniera critica. L’arma più tagliente di Lenny, come ben mostrato dal film, è l’irriverenza verso il bigottismo sessuofobo dell’America degli anni ’50-’60 per la quale subì diversi processi e verso il sistema culturale e sociale con cui va a scontrarsi.
Nei suoi show oltre il concetto, tramite l’uso stesso della parola, decolpevolizza il linguaggio osceno mettendolo a nudo ed insegnando alla gente che quello che è, non è quello che dovrebbe essere.
Si tratta di un ottimo film, sapientemente girato in un bianco e nero che ben rappresenta la vita di un artista sempre in bilico tra luci ed ombre.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Fosse
Anno di produzione: 1974
Produzione: Stati Uniti
Durata: 112 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaA volte essere la “pecora nera” della famiglia non è poi così male. Altre volte, invece, è una vera e propria tragedia. È questo il caso di April (Katie Holmes): andata via di casa ancora giovanissima per trasferirsi in una nuova città, la ragazza vive col suo fidanzato di colore in uno squallido appartamento, in un palazzo che cade a pezzi, in un quartiere malfamato. Ma il Giorno del Ringraziamento ha un’importanza particolare negli Stati Uniti; è in quell’occasione che si cercano di superare tutti gli ostacoli. Basta un invito a cena alla famiglia che non senti da anni e tutto potrà di nuovo andar bene. O meglio, sarebbe sicuramente così se si trattasse di una romantica commedia hollywoodiana. Schegge di April, però, ha davvero poco a che fare con Hollywood. Film indipendente ed opera prima di Peter Hedges che impiega soli trecentomila dollari per la realizzazione. Gente diversa, che non si conosce. Una famiglia divisa da incomprensioni e malattie. Una sola giornata in cui April si muove goffamente per le scale del suo palazzo alla ricerca di un forno funzionante. Qui incontra persone di culture ed etnie diverse. Si mescola a loro, ne percepisce valori e tradizioni. Impara ed insegna cose. Una commedia ironica (a tratti persino brillante) che, narrando una trama relativamente esile, svela un tema importante e di ampio respiro: il bisogno di sentirsi parte di una comunità, per quanto minuscola essa sia. Ma April dovrà confrontarsi con una comunità ben più dura da scalfire, che la rifiuta da che ne ha memoria: la sua famiglia, in viaggio per una meta non troppo entusiasmante e che eviterebbero volentieri di raggiungere. Il compito è arduo, il premio senza prezzo.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Hedges
Anno di produzione: 2003
Produzione: Stati Uniti
Durata: 80 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaAbout a boy, un film dolce e pieno di fascino ed intelligenza, stupisce per la profondità con cui i vari temi vengono trattati. L’insicurezza che trafigge l’ego di un uomo adulto (Hugh Grant) tanto quanto quello di un ragazzino imbranato e molto timido; la depressione di una madre decisamente incapace a vivere. L’incredibile debolezza della menzogna e l’insostenibile forza della verità.  
Racconta di un trentottenne londinese che, riuscendo a vivere nel lusso grazie ai diritti d’autore su una canzone scritta da suo padre nel 1958, se ne sta in casa tutto il giorno a poltrire. I pensieri principali di Will, infatti, riguardano lo shopping, la tv e, chiaramente, le donne. Non storie lunghe e durature, ma brevi, passeggere. Will è tremendamente geloso della sua libertà e della sua vita. Per questo l’intrusione di Marcus, un dodicenne sveglio ed affettuoso con seri problemi in famiglia, gli scombussola i piani. Il ragazzino scopre le bugie che Will racconta alle ragazze per convincerle ad uscire con lui (afferma di essere un genitore single), ma piuttosto che smascherarlo preferisce diventare suo complice.
I due diventano amici, e Marcus scopre in Will il padre che non ha. La madre depressa e con manie suicide non si occupa di lui, ma qualcuno dovrà pur farlo. E Will prova a resistere al richiamo del suo cuore, ma i suoi tentativi finiranno per essere vani. L’amore per la vita trionfa ancora una volta. Un amore sano e profondo per qualcuno che non solo ha bisogno di aiuto, ma che soprattutto è disposto a non tirarsi indietro mai.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: C. Weitz
Anno di produzione: 2002
Produzione: Gran Bretagna
Durata:  101 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Boston Society of Film Critics Awards: Migliore attrice non protagonista (Toni Collette)
Empire Award: Miglior attore britannico (Hugh Grant)
Golden Camera: Miglior attore internazionale (Hugh Grant)
London Critics Circle Film Award: Attore britannico dell'anno (Hugh Grant)
Phoenix Film Critics Society Awards: Miglior performance maschile di un ragazzo (Nicholas Hoult); Film dell'anno
Satellite Award: Miglior canzone originale ("Something to Talk About")

