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Articoli professionali di Psicologia, Sessuologia,Crimonologia, Sociologia, per capire meglio quello che stiamo vivendo, affrontando, condividendo. 

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Esordisce nel 1994 con “Piccoli omicidi tra amici”, una black comedy in cui già rivela il suo stile visionario e delirante, oggi riconosciuto a livello mondiale. Danny Boyle, regista britannico di Manchester, conosce però il successo solo nel 1996 con “Trainspotting”, film sulla droga presto divenuto un cult tra i giovani. Autore sempre molto discusso per i suoi lavori, che mirano ad un’analisi spesso inquietante delle viscere della psiche umana, conosce un periodo di difficoltà quando critica e pubblico bocciano “Una vita esagerata” e “The Beach”, quest’ultimo tratto dal romanzo del giovanissimo Alex Garland, con cui stabilisce un sodalizio che ancora oggi continua. Boyle ritrova il gradimento di stampa e pubblico nel 2002 con l’horror 28 giorni dopo, al quale segue un silenzio di cinque anni in cui si dedica alla realizzazione di “Sunshine”, film di fantascienza a metà tra esistenzialismo e intrattenimento.

Sunshine è un film di fantascienza pura perché esce dai canoni tipici dei blockbuster e affronta il genere in una chiave psicologica e spirituale. È questo quello che l’ha attratta della sceneggiatura di Alex Garland?regista
Danny Boyle: La premessa di raccontare l’evoluzione psicologica di otto astronauti, isolati nell’enorme spazio infinito e legati ad una gigantesca bomba, è stata una cosa che fin dall’inizio mi ha suggestionato, anche perché non era stato mai fatto un film di fantascienza sul Sole.
Il viaggio in Sunshine può essere inteso non solo come viaggio fisico, ma anche e soprattutto come viaggio psicologico e spirituale, perché orientato verso quello che altro non è che la sorgente della vita del nostro sistema solare.

L’aspetto visivo è sicuramente uno degli elementi più interessanti. Come è avvenuta la costruzione dello spazio, soprattutto per ciò che riguarda l’uso della fotografia?
D.B.: Il tutto è partito sempre dal Sole, da questo enorme cerchio che appare fin dall’inizio del film. Il resto ha preso vita da questo, in quanto abbiamo cercato di estendere questa struttura circolare a tutto lo spazio. Credo però che sia il colore l’aspetto più importante del film. Per tutti gli interni dell’astronave abbiamo cercato di dare volutamente tonalità cromatiche che escludessero il giallo, il rosso, l’arancione, preferendo immergere i personaggi in un contesto caratterizzato da colori freddi, come il blu e il grigio. In questo modo, ogni volta che assistiamo all’esplosione della potentissima luce del Sole, che invade tutto lo spazio, anche lo spettatore si sente come i personaggi, sconvolto e abbagliato da questo accecante e improvviso colore giallo, che emerge con una potenza inaudita e contrasta in modo netto con gli ambienti freddi o neutri cui le immagini ci abituano.

Figura centrale del film è quella inquietante di Pinbacker. Perché ha voluto inserire nel film un personaggio così forte, che a tutti costi vuole impedire la riuscita della missione degli astronauti?
D.B.: Il tema più importante di Sunshine è quello del rapporto tra scienza e religione. La bomba che deve essere sganciata per riaccendere il Sole è l’ultimo ritrovato della tecnologia, l’arma più potente che la scienza possa concepire. A questa si contrappone però il personaggio di Pinbacker, una sorta di fondamentalista medievale, un talebano del futuro. È un personaggio che ostacola la missione perché crede che l’uomo non possa e non debba in alcun modo interferire con la volontà di Dio, di cui lui si fa portatore.

In fondo, tutta la tensione narrativa si basa proprio su questi contrasti.
D.B.: Non si basa tanto sui contrasti, quanto su come mentalmente i personaggi reagiscono ad essi.

Anche in Sunshine utilizza un genere, in questo caso la fantascienza, per dare vita in realtà ad un viaggio all’interno dell’animo umano. Perché la affascina così tanto fare questo tipo di film?

D.B.: In Sunshine la discesa nell’animo umano è addirittura più forte che negli altri film. La fantascienza è, infatti, un genere che dà proprio la possibilità di immergersi in quello spazio sconfinato che è l’universo, che di epoca in epoca l’umanità ha sempre concepito come uno sorta di specchio per guardarsi dentro, per esplorare la propria anima.



All’interno di Sunshine ci sono molte citazioni. Quali sono state le opere di riferimento?
D.B.: Quando fai un film di fantascienza, se lo vuoi fare davvero bene, non puoi sfuggire dal fare riferimento a tre giganti cinematografici, quali sono 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick, Solaris di Tarkovskij e il primo Alien di Ridley Scott. Alla fine sono questi i film che oggi mantengono alte le aspettative degli spettatori ogni volta che vanno a vedere un film di fantascienza.

I suoi film sono ognuno molto diverso dall’altro. A quale si sente più vicino?
D.B.: I film più riusciti e che la gente ricorda sono alla fine quelli che paradossalmente più si allontanano da te; accade spesso che alcune persone ricordino di quei film persino più cose del regista stesso, il quale invece tende ad affezionarsi e proteggere le opere meno fortunate e che la gente tende a dimenticare.

Il nome del protagonista, Capa, è un omaggio al grande fotografo di guerra?
D.B.:
Sì, e non solo perché Capa è stato un genio della fotografia, ma anche perché la fotografia è forse l’elemento più importante di Sunshine.