{tab=Recensione}
locandinaAvere 16 anni non è certo la cosa più semplice del mondo: i caratteri si delineano e l’umore è particolarmente instabile. A tutto questo si aggiungono i primi problemi di cuore, i primi litigi con gli amici, il crescente interesse verso argomenti politici. I problemi con la famiglia, soprattutto riguardanti i genitori, certo non danno una mano.
Il secondo film di Gabriele Muccino, datato 1999, racconta tutto questo. Un gruppo di giovani amici, tra cui Silvio (il protagonista maschile interpretato dal fratello del regista, Silvio Muccino), vivono in prima persona l’occupazione della loro scuola superiore. I loro obiettivi non sono tanto politici quanto personali. Silvio vuole passare la notte a scuola perché sarebbe certamente in compagnia della ragazza che tanto gli piace, ma difende i propositi morali e civili dei giovani di nuova generazione quando il padre cerca di impedirglielo.
L’amore vince ogni cosa, e Silvio lo scoprirà molto presto. Valentina, la ragazza da cui lui è fortemente attratto, è fidanzata con Martino, un suo amico. Ma resistere alla tentazione è impossibile e tra i due si insinua un bacio che, andando a formare il pettegolezzo dell’ultima ora, mette nei guai entrambi. Martino è furioso e vuole vendicarsi; Silvio è preoccupato ed agitato. Fortunatamente c’è Claudia, la sua amica di sempre (e da sempre segretamente innamorata di lui) a parlargli. Un nuovo incontro tra i due è la nascita di un idillio, che permette all’amore puro e vero di due sedicenni di sovrastare ogni cosa.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: G. Muccino
Anno di produzione: 1999
Produzione: Italia
Durata:  88 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
2000 Brussels International Film Festival: Silver Iris per migiore sceneggiatura a Gabriele Muccino, Silvio Muccino, Adele Tulli
2000 Buenos Aires International Festival of Independent Cinema:
Cinematography Award ad Arnaldo Catinari
OCIC Award a Gabriele Muccino
1999 Castellinaria International Festival of Young Cinema: Golden Castle a Gabriele Muccino
1999 Festival del cinema di Venezia: Rota Soundtrack Award a Paolo Buonvino

 

{tab=Recensione}
locandinaNon è il primo film, né sarà l’ultimo, a parlare di mafia siciliana.
Non è il primo film, né sarà l’ultimo, a parlare di mafia siciliana vista e vissuta da chi nell’organizzazione di Cosa Nostra c’è dentro.
Di chi cresce mangiando pane e criminalità familiare, portando con sé le gioie e i dolori (il dolce e l’amaro quindi) di una vita bevuta in una sorsata e sputata violentemente.
Luigi Lo Cascio – ovvero il protagonista Saro Scordia – è ottimo interprete di questo film, accanto al burattinaio boss mafioso Gaetano Butera – ovvero Renato Carpentieri, meglio conosciuto come il Commissario televisivo de “La Squadra” – che supera a pieni voti la prova di un ruolo certamente non suo (la cadenza siciliana, la parte del “cattivo”).
Sceneggiatura a tratti interessante, come la rapina in banca in siciliano incomprensibile da chi siciliano non è o da chi non ne sa parlare, o come l’attesa per il finale agrodolce, chiedendosi: “Di che morte morirà il protagonista?”

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: A. Porporati
Anno di produzione: 2007
Produzione: Italia
Durata:  98 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaIl regista Steven Shainberg mette in scena, con Fur, il conflitto interiore attraversato dalla discussa fotografa Diane Arbus, donna relegata per gran parte della sua vita nell’opprimente prigione del conformismo. La sua storia è descritta come un viaggio oltre il perbenismo, le ipocrisie, la fredda superficialità del mondo, alla scoperta dei segreti più intimi delle persone, di ciò che nascondiamo al di sotto di quelle apparenze con cui offriamo al mondo un’immagine ordinata e rispettabile. Diane Arbus (Nicole Kidman) è una casalinga modello e una madre premurosa, ma è frustrata (anche sessualmente) perché costretta in un mondo nel quale non si trova a suo agio. Avverte il bisogno di liberarsi ed andare verso mondi diversi, imprevedibili, non omologati, e trova una via di fuga in Lionel, un freak malato di ipertricosi, il cui volto è sempre celato da una folta pelliccia di peli. Il film è bellissimo per tutta la prima parte con la descrizione del progressivo avvicinamento della fotografa al mondo bizzarro dei freaks, ma poi perde intensità, trasformandosi in un eccessivo melodramma d’amore, con sequenze struggenti esagerate. L’ottimo finale riscatta ciò che il film perde per strada, con il modo particolare di rendere la definitiva accettazione della Arbus della propria ossessione di indagare le profondità più recondite delle persone: mondi interiori da immortalare e penetrare con la fotografia; luoghi ai margini di tutto quello che le era stato sempre insegnato ed imposto; territori dove nulla è mai scontato e c’è sempre da scoprire; o magari, semplicemente, dei mondi liberi e non oppressi da una soffocante pelliccia.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Shainberg
Anno di produzione: 2007
Produzione: USa
Durata: 122 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaOrson Welles, si sa, non realizza solo film. Lui riesce a creare poesie che parlano con le immagini. Ogni scelta formale o narrativa è funzionale all’emozione da trasmettere. Un cinema che dice e racconta sensazioni attraverso inquadrature ben studiate. L’infernale Quinlan sicuramente non fa eccezione. Ogni fotogramma è pura scelta registica, il tocco autoriale è inconfondibile.
Un noir del tutto particolare, inquietante e molto suggestivo. Quinlan (un poliziotto interpretato dallo stesso regista) è un buono cattivo, dovrebbe proteggere ma decide di ingannare. Vargas è il buono tout court, che finisce con l’essere quasi del tutto asettico. Inquadrato sempre frontalmente, raramente in primo piano, finisce con l’avere un ruolo secondario rispetto all’antagonista Welles. Quinlan, infatti, è una figura imponente, autoritaria, forte sin dalla sua primissima entrata in scena. Inquadrature ed illuminazione dal basso gli danno un’aria diabolica, ma sofferente anche nella sua confessione di infelicità per la morte di sua moglie. Non è solo la macchina da presa di Welles a narrare; a fare il suo gran lavoro è la fotografia di Russell Metty. Nulla è mai lasciato al caso e la fotografia racconta i personaggi.
Eccezionale apparizione dell’irriconoscibile Marlene Dietrich, splendida come sempre, malinconica come mai prima. Acquieta gli animi ed il tono vertiginoso del film nei panni di Tanya, una prostituta proprietaria di un bordello.
Il film rappresenta l’attraversamento di un confine morale, emozionale, tecnico (non a caso è ambientato su una terra di confine). Una sorta di capolavoro, insomma, estremo quanto basta, seppur non superi (e neppure eguagli) il genio ed i canoni espressivi del precedente Quarto Potere.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Orson Welles
Anno di produzione: 1958
Produzione: USA
Durata: 95 minuti

{tab=Curiosità}

I primi otto minuti del film sono girati senza tagli, con un unico piano sequenza. 

Il film viene ironicamente citato in una scena di Ed Wood di Tim Burton: Ed Wood (Johnny Depp) parlando con Orson Welles (Vincent D'Onofrio) si lamenta di come i produttori scelgano autonomamente gli attori dei film, in modo non sempre giusto. Welles risponde "Non dirmelo. Sto giusto cominciando a lavorare a un film in cui vogliono che Charlton Heston interpreti un messicano!"

Il film viene citato pure nel film di Robert Altman I protagonisti (1992).

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaChi ha ammirato Il silenzio degli innocenti rimarrà deluso, chi ha visto Hannibal tirerà un sospiro di sollievo. Red dragon, remake del sottovalutato Manhunter – Frammenti di un omicidio, narra i fatti avvenuti prima del celebre incontro tra l’efferato cannibale e l’agente Clarissa Starling. Tre anni dopo il suo ritiro dall'FBI, l'agente Will Graham viene contattato dal suo ex partner, per aiutarlo a risolvere un caso relativo ad un serial killer. Graham accetterà, ma per comprendere la psicologia dell’assassino, sarà presto costretto a chiedere aiuto alla diabolica mente di Hannibal Lectar, la cattura del quale aveva segnato la fine della sua carriera. La storia rispecchia la stessa struttura de Il silenzio degli innocenti, con l’intellettuale cannibale che stuzzica le paure e scava dentro l’anima del poliziotto di turno (ma l’ingenuità e la fragilità di Jodie Foster sono un lontano ricordo); è questo il limite del film, che a parte una storia intrigante (ma comunque con una suspense che crolla terribilmente nel secondo tempo), non regala nulla di originale, ma solo l’occasione di rivedere sullo schermo un geniale Anthony Hopkins e le ottime performance del resto del cast. Bellissima la parte iniziale, tutta basata sull’elaborazione della psicologia dello schizzato serial killer, attraverso le analisi delle scene del crimine condotte da Graham e le conoscenze del “lato oscuro” dell’uomo da parte del professor Lectar. Poi, però, diventa tutto troppo drammatico e pomposo, quasi irreale, concentrato solo su singole scene abilmente dirette. Anthony Hopkins sparisce quasi dalla scena, prima di ricomparire in un finale purtroppo indegno e quasi ridicolo.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Brett Ratner
Anno di produzione: 2002
Produzione: USA
Durata: 124 minuti

{tab=Curiosità}

In questo thriller di Thomas Harris appare per la prima volta il personaggio del dottor Hannibal Lecter, pluriomicida-cannibale, famoso nel film "Il silenzio degli innocenti".