Lei ha costruito le ipotesi scientifiche del suo film consultando esperti e astronomi. Quali licenze, però, si è preso ai fini di portare sullo schermo questa storia?

D.B.: Le libertà me lo sono prese in realtà solo a partire dal momento in cui l’astronave si avvicina al Sole, in quanto non si sa ancora cosa un essere umano vedrebbe o cosa gli succederebbe se davvero potesse avvicinarsi alla nostra stella a così breve distanza. L’ultima mezz’ora è assolutamente surreale, in questo senso, e mi ha permesso di portare alle conseguenze estreme alcuni aspetti che prima, rimanendo a contatto della reale evoluzione scientifica dei fatti, avevo potuto magari solo accennare.

Sunshine è una delle più costose produzioni del cinema britannico. Ma quanto di americano c’è nel budget, mi riferisco alla coproduzione con la sezione indipendente della Fox statunitense?
D.B.: Il film è costato dieci milioni di sterline, circa quaranta milioni di dollari, e la Fox ha contribuito per il 30% del budget.

Andrew MacDonald, lei Come sceglie i film da produrre, visto che un film come Sunshine, o i recenti Diario di uno scandalo o L’ultimo Re di Scozia, sono film di qualità complessi che poco si addicono alle grandi masse?
Andrew MacDonald: Quando ti arriva sul tavolo una sceneggiatura come quella di Sunshine e tu senti subito che si tratta di un prodotto di qualità, è difficile dover dire di no. Il precedente 28 giorni dopo è stato un grande successo in tutto il mondo e questo ci ha reso più ambiziosi, permettendoci di scavalcare i nostri limiti e rischiare con un’opera costosa come Sunshine.

Robert De Niro, magnetico quanto scostante, è un personaggio tanto celebre che sarebbe superfluo elencarne tutte le memorabili interpretazioni. Basti ricordare che nel corso della sua brillante carriera ha lavorato con i più grandi registi di tutto il mondo (Scorsese, De Palma, Gilliam, Kazan, Tarantino, ma anche Leone, Bertolucci, Cuaròn…) e in film che hanno fatto la storia del cinema, come “Il Padrino - parte II”, “Toro scatenato”, “TaxiDriver”, “Il cacciatore”, “C’era una volta in America”, “Quei bravi ragazzi”, “Casino”, “Brazil”, “Gli intoccabili” - per citarne solo alcuni.  Stavolta si posiziona dietro la macchina da presa per raccontare i retroscena del mondo in cui viviamo, ovvero cosa succede nel misterioso ed occulto universo dello spionaggio professionale.

Si parla di una trilogia, ci racconta la genesi di questo suo progetto cinematografico?
de niroRobert De Niro: Volevo realizzare da un po’ di tempo un film su quest’argomento, poi ho incontrato Roth che ha scritto una sceneggiatura interessante e mi ha detto: “se fai questo film, io ti scriverò la seconda parte” ed ho accettato. Il prossimo film coprirà gli anni dal ’61 all’’89, seguendo l’evento della caduta del muro di Berlino, poi un terzo episodio dall’’89 ai giorni nostri.

Cosa le interessava così tanto nel raccontare il mondo dello spionaggio americano e internazionale?
R. D. N.: Credo che i servizi segreti abbiano comunque un ruolo positivo da svolgere, è anche vero che non possiamo conoscerlo fino in fondo, resta segreto. Ci sono episodi in cui il loro lavoro è stato svolto adeguatamente e nessuno dà loro merito, per via di questa stessa segretezza.
Trovo quest’argomento affascinante, ci sono stati altri spy-thriller, tipo quelli con i vari James Bond ecc., che però hanno lasciato parecchie domande, invece io volevo colmare quelle lacune, rendere il film più realistico possibile. Certo, ci sono sempre scene inventate per esigenza di copione e di regia.

Nel film traspare una sorta di nostalgia per la CIA di una volta, ci conferma questa sensazione?
R. D. N.: In un certo senso è così: prima era tutto più giovane e snello, poi quest’agenzia si è evoluta fino ai giorni nostri, in cui la Cia è nell’occhio del ciclone, così come il nostro paese.

Lei si è mai sentito spiato?
R. D. N.: Solo in certi paesi, come la prima volta che sono stato in Russia.



Cosa ci dice della società segreta “Skull and Bones”?
R. D. N.: All’epoca era più segreta di quanto lo sia oggi. Io ho incontrato membri che si sono autorivelati come tali come se niente fosse. Roth ne ha studiato il mito e la storia dettagliatamente.

Con la storia del protagonista, interpretato da Matt Damon, si ha un ritratto della solitudine disperata di un uomo: com’è nata questa scelta?
R. D. N.: Premesso che come in “Bronx” anche qui la sceneggiatura non è la mia e il massimo che potevo fare era impegnarmi a dirigere il film, comunque l’aspetto privato, personale, di questo personaggio mi interessava molto. Forse è il lato più attraente di una sceneggiatura così ben fatta che dopo averla letta capisci come mai fosse nella lista dei cento film migliori mai realizzati. Forse perché troppo costoso. Comunque, mi piace che in ogni film ci sia la storia privata che si ricollega al mondo circostante.

Ci sono grandi nomi nel cast, come si è regolato nella selezione degli attori, protagonisti e non?
R. D. N.:
La scelta del cast è la cosa più importante: se non hai l’attore giusto, non otterrai mai quello che vuoi. A parte Matt Damon e Angelina Jolie che sono fantastici, non immaginavo questo film senza John Turturro. Purtroppo perse la mamma proprio in quei giorni e io mi misi a girare tutte le scene di contorno, lasciando fuori la parte che lo riguardava, così che avesse il tempo di riprendersi. Speravo con tutto me stesso che accettasse di tornare sul set.