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

 

{tab=Recensione}
locandinaEnnesimo film di Cronenberg sull’ambiguità del reale, A history of violence narra la storia di Tom Stall, uomo dal mite temperamento, che vive seneramente con moglie e due figli nella piccola città di Millbrook. La loro idilliaca esistenza è però presto destinata ad andare in pezzi quando Tom riesce a sventare una rapina nel suo ristorante e uccide due criminali, divenendo così un eroe celebrato dalle televisioni. Cercando di tornare alla sua vita normale e senza troppe avventure, inizia ad essere perseguitato da un uomo misterioso e minaccioso, convinto che Tom sia in realtà Joey Cusack, uomo da cui in passato ha subito delle ingiustizie. Il tema ci riporta all’universo splendido di Spider, e di nuovo il regista va alla caccia della dimensione nascosta dell’essere umano, quell’aspetto di noi stessi che cerchiamo di reprimere, ma che forse non siamo così capaci di controllare. È infatti in questo serrato gioco di nervi, tra scambi d’identità, minacce e crescendo di tensione, che emerge il tema della violenza come lato infelice ma inevitabile dell’esistenza. Cronenberg riesce ancora una volta a penetrare nel lato oscuro della natura umana, scavando in profondità nei meandri oscuri dell’io e sottolineando la doppia essenza del soggeto umano, sempre in bilico tra ragione (Tom Stall) e istinto (Joey Cusack): basta una notte e un incidente per mettere in discussione l’ipocrita bucolica facciata che la famiglia felice di Millbrook ha mostrato al mondo e per lasciar emergere fantasmi e istinti repressi. La sequenza finale, cinica e allo stesso tempo commovente, è il sigillo ad un film dalla magnifica eleganza (nonostante il tema) e dallo sguardo onesto e duro verso l’essere umano. In fondo, anche l’uomo, alla fine, non è niente altro che un animale.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: David Cronenberg
Anno di produzione: 2005
Produzione: USA
Durata: 96 minuti

{tab=Curiosità}

Il film è tratto dal romanzo noir Una storia violenta di  John Wagner ed illustrato da Vince Locke del 1997

{tab=Riconoscimenti}

Il film ha ricevuto dei riconoscimenti minori, quali:  

  • Miglior attore non protagonista (William Hurt) al Los Angeles Film Critics Association
  • Miglior regia e miglior attore non protagonista (Ed Harris) al National Society of Film Critics
  • Miglior attore non protagonista (William Hurt) e miglior attrice non protagonista (Maria Bello) al New York Film Critics Circle

{tab=Recensione}
locandinaOrgoglio e pregiudizio di Joe Wright, decisamente fedele al romanzo di Jane Austen, porta sullo schermo uno spaccato della provincia inglese del diciottesimo secolo, proponendo una regia attenta ai particolari scenografici e una fotografia che, spaziando su suggestivi scorci paesaggistici, schizza un acquarello di un tempo che fu. Nella quiete della campagna inglese di fine settecento, la routine dei Bennet, una famiglia di media borghesia, viene rivoluzionata dall’arrivo del ricco scapolo Charles Bingley e del suo altezzoso amico Darcy: quale migliore occasione per l’ansiosa signora Bennet per far sposare una delle cinque figlie e assicurare la tranquillità economica alla tenuta? Se durante il primo tempo lo spettatore rischia di rimanere un po’ estraneo alla storia, la colpa non è imputabile all’ambientazione o ai dialoghi rigorosamente “stile Austen”: a non coinvolgere fino in fondo è l’eccessiva confusione con cui la tranquilla contea si trasforma in vetrina mondana; il ciarlare starnazzante delle sorelle minori e la maniacale ossessione della Bennet per garantire un “buon partito”alle figlie, estremizzata sino quasi a diventare una macchietta. Ma anche queste caratterizzazioni quasi forzate sono create ad hoc e concorrono a spiegare quel mondo in cui il matrimonio di convenienza era una consuetudine e la provenienza sociale era alla base delle relazioni sentimentali. Solo il tenebroso Darcy e l’orgogliosa Elizabeth, la secondogenita di casa Bennet, si distaccano da questa apparenza cercando di vivere in una prospettiva meno formale e di riaffermare i propri valori al di là del dover essere e del pregiudizio. Il cast è eterogeneo nella sua coralità ma nessuna interpretazione rimarrà alla storia. Spicca solo Keira Knightley che grazie all’ironia riesce a stemperare il sentimentalismo e ad ottenere una nomination all’Oscar. Meno incisivo Matthew MacFadyen che con il suo Darcy rimane in secondo piano e che, espressivamente parlando, perde un po’ in fascino quando abbandona la maschera altera e snob.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Wright
Anno di produzione: 2005
Produzione: Gran Bretagna
Durata: 127 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
grande capoLars Von Trier sospende la sua “trilogia sull’America” e vira verso il genere della commedia satirica. “Il grande capo” racconta la vicenda del proprietario di un’azienda d’informatica, che finge l’esistenza di un capo, sul quale scaricare le colpe di tutte le sue decisioni impopolari. Sarà, però, alla fine costretto a ingaggiare un attore fallito per soddisfare le richieste di alcuni compratori, intenzionati a sborsare un mucchio di soldi per avere l’azienda. Pieno di ritmo e momenti esilaranti, quanto assurdi (com’è in fondo nello stile di Von Trier), “Il grande capo” si snoda percorrendo un po’ tutte le tematiche care al regista danese: la critica contro la società, il sarcasmo sul cinema e sul ruolo dell’attore, l’assenza e la falsità di relazioni interpersonali che vadano oltre la logica del profitto, e il bisogno di affermazione nel mondo, che spesso porta a calpestare con troppa facilità ogni principio etico in cui si pensa di credere. Lars Von Trier costruisce così una commedia spensierata e divertente, anche se limitata da uno stile un po’ compiaciuto e dalla base di partenza del film, che volendo essere solo una personale pausa del regista dai drammi dei film precedenti, rischia di giungere ad un esito poco incisivo. A tratti sembra che il regista voglia quasi buttare via questa piccola trama così originale, mescolando caoticamente un tema nell’altro, senza essere mai tagliente come in passato ha saputo essere.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Lars von Trier
Anno di produzione: 2006
Produzione: Danimarca, Svezia
Durata: 99 minuti
Sito ufficiale del film