Un grande attore che, da regista, dirige i suoi attori come si comporta?
R. D. N.: Io penso che tutti i registi che sono a loro volta attori riescano a tirare fuori un’ottima performance dai loro interpreti, c’è più sintonia, forse perché sai cosa significa, facendo tu lo stesso mestiere, ma questo vale per ogni lavoro.

Il grande problema che emerge anche dal film sembra essere: dire tutta la verità è giusto in un regime che si definisce democratico?
R. D. N.: Fra il dire tutto e il silenzio in nome dell’interesse nazionale c’è un confine molto sottile. Alla fine, non sai mai se esiste davvero la questione dell’interesse nazionale o se è solo un alibi per nascondere altre verità.

 

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locandinaDa un grande potere derivano... grossi problemi!" Anche quando le cose sembrano andare nel migliore dei modi... Il Peter Parker che troviamo all'inizio di questo terzo capitolo delle avventure cinematografiche dell'Uomo Ragno è un uomo finalmente sereno e realizzato con una donna che lo ama e una carriera invidiabile, sia dentro che fuori il costume. Ma la ragnatela della sua esistenza è destinata a farsi sempre più ingarbugliata. E sempre più oscura. Dapprima a causa degli attacchi di Harry Osborn (un James Franco inaspettatamente abile nel conferire malvagità, disperazione e psicosi al Nuovo Goblin), ex migliore amico, desideroso di vendicare la morte di suo padre. Poi per la comparsa di Flint Marko (Thomas Haden Church, già visto, con molti meno muscoli, in "Sideways"), evaso trasformato da un incidente nell'Uomo Sabbia, che porta con sè un segreto legato alla morte dello zio di Peter. Ed infine, per quella sostanza catramosa, nera, che avvolge il suo costume, amplificando i suoi poteri ma anche la sua aggressività...
Intricato, complesso, forse anche smisurato nei suoi 140 minuti di durata. L'affresco finale di Raimi alla saga di Spider-Man (anche se la SONY decidesse di farne altri, lui difficilmente vi prenderà parte) rappresenta il percorso conclusivo e definitivo dell'eroe, dalla perdizione al perdono e all'auto-consapevolezza. Raimi riesce nell'impresa che nessuno scrittore di comics potrà mai tentare: dare una fine alle avventure di Spider-Man. Nel farlo, probabilmente, perde il controllo della struttura narrativa da lui creata, così mastodontica da necessitare di almeno nove ore di pellicola (o cinquant'anni di pubblicazione a fumetti...). Ma per i fan, unici in grado di colmare i "buchi" necessariamenti presenti, questo "Spider-Man 3" è un vero spettacolo! Excelsior!

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Sam Raimi
Anno di produzione: 2007
Produzione: USA
Durata: 136 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

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Non ci sono riconoscimenti

Ospite della 24.a Mostra del cinema europeo, dove ha presentato in anteprima nazionale il suo nuovo film “Yo soy la Juani”, Bigas Luna si è raccontato al pubblico e alla stampa presenti in tutta la sua effervescenza e vitalità, due fra le tante qualità che ne riducono visibilmente l’età anagrafica in uno status di eterna giovinezza e freschezza mentale.

Sollecitato dalle domande, spesso gradevolmente provocatorie, del critico cinematografico Boris Sollazzo, il regista si è lasciato andare in una narrazione di sé e delle sue opere estremamente affascinante, lasciandosi dietro un alone di charme passionale con il suo messaggio, presente per altro in tutta la sua cinematografia, di una vita ancora, e sempre, tutta da vivere.

Da dove nasce la sua vocazione cinematografica?bigas luna
Bigas Luna: Sono convinto che la realtà superi sempre la fantasia, tuttavia credo che la mia vocazione cinematografica sia iniziata dalla passione di inventare storie da bambino, una passione che ho mantenuto: la bugia è l’atto creativo più importante.

Quali sono le sue muse ispiratrici?
B. L.: Aglio e olio d’oliva, da sempre. Vedete, c’è chi è necrofilo, io non giudico nessuno, ma sono decisamente un biofilo. Amo la vita e credo che ci siano tre punti fondamentali: la spiritualità, il cibo e la sessualità. Per questo, ogni giorno io mi alzo mistico e vado a dormire pagano.

Una cinematografia, la sua, che ha conosciuto tappe in altri paesi, come Italia e America. Ci può raccontare qualcosa di queste esperienze professionali all’estero?
B. L.: Italia e Spagna si assomigliano molto, ma ci sono differenze, soprattutto a livello di donne. Invece, per quanto riguarda la tappa americana, sono stato quattro anni a Los Angeles. Il mio rapporto con gli USA è sempre di amore e odio, ma è importante guardare il proprio paese da fuori.

Nel suo ultimo film si avverte una presenza spasmodica delle nuove tecnologie, cellulari, computer, mp3…

B. L.: Certo, l’avvento delle nuove tecnologie è stata una tappa fondamentale, non solo al cinema. Prima di realizzare “Yo soy la Juani”, ho pensato: nel XXI secolo anche le forme narrative devono cambiare. Oltre ad essere piaciuto molto in sala, il film ha avuto un record di download illegali, il che è terroristico ma anche affascinante. In realtà sto ancora cercando qual è il senso di quest’era di transizione che stiamo vivendo. Personalmente, vorrei un ritorno alla terra, che è l’unica risorsa che abbiamo. Dobbiamo scoprire la velocità di un seme, in una società così veloce. Per questo, io insegno a fare film ma anche come realizzare un orto biologico! Mi piacerebbe vivere in una società tecno-agricola, che recuperasse tutti gli errori dell’età industriale.



Continuando con “Yo soy la Juani”, è un film girato con uno stile particolarmente giovanilistico, come mai questa scelta?
B. L.: Perché il cinema ormai è dei giovani, sono quelli che ci vanno di più ed è giusto che vedano qualcosa in cui riconoscersi. Abbiamo effettuato molte ricerche sui ragazzi, sulle loro musiche, conoscendone oltre tremila di persona nei vari casting, un vero lavoro machiavellico da cui forse nascerà un documentario con un ritratto etnico-sociale interessante. Però io nasco a Barcellona nel ’46 e sono contento di avere la mia età: non voglio essere giovane di nuovo! I giovani sono arroganti, nel senso buono: è necessaria l’arroganza, ma solo fino ai 40 anni.

Veronica Echegui, la protagonista, è l’ennesima stella che ha deciso di lanciare, come del resto fece con una quindicenne Penelope Cruz in “Prosciutto prosciutto”, ci parli di lei.
B. L.: Veronica è fantastica, per sceglierla ci abbiamo messo otto mesi, ora sta avendo molto successo e io sono molto geloso dei miei attori, vorrei rinchiuderli tutti in un palazzo in Toscana e mantenerli economicamente pur di averli sempre con me! Io credo che un po’ di gelosia sia una cosa meravigliosa, ma questa è un’altra storia. La mia provocazione è stata raccontare una nuova icona spagnola, una ragazza nuova, creativa, non dipendente dal macho spagnolo.

Un grande femminista, quindi, Bigas Luna?
B. L.: Assolutamente sì, quando dico bellezza, dico donna. Detesto il machismo, anche se amo la virilità. Ma femminilità e forme femminili sono la vera fonte d’energia, spirituale e sensuale insieme.

Lei è uno dei registi più noti per una certa esaltazione dell’erotismo in ogni sua pellicola, come si regola nel girare le focose scene di sesso dei suoi film?
B. L.: Con le scene di sesso, è importante avere molta cura del corpo, io sono molto preciso, non voglio nervosismo sul set, mi piace la chimica che si crea dopo la fase della vergogna, dove l’uomo diventa più animale che intellettuale.

Che rapporto ha con la censura?
B. L.: Un rapporto fantastico, anche perché già di mio faccio molta auto-censura. Io sono un tipo trasgressivo, ma mantengo una morale tutta mia da rispettare.

Qualche considerazione su due film indubbiamente molto diversi: “Lola” e “Bambola”.
B. L.: “Lola” è un film che mi ha arricchito molto, il mio primo film di cuore e di stomaco, oltre che di cervello. “Bambola” invece è stato un momento particolare, ma anche importante: per la prima volta ho fatto un film in Italia come italiano. Volevo dimostrare tutto quello che ho sempre amato del neorealismo italiano e, insieme, sottolineare quel kitch berlusconiano/canale 5 che non sopportavo. Ecco perché scelsi Valeria Marini, un personaggio molto popolare allora. Portammo il film a Venezia, ancora non finito, senza neanche titoli di testa. E la sala si mise ad urlare, ecco lo scandalo, poi la follia mediatica in cui non si è mai parlato degli altri attori, come Stefano Dionisi. Però sono uscito molto rafforzato da quest’esperienza terrificante e “Bambola” resta uno di quei miei film che più mi divertono. E poi, la Marini ha il più bel girovita d’Europa.

Un’ultima domanda: chi ha ispirato Bigas Luna nel corso della sua carriera?
B. L.: Sono sempre stato affascinato dai film italiani, da De Sica ad esempio, ma la mia sequenza preferita è una de “L’oro di Napoli”, dove il protagonista mangia la pasta piangendo… Un poeta diceva “il silenzio è originale, la parola è soltanto una copia”.

Martedì 29 maggio 2007 è stata presentata al pubblico romano la colonna sonora originale del film “Notturno Bus”, opera prima di Davide Marengo, che schiera accanto a protagonisti ormai popolari (Valerio Mastandrea e Giovanna Mezzogiorno) anche grandi caratteristi, quali Francesco Pannofino e Roberto Citran, nei panni dei “cattivi di turno”. Ma nel film c’è anche un gigante inquietante che è in realtà un bonaccione amichevole: è Titti, interpretato da un convincente Mario Rivera, talento preso in prestito dal mondo della musica. Insieme a Gabriel Coen, infatti, ha firmato la colonna sonora del film, un’avventura che ci hanno raccontato insieme al produttore (di film e cd) Sandro Silvestri.

Sono rarissime le coppie di compositori, nel cinema italiano. Oltre a raccontarci la vostra esperienza, potete dirci se vi siete ispirati a qualcuno?

Gabriele Coen: Avevo partecipato già alla colonna sonora di “Once we were strangers”, un film di Crialese mai uscito in Italia. Però devo dire che lavorare in coppia funziona molto, essere in due è un’ottima strada. I nostri modelli sono un po’ stati i De Scalzi.rivera e coen
Mario Rivera: Abbiamo vissuto praticamente insieme per più di tre mesi, io credo molto nella squadra di lavoro. Abbiamo cercato di creare un percorso attraverso i generi musicali, inserendo anche, nella drammaturgia delle musiche, dei frammenti di parlato, ovvero le voci dei protagonisti tratte da alcune scene del film.