{tab=Curiosità}
All'inizio del film, come la stessa voce narrante segnala, compare Lars von Trier dietro alla telecamera, riflesso nelle finestre dell'edificio.

{tab=Riconoscimenti}
Il film non ha ricevuto riconoscimenti

{tab=Recensione}
Ispirato al bpradaest-seller di Lauren Weisberger, Il diavolo veste Prada di David Frankel è un sarcastico film sulla superficialità del successo e dell’aspetto esteriore, oltre che una lucida analisi sul mondo spietato della moda, dove più che intelligenza, ambizione, cultura e determinazione, contano sfrontatezza, inganno e ipocrisia. Andy Sachs (Anne Hathaway) è un’aspirante giornalista, catapultata a fare esperienza nel mondo a lei sconosciuto di una delle più importanti riviste di moda, diretta dalla spietata Miranda Priestley (Meryl Streep). Sarà costretta, come oggi è richiesto da una società che non ammette diversità, a conformarsi a quel mondo prima da lei tanto snobbato; tutto sommato, finirà per prenderci gusto, fino a quando non si renderà che il prezzo da pagare per il successo (la sua vita privata) è troppo per potervi rinunciare. Il diavolo veste Prada si regge soprattutto sulla bravura dell’attrice protagonista Meryl Streep, superlativa nel tratteggiare il suo personaggio, una moderna Crudelia De Mon, in grado di terrorizzare i suoi dipendenti non con urla e grida, bensì con quella calma serafica ma diabolica di chi sa di avere nelle mani il futuro di molte persone.
Per il resto, convincono i dialoghi brillanti e una sceneggiatura in grado di mettere in evidenza i tempi principali del film, evitando che tutto si riduca ad una commedia brillante e divertente come tante altre. Peccato per i risvolti un po’ banali e retorici, che alla fine il film prende inevitabilmente (soprattutto la vita privata di Andy), ma il film funziona, diverte tantissimo e consegna alla storia del cinema uno dei personaggi più sadici che si siano mai visti.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: David Frankel
Anno di produzione: 2006
Produzione: Usa
Durata: 109 minuti

{tab=Curiosità}

La Weisberger per anni ha lavorato a Vogue: si è ispirata alla caporedattrice Anna Wintour per il ruolo di Miranda. La stessa autrice compare in un brevissimo cameo come governante delle gemelle di Miranda.
Al film prendono parte anche le modelle Gisele Bündchen e Heidi Klum, e in un cameo appare anche lo stilista Valentino.