La colonna sonora rispecchia i toni notturni del film, come avete fatto a renderne l’atmosfera?
G. C.: Abbiamo scelto timbri caldi e scuri, usando strumenti come clarinetto basso oppure sax tenore, rifandoci un po’ ai Massive Attack.
Francesco Pannofino: Mi permetto solo di aggiungere che quando ho sentito il film confezionato con le musiche, ho respirato la stessa atmosfera di quando effettivamente giravamo di notte. Il film è bellissimo anche grazie alle musiche, bisogna sostenere il cinema italiano!


Sandro Silvestri, già produttore del film, produce anche il cd della colonna sonora. Può dirci qualcosa al proposito?

Sandro Silvestri: Beh la musica ha sempre accompagnato il cinema. Prima c’era un tipo di musica che commentava, poi è diventata una musica che cercava di stare sullo sfondo senza invadenza. Ecco, io credo che una colonna sonora sia tanto più apprezzabile quanto meno si senta nel film. Ovvero, se è talmente dentro alle scene che non si sovrappone alle immagini ma, finito il film, uno se la ricorda lo stesso. In questo vorrei sottolineare la bravura di Mario e Gabriel, che hanno dovuto affrontare una difficoltà notevole: il montatore aveva già appoggiato delle musiche ad alcune scene, tutte inavvicinabili dal punto di vista economico per i diritti d’autore,quindi un ulteriore ostacolo è stato dover proporre sopra qualcosa di già esistente. E a me sembra che, dopo tutto quest’intenso lavoro, anche i rumori in questo film diventino musica.

risi e leonardiUn Picasso scugnizzo con la maglia numero 10. Questo il ritratto che esce dalle appassionate parole di Marco Risi, più che dal suo film.
Il regista racconta senza riserve alla stampa romana le proprie intenzioni, come pure le notevoli difficoltà di produzione e quelle dieci settimane fra Buenos Aires (nove) e Napoli (una). Con lui anche  Marco Leonardi, straordinario interprete del film, anche grazie all’indiscusso physic du role.

Perché un film sul mito e sull’uomo Maradona?
Marco Risi: …Forse perché volevo fare un film che andasse finalmente bene! Battute a parte, Maradona è stato il più grande calciatore di tutti i tempi, per la sua capacità d’inventare cose fantastiche. E’ stato detto che la sua capacità di trasmissione di pensiero dal cervello al piede è maggiore di chiunque altro nel mondo. Però la chiave che m’interessava di più era il conflitto continuo con se stesso. Un campione sul campo, fragile nel vivere una vita normale. L’impressione che ho avuto di lui parlandoci è che è davvero molto solo. D’altronde è il destino di ogni genio, è difficile viverci insieme.

Come ha reagito il diretto interessato alla notizia di questo film? E i suoi familiari che ne pensano?
M. R.: Quando seppe del film, Maradona mi disse soltanto: “L’importante è che Claudia sia d’accordo”. Claudia, la sua ex-moglie, inizialmente era contraria al film, poi l’ha visto e ha dato il benestare. Dalma, invece, la figlia diciannovenne, dopo aver letto il copione era molto spaventata e tuttora è preoccupata per l’uscita in Argentina.

Ci parli del titolo del film, di quel famoso goal di mano.
M.R.: Ecco, quel goal secondo me è un fatto artistico, uno sberleffo meraviglioso, è Picasso. La mano de Dios, appunto. Un tocco epico, come il momento degli spogliatoi. Ma, nello stesso tempo, anche una cosa da scugnizzo. E poi pensavo alla mano di Dio anche nel senso di ciò che dà e che toglie.

E’ vero che aveva pensato ad un altro finale?
M. R.: Verissimo, ne avrei voluto un altro, con Maradona in persona che salvava se stesso. Era tutto deciso, dovevamo averlo con noi sul set di Buenos Aires l’ultimo giorno di riprese… purtroppo i contatti con Maradona restano molto difficili.

Lei ha parlato di paletti vari, può dirci qualcosa a proposito di queste limitazioni?

M. R.: La limitazione più grande è stata la convinzione di non voler inventare nulla su di lui, di non voler raccontare nulla che non fosse certo e comprovato. Non m’interessava tanto che questo mio personaggio fosse vero, ma che lui si potesse riconoscere in tante cose. Chissà, forse questo è solo il primo film su Maradona, altri magari ne riusciranno ad esaltare aspetti diversi.

Com’è nata la scelta di Marco Leonardi? E quest’ultimo, cosa ha provato nell’interpretare un mito del calcio italiano?
M. R.: Io volevo un attore argentino, ma mi colpì la sfacciataggine coraggiosa di Marco che mi disse: “Guardami, Maradona sono io!”. Oltre ad essergli molto somigliante, Marco è un ex calciatore, è mancino, poi lo vedete è alto come lui, ha i suoi stessi colori…
Marco Leonardi: Purtroppo ho conosciuto Maradona solo attraverso la televisione, le interviste, le partite… poi, ho dato sfogo alla mia fantasia. Lui è un leader, sempre amico di tutti, e un ribelle vero. Non ha mai esitato a parlare contro la Fifa, contro un calcio poco pulito. Ho cercato di far capire che si tratta di un uomo perbene dentro, malgrado i suoi errori.

La dedica finale è eloquente. Cosa Le è rimasto del suo personaggio, dopo il film?
M. R.:
La dedica mi sembrava doverosa, per il rispetto che dobbiamo innanzi tutto all’uomo Maradona. Capisco che vedere una persona che tira cocaina possa essere fastidioso, mi viene da dire che per lo meno lui non ha mai avuto mansioni di governo! Non voglio farne un eroe, sia chiaro. Ma mi è simpatico, ho sempre amato la gioia che riusciva a trasmettere quando giocava a calcio.

gondry e bernalE’ estremamente complicato avere la lucidità di fare domande, dopo la visione scioccante di un film come  L’Arte del Sogno.
Tuttavia ci abbiamo provato, nel corso della conferenza stampa tenutasi presso il cinema Quattro Fontane di Roma, durante la quale il geniale quanto vispo Gondry disegnava su un foglio, e di tanto in tanto scattava foto ai giornalisti (per ricordo? per beffa? Non è dato scrutare nei vortici mentali di un genio…). Nel frattempo, Gael Garcìa Bernal seguiva le domande con il suo sguardo magnetico e le sue riflessioni impegnative, intercalate da confessioni oniriche e sorrisi suadenti.

Signor Gondry, dev’essere stato difficile firmare la regia di un altro film, dopo l’enorme successo di “Se mi lasci ti cancello”.
Michel Gondry: In effetti ho sentito una forte pressione, ma credo ci siano diversi livelli di successo, finanziari e non. Questa è la prima volta che ho scritto da solo la sceneggiatura, è stata una grossa sfida, soprattutto perché nel film precedente avevo avuto il sostegno di un grande sceneggiatore come Kaufman. L’idea di un film che mescolasse sogno e realtà la coltivavo già da prima di “Se mi lasci ti cancello”. Ho semplicemente seguito le mie impressioni, i miei penseri, il mio cuore. E anche Gael mi ha spinto molto verso questa direzione.

Ecco, come sceglie i film da interpretare l’attore che Iñárritu stesso ha dichiarato indispensabile per “Babel”, tanto che si diceva non l’avrebbe mai girato senza di lui?
Gael Garcìa Bernal: Magari fosse così, “Babel” non si sarebbe fatto senza Pitt e Blanchet piuttosto, ma Iñárritu è un grande diplomatico! Comunque, io scelgo i film in base alla sceneggiatura, al regista e ad altre circostanze della mia vita. Con l’ “Arte del sogno”, c’è stata una coincidenza fra vita e lavoro: mi ero innamorato creativamente del lavoro di Gondry e insieme abbiamo visto che potevamo inserire anche i miei sogni nella sceneggiatura. Una volta scelto un film, diventa per me un’urgenza portarlo a termine, non posso più tirarmi indietro, m’impegno fino in fondo. E mi piace scoprire ogni volta l’artigianato dell’essere attore.

Diteci qualcosa in più su questa vostra stretta collaborazione.
M. G.: Quando ho conosciuto Gael la sceneggiatura era già pronta, ma poi ho deciso di riscriverla pensando lui. Lavoro sempre con gli attori, desidero trovare un territorio comune. Io e Gael poi siamo diventati anche molto amici, non abbiamo fatto nessuna fatica a girare insieme, anzi, era lui ad incoraggiarmi a seguire quello che diceva il mio cuore. Ad esempio, avevo un mio sogno e lui mi ha spinto ad inserirlo nel film, a rompere ogni schema. Ed è venuta fuori la scena in cui Gael/Stephane prende tutte le sue creazioni dal mondo di Charlotte/Stephanie. Stephane vorrebbe una comunione creativa con Stephanie, ma non ci riesce, perché magari a lei piacciono quelli con la moto! Il cervello di Stephane coincide con l’immaginazione di Stephanie, e tutto è reso efficacemente con un’animazione artigianale, perché più aderente all’ambiente emozionale. Il Cellophane mi è servito per animare il liquido e renderne il tremolio, com’era uso nei film d’animazione della fine degli anni 60-70. Volevo ricreare un setting giusto per sogni e sensazioni: gli attori recitavano con le animazioni sullo sfondo.
G. G. B.: Voglio aggiungere il piacere che questo crea ad un attore, rende il set teatrale, pieno di cose malleabili, una sorta di gioco infantile. Charlotte diceva che l’impalcatura della montagna stava per crollare: ecco, questo fa perdere ancora di più ogni tipo di sicurezza ed arroganza mentre reciti.

Anche le musiche sono molto belle nel suo film, come le ha scelte?
M. G.: La più importante, quella che recita “Se tu mi salvi, io ti sarò amico per sempre”, la sentii per la prima volta da una ragazza che aveva un’associazione di volontariato a difesa dei gatti. Per questo, mi ha divertito far vestire i protagonisti da gatti mentre la cantavano!
La musica è un motore che mi aiuta a scrivere. Cerco di non abusarne, comunque.

Qual è il suo sogno ricorrente, Gael?
G.G.B.: Mi trovo su un palcoscenico e non mi ricordo neanche una parola. Allora scappo, corro via, ma il pubblico reclama - non i soldi, bensì la rappresentazione con me, vogliono vedermi, per forza me. Se invece intende il mio sogno per il Messico, beh ogni giorno quando ci penso vorrei che tutto fosse migliore di com’è. I meccanismi sono tutti ciechi, pieni di difetti. Bisognerebbe trovare un comune sogno di realtà per tutti quanti. Perché il sogno è un territorio comune irrazionale, dove tutto è valido – come nel sesso e nel football!- e meritevole di rispetto. Vorrei fosse così anche nella realtà politica, chissà…

A proposito del Messico, che rapporto ha con il suo paese, professionalmente?
G. G. B.: In Messico fare film è un lusso e vivere per fare film un privilegio. Per questo per me è stata una grandissima occasione, prima pensavo di fermarmi solo al teatro. Adesso, invece, posso dirmi persino regista, perché ho diretto “Deficit”, un film che ora è in post-produzione. Tutti i registi con cui ho lavorato mi hanno influenzato, soprattutto Gondry. D’altronde, fare un buon film è come mordere la mano di chi ti nutre, e allora spero di azzannare qualche altro bel film.