{tab=Riconoscimenti}

  • Golden Globe 2007: migliore attrice in un film commedia o musicale (Meryl Streep)
  • Ioma 2007 a Meryl Streep come miglior attrice non protagonista
  • 2 Satellite Awards 2006: migliore attrice in un film commedia o musicale (Meryl Streep), migliori costumi

{tab=Recensione}
felicitaSecondo quanto scriveva Thomas Jefferson, ogni uomo deve essere messo nelle condizioni di provare ad essere felice. Siamo lontani dal mito dell’American Dream, che alimenta illusioni e false speranze, sostenendo una felicità alla portata di chiunque. Jefferson parlava, piuttosto, di “ricerca”, che però non sempre può portare a esiti positivi: a deciderlo, è soprattutto il fato, che ci piaccia o no. “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino parte proprio da questo spunto. Ispirandosi alla storia vera del broker Chris Gardner, che da senza tetto è diventato uno degli uomini più importanti d’America, il film si lascia apprezzare per lo stile misurato (lontano da quello sopra le tighe tipico di Muccino), la grande prova d’attore di Will Smith, e il tentativo, a tratti però inevitabilmente fallito, di evitare la retorica più comune.
Il protagonista ha come unico obiettivo quello di assicurare al proprio figlio un futuro degno e Muccino è bravo nel saper tratteggiare questo rapporto così intenso, in modo da evitare che qualcuno possa cadere nel tranello di confondere invece la felicità del protagonista con la ricchezza economica che riesce a conseguire. Apprezzabile, inoltre, la decisione di mostrare anche la situazione di coloro che, al contrario, non riescono ad uscire dalla loro misera situazione. Purtroppo ci sono le solite sequenze ad effetto un po’ facilone (vedi quella del cubo di Rubick), assolutamente inefficaci quanto ridicole, che limano la qualità di un film, che è sicuramente la miglior opera del regista italiano.                                  

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Gabriele Muccino
Anno di produzione: 2006
Produzione: Usa
Durata: 117 minuti

{tab=Curiosità}

  • Pagati come comparse, i senza dimora che si vedono nel film sono tutti autentici.
  • Tyson Mao e Toby Mao, due campioni nel risolvere il cubo di Rubik il più velocemente possibile, sono stati assunti come consulenti per insegnare a Will Smith a risolvere il cubo in due minuti.
  • Sopra il taxi che Chris Gardner (Will Smith) prende insieme al collega di lavoro, è chiaramente visibile una locandina del celebre film interpretato da Robert De Niro Toro scatenato, del 1980.
  • Alla fine del film, il vero Chris Gardner passa davanti a Will Smith e Jaden Smith, mentre Will Smith si gira a guardarlo una seconda volta.
  • Quando Chris corre per la città si può vedere un uomo che parla al cellulare, ma il primo telefonino della storia sarà messo in commercio dalla Motorola soltanto nel 1983.
  • Chris nel finale a mano col figlio dovrebbe aver avuto ancora la borsa con cui precedentemente lavorava che invece, scompare.

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MTV Movie Awards 2007 Miglior performance rivelazione (Jaden Smith)

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locandinaCuriosa quanto condivisibile la definizione che il regista stesso, alias Eugenio Cappuccio, fornisce del suo film: “E’ un film sul lavoro, ma anche sulle persone che lavorano…è un affresco di sgradevolezze…Giorgio (Pasotti, il protagonista - N.d.R.) ci fa un po’ da Virgilio nel rappresentare la sgradevolezza generale”. Sulla sgradevolezza di fondo siamo assolutamente d’accordo, il *divertimento* che alcuni critici hanno provato guardando il film non è che mera “risata amara” sulle spalle di quei poveracci che si vedono “segati”(=licenziati)…
Di questo si parla in “Volevo solo dormirle addosso”, di una mission impossible all’italiana: un manager, stimato e benvoluto da tutti i colleghi, si ritrova improvvisamente costretto a licenziare in soli tre mesi gran parte del personale (ben 25 unità su 90), per ordini superiori di nuova gestione. Questo manager si chiama Marco Pressi ed ha la fortuna di essere interpretato da un brillante Giorgio Pasotti, che insieme al collega Massimo Molea, anche lui insuperabile nei panni dell’imprenditore senza scrupoli, salva il film dalla catastrofe. Altro nomignolo (fastidioso) di Pressi è “il muerto”: così lo definisce la sua aspirante fidanzata Laura, che tenta faticosamente di ritagliarsi uno spazio all’interno dell’ansimante vita di Marco, stacanovista fino all’osso (ma si dovrebbe dire: fino in bagno…). Ad un tratto, irrompe nell’esistenza del protagonista Angelique, l’avvenente angelo nero che lo ipnotizza dal cubo di una discoteca;  ma anche questa pare essere solo una parentesi: Pressi non cerca l’amore vuole solo dormire addosso, un contatto affettivo momentaneo che dura il tempo di una notte, o al massimo sei mesi. D’altronde questa è la filosofia del film, la cui fine coincide con l’inizio: “Niente progetti: solo desideri e obiettivi. Desideri e obiettivi”.
In definitiva questo dramma aziendale, tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Lolli, si rivela niente di più che un film stereotipato, dal primo all’ultimo frame. I colletti bianchi sono rigorosamente milanesi, come pure la ragazzetta snob tutta frivolezza e battiti di ciglia (in questo ruolo la pur graziosa Cristiana Capotondi è perfetta), la panterona di turno è bella ma povera e di colore, la manager laboriosa è chiaramente giapponese e il boss tutto raffinatezza che cade sempre in piedi è, toh, francese - le ripetute giustificazioni di Cappuccio che sostiene di aver scelto “le donne, non i colori, il simbolismo…” non ci convincono neanche un po’.
Più che film realistico, una macchietta del reale - basti pensare alla colf sudamericana, unica nota positiva e davvero esilarante del film, che appella quotidianamente Pressi col suo accento strascicato “Hombre de mierda!”, oppure alla frase tormentone che si ripete costantemente in tutta la pellicola “TI STIMO MOLTO”, quasi una lusinga allo spettatore affinché non abbandoni la sala in piena proiezione… A voi la scelta…

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Regista: Eugenio Cappuccio
Anno di produzione: 2004
Produzione: Italia
Durata: 96 minuti

{tab=Curiosità}

Il film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia

{tab=Riconoscimenti}
Il film non ha ricevuto riconoscimenti

{tab=Recensione}
felicitaIn cerca disperata di una storia di successo, l'ambizioso scrittore Clifford Irving (Richard Gere) offre al suo editore la biografia autorizzata del mitico produttore americano Howard Hughes. Si tratta però di un falso, attraverso cui Irving darà vita  ad una delle truffe più colossali dell'editoria contemporanea; saranno i crescenti sospetti nei suoi confronti a farlo diventare presto vittima delle sue stesso calunnie, mentre l'ossessione per la figura del magnate lo condurrà lentamente alla pazzia. Scopiazzando qua e là da capolavori cinematografici, come La stangata, Prova a prendermi e A beatiful mind (senza contare il fantasma di The aviator, che aleggia su tutto il film), Lasse Hallstrom costruisce l’ennesima pellicola apprezzabile solo in superficie, divertente e scanzonata, ma poco approfondita. Anche quello che poteva essere l'aspetto più interessante del film, cioè la progressiva (e ossessiva) immedesimazione di Irving nella personalità di Hughes, viene troppo spesso abbandonato a favore di tematiche più frivole, come i continui tradimenti del protagonista ai danni della moglie. Il tentativo di affrontare temi più seri e una regia più complessa non riesce del tutto, e la pungente critica sociale rimane solo sullo sfondo: ai poveri non è permessa la scalata sociale; i veri colpevoli non sono loro, bensì i ricchi (gli spietati e cinici editori) che li hanno costretti all'inganno, avendoli privati di qualsiasi altra possibilità per aspirare ad una vita migliore. Hallstrom vi fa allusione, ma la tentazione di concentrarsi sul giochino semplice e accattivante del "chi inganna davvero chi?" alla fine prevale e il contenuto rimane pressoché assente.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Lasse Hallstrom
Anno di produzione: 2006
Produzione: Usa
Durata: 115 minuti

{tab=Curiosità}

Il film è stato presentato alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma,

{tab=Riconoscimenti}
Il film non ha ricevuto riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaParigi, Avenue Montaigne. Un quartiere lussuoso con un viavai di personalità e perfetti sconosciuti in cerca di un lavoretto. E’ il caso di Jessica (una frizzantina Cecile De France), che si improvvisa cameriera e barista pur di seguire le orme del mito donnesco del cambiar vita. Di fatto, tutto accadrà tranne questo – ma ne vedrete lo stesso delle belle. Un pianista famoso e annoiato dalla fama (Albert Dupontel) che snobba il lusso per suonare agli straccioni e una moglie nevrotica e insoddisfatta (avete indovinato, solito ruolo di Laura Morante) che chiede solo di essere amata (ma con classe). Un collezionista facoltoso (Claude Brasseur) che decide di svendere tutto, ricordi compresi, ma che non riesce a liberarsi delle incomprensioni con un figlio che non accetta la presenza della neo-matrigna arrivista. Un’attrice (Valerie Lemercier) celebre e isterica alla ricerca del ruolo giusto e una malinconica custode di teatro (la straordinaria Dani) approdata alla pensione. Tutti questi personaggi si incontrano e si scontrano intorno al Bar des Theatres, crocevia di sogni e delusioni, amori e tradimenti, frustrazioni e chimere abbaglianti.
Nessun colpo di scena, niente effetti speciali, solo una quotidianità che scivola lenta e piatta davanti alla macchina da presa. Fra uno sbadiglio e l’altro, qualche sorriso può scappare - della serie: c’est la vie.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Danièle Thompson
Anno di produzione: 2006
Produzione: Francia
Durata: 106 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
Premi César 2007 a Cecile De France