Michel Gondry, si può parlare di uno stile iper-narrativo nel suo caso?
M. G.: Non so cosa vuol dire, ma suona bene. In un certo senso forse sì: sto scrivendo una sceneggiatura adesso, ma mi diverto molto a tenermela per me. Sono io ad essere ipernarrativo, per questo i miei film sono così pieni di me. La scena del televisore buttato giù in acqua, ad esempio, è una cosa successa davvero ad un mio amico.

Terry O’Quinn, alias John Locke, e Jorge Garcia, alias Hurley, direttamente dall’isola dei misteri di Lost sono sbarcati a Roma per raccontare ai fan e ai giornalisti la loro esperienza nel serial che ha rivoluzionato la fiction americana degli ultimi anni. All’incontro doveva essere presente anche Henry Ian Cusick, il criptico Desmond che è entrato a far parte del cast a partire dalla seconda stagione, ma un’improvvisa influenza (a luglio?) lo ha costretto in albergo.

Terry O’Quinn cosa le piace davvero del suo personaggio e perché non vuole proprio lasciare l’isola?terry o quinn
O’Quinn: Di lui ammiro la passione e la determinazione, il modo con cui ha vinto la paura, nonostante nella vita precedente allo schianto dell’aereo fosse un debole e un perdente. Lui è l’unico a credere di non essere finito sull’isola per caso, per questo vuole rimanerci. Per Locke, l'isola è ciò che il destino aveva in serbo per lui, l'occasione per riscattare la sua vita precedente. Fargli cambiare idea è quasi impossibile.

Che rapporto avete nella realtà con i vostri personaggi? Terry O’Quinn è davvero così spirituale come il suo personaggio e Jorge Garcia crede davvero, come Hurley, che esista la sfortuna e che sia persino contagiosa?
O’Quinn: Oggi molto più di prima credo che gli incontri e gli eventi che ci troviamo ad affrontare sul nostro cammino non siano affatto casuali. A me è successo proprio quando sono stato scritturato per questa serie: attraversavo un periodo difficilissimo sia dal punto di vista professionale che personale e, all’improvviso, tutto è cambiato. Io credo nelle coincidenze, ma credo anche che nella vita possano accadere cose davvero magiche, che nessuno di noi è in grado di spiegare razionalmente. Nella realtà, penso di sentirmi più vicino al Locke della prima serie serie, ho molte più cose in comune con lui che con il Locke attuale.

Garcia: Io non credo nei cattivi presagi e nemmeno che esistano delle persone che portino sfortuna o che siano di ostacolo allo svilupparsi di determinati eventi. Il problema è che Hurley lo crede e per questo, almeno per ora, devo fare in modo di crederlo anche io.

 


Il copione vi viene dato puntata per puntata. Cosa si prova a dover recitare senza avere la minima idea di quello che accadrà negli episodi a seguire?
O’Quinn: Dipende dai punti di vista. Recitare spesso implica fare delle scelte senza guardarsi indietro e pensare a cosa sarebbe accaduto se si fosse intrapresa un’altra strada per questa o quella scena. In fondo, se si legge continuamente la sceneggiatura rischi di cambiare troppo spesso idea e, alla fine, di confonderti. A me, tutto sommato, piace così.
Garcia: Sono d’accordo. La recitazione viene più spontanea se non devi pensarci troppo su. Io preferisco non sapere quello che accadrà in futuro, così la vivo in modo più rilassato, senza dovermi portare i compiti a casa.
garcia
Avete mai letto le teorie dei fans su internet?
O’Quinn: Certamente, io lo facevo, solo che mi sono trovato a farmi le loro stesse domande, così ho smesso, stavo diventando matto.

Come avete reagito alla notizia che la serie terminerà con la sesta stagione nel 2010?
O’Quinn: Sono estremamente contento che si sia presa questa decisione, perché credo sia giusto fissare un termine entro il quale dare al nostro pubblico tutte le risposte. Certo, questo significherà per me rimanere senza lavoro, ma per fortuna Lost ha avuto un tale successo da aprirmi molte porte. Da qui alla fine tutto sarà più semplice per tutti e sono convinto che aumenterà ancora anche il livello qualitativo del serial.
Garcia: Secondo me era assolutamente doveroso da parte degli sceneggiatori fissare un punto d’arrivo, soprattutto nei confronti del pubblico, quindi mi ha fatto molto piacere la notizia. Certo, devo essere sincero, lavorare alle Hawaii è stato incredibile, mi spiacerà davvero molto dover lasciare quei luoghi semplicemente favolosi.

Avete il tempo di guardare le serie tv? Siete appassionati di qualche serie in particolare?

O’Quinn: Non guardo mai le serie in tv, quando ho tempo libero guardo soprattutto lo sport, sono un grande appassionato. Ho fatto eccezione solo per una fiction-tv western, Deadwood, ambientata nel 1870 in una cittadina realmente esistente del Dakota.
Garcia: Io sono un grande appassionato, invece. La mia preferita in assoluto è Studio 60 on the Sunset Strip, mentre per quel che riguarda il passato sono stato un grandissimo fan de I Simpson.