{tab=Recensione}
locandinaCon una regia pirotecnica, pronta a mimetizzarsi in uno stile tutto giovanilistico, il sedicente “biofilo” (cioè amante della vita) Bigas Luna digerisce l’elisir di eterna giovinezza dietro la macchina da presa, firmando un’opera a metà fra il sexy movie per teenager e il biopic di formazione.
La diciassettenne Juani (l’esordiente Veronica Echegui, ennesima stella lanciata dal regista) è una Cenerentola del nuovo millennio, povera, sboccata e spregiudicata, oppressa da una situazione familiare precaria (il padre si dà all’alcoolismo per via di uno sfratto incombente). Ciò nonostante, la sua vita scorre liscia e vorace fra psichedeliche serate hip-hop con gli amici ed un focoso primo amore, tutto tatuaggi, mp3 e promesse non mantenute.
Il tradimento, meschino e puntuale, segnerà la fine di un sogno ma anche l’inizio di un destino: in uno scatto di ribellione ancora una volta tutto adolescenziale, Juani molla baracca e burattino (è proprio il caso di dirlo) per trasferirsi con la sua migliore amica Vane a Madrid, nella disperata ricerca di successo.
Affogando i dispiaceri in godimenti materiali fra shopping sfrenato ed eccessi trasgressivi che scambiano frivolezza infantile per libertà, la prima si fa un tatuaggio, la seconda un seno nuovo. Presto entrambe impareranno a proprie spese le difficoltà reali del vivere quotidiano, la vuotezza di un mondo fatto solo di chimere e apparenza, accattivante ma pericoloso, e infine il bisogno di credere seriamente in qualcosa.
Un film interamente dedicato ai giovani, intenso, rabbioso e provocatorio in pieno stile Luna, dove il sesso abbonda come compensazione materiale di mancanze interiori forti e dove si assiste allo sgretolamento progressivo di certezze (famiglia, amore, valori…). Da un nichilismo attuale imbellettato di paillettes, sopravvive un’unica forza altrettanto dirompente: la volontà cieca di raggiungere uno scopo, costi quel che costi.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Luna
Anno di produzione: 2006
Produzione: Spagna
Durata: 100 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

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Best Spanish Actress (Verónica Echegui)

{tab=Recensione}
locandinaUn gruppo di attivisti per i diritti degli animali irrompe in un laboratorio e libera delle scimmie sottoposte ad esperimenti, ignorando gli avvertimenti di uno scienziato, secondo cui esse sarebbero portatrici di un virus contagioso. 28 giorni dopo, un ragazzo in coma, Jim, si risveglia in un’ospedale di Londra: guardandosi attorno, si rende conto che la città è completamente deserta. L’inquietante incipit di 28 giorni dopo di Danny Boyle offre lo spunto per la messa in scena di uno scenario apocaliticco di grande suggestione, nel quale far scatenare tutte le pulsioni dell’uomo, dalle più nobili alle più distruttive. Jim vagherà per una Londra da incubo, vuota, soprannaturale, rendendosi presto conto di dover lottare contro un esercito di non-morti cannibali e spietati (ma non sarà quello il pericolo maggiore). Al di là della discutibile originalità della trama, il film presenta diversi spunti interessanti: la violenza come arma di difesa dalla violenza stessa, l’istinto di sopravvivenza come sentimento condiviso da tutti gli esseri e che accomuna mostri (gli zombie) e umani (i soldati), o la civiltà come costruzione fallace dell’uomo, abbattuta dalla sua vera natura di animale. Si potevano evitare alcune superficialità come la parentesi sulla famiglia o un happy end inutile e in contrasto con il resto, ma 28 giorni dopo rimane comunque un buon film, capace di condurre lo spettatore nei meandri più bui dell’animo umano, angosciandolo con la sola prospettiva di potersi risvegliare un giorno, come Jim, e di trovarsi di fronte alla cruda realtà, cioè ad una società che è pronta, ad ogni momento, a voltarci le spalle e a lasciarci completamente soli, in balia di noi stessi.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Boyle
Anno di produzione: 2002
Produzione: Gran Bretagna, Olanda
Durata: 112 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

Sottocategorie

wpepsicologiaTematiche affrontate negli articoli:

  • Disturbi psicologici dell'adulto e del bambino: disturbi d'ansia, disturbi di personalità, disturbi dell'umore, disturbi alimentari, dipendenze classiche e nuove dipendenze, dipendenza affettiva
  • Problematiche relazionali in coppia e in famiglia, Comunicazione funzionale e disfunzionale, tradimento
  • Il benessere a scuola: dai metodi didattici e alternativil al ruolo dell'insegnante, dalla gestione dei comportamenti di bullismo ai disturbi del linguaggio
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Una rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

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