 

{tab=Recensione}
locandinaL’immissione dell’elemento soprannaturale nell’ambito più quotidiano e monotono della nostra vita ha caratterizzato da sempre la fanciullesca produzione di Steven Spielberg. Seppure solo in veste di produttore (la regia è affidata a Michael Bay) anche questo Transformers riflette i punti cardine della sua cinematografia, con la storia di un ragazzo un po’ emarginato e sognatore, alle prese con una famiglia che non lo ascolta e con gli inutili tentativi di conquista della bellissima pin-up di turno, corteggiata come al solito esclusivamente da ricchi giocatori di football. Sarà lui il primo ad entrare in contatto e a stabilire un forte legame d’amicizia con la robotica civiltà aliena dei Transformers, giunti sulla Terra per combattere la definitiva battaglia contro un’altra razza di robot intenzionata a conquistare l’universo. Solidarietà e amicizia, nonché la classica opposizione tra adulti e giovani e la difficile sopravvivenza in un mondo sempre più omologato e discriminatorio, sono alla base di questo film, buono solo nelle premesse, perché purtroppo vi mette mano il “distruttore di generi” Micheal Bay, che quasi come un Transformer è riuscito ad abbattere uno dopo l’altro tutto ciò che di positivo avevano i disaster-movie (Armageddon), i film bellici (Pearl Harbor) e la fantascienza (The Island), solo per citarne alcuni. Nuovamente ci dobbiamo subire la sua spicciola retorica, con i Tranformers convinti a restare sulla Terra per tutelare e difendere una razza come quella umana che più di ogni altra (secondo loro) è dotata di amore, bontà e misericordia (poveri fessi!). La regia piatta e noiosa di Bay riesce a rovinare anche le scene d’azione e gli stupendi effetti speciali, con il risultato di un film che rimane sopra la sufficienza solo grazie all’evidente intervento di Spielberg.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Bay
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 145 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaLucìa Puenzo regala alla cinematografia europea un esordio semplicemente indimenticabile. Il fascino del suo film strega fin dai titoli di testa, con un montaggio alternato che collega e spezza piedi che calpestano la paglia, per poi concentrarsi sul mondo marino, elemento costante nell’opera. Fauna acquatica declinata in tutte le sue versioni (a partire dagli animali domestici, tutti pesci e anfibi vari, irresistibile la tenera tartaruga dalle pinne anteriori mozzate – la cui valenza metaforica è immediata) fa compagnia alla ragazza dagli occhi color mare, la quindicenne Alex (un’eccellente Inès Efron), che vive sulla costa uruguayana con i genitori, lontana da occhi indiscreti. Dentro e fuori di lei, un grande segreto. Una particolarità, più che un’anomalia, da proteggere difendere preservare dalla curiosità morbosa e ossessiva della gente. Ma Alex è un’adolescente alle prese con i primi scombussolamenti ormonali e quando incontra Alvaro non riesce a frenare l’attrazione. A quel punto la verità esce fuori, irrompe con tutta la sua forza devastante portando problemi, crisi d’identità, odore di esclusione. Un film sulla diversità, sulla bellezza dirompente del non potere prima e  non volere poi essere normali – non solo. Una denuncia alla discriminazione di genere – ancora poco. “XXY”, primo film a trattare dell’ermafroditismo senza retorica di sorta, con uno stile sobrio che ha addirittura del poetico (tanto che la scena più estrema, quella dell’accoppiamento fra lei/lui e lui evoca solo un’immensa tenerezza) è un inno alla libertà di scelta, considerata come il bene più prezioso al mondo, irrinunciabile: “E…se non ci fosse niente da scegliere?”.
Un capolavoro da non perdere, che si scaglia contro ogni violenza fisica e psicologica: perché la dignità di un essere umano non è questione di cromosomi.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: L. Puenzo
Anno di produzione: 2007
Produzione: Argentina
Durata: 91 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Gran Premio della Giuria della Semaine de la Critique al Festival di Cannes,
Prix de Jeunesse al Festival di Cannes,
Grand Rail d'Or al Festival di Cannes,
ACID/CCAS (Association of Independent Cinema for its Distribution and Main Fund of Social Activities)

{tab=Recensione}
locandinaUn colpo di pistola a bruciapelo, un collaboratore tradito e un microchip d'inestimabile valore rubato. Stacco. Franz termina il suo turno di notte posteggiando l'autobus nel terminal dell'aereoporto di Fiumicino, dove viene raggiunto e minacciato da un gigantesco e spietato strozzino di nome... Titti! Sono i primi cinque minuti dell'opera prima di Davide Marengo e rappresentano l'esempio migliore, quasi un manifesto, del nuovo "genere" cui essa appartiene: la "commedia-noir".
Ambientata nella notte di Roma, trai sanpietrini lividi del Lungo Tevere che riflettono la luce gialla dei lampioni, la pellicola segue la vicenda di Franz, autista di bus ingenuo e perdente, a poker come nella vita, e Leila, o Alessia, o Francesca, truffatrice bugiarda e malinconicamente sfuggente, due opposti che il destino getta nel mezzo di una lotta spietata per un microchip che può rovinare un personaggio molto potente. A dar loro la caccia, da un lato, c'è Matera (Ennio Fantastichini, straordinario come sempre), ex-agente dei servizi segreti duro ma gentile, perseguitato dai rimpianti del passato; dall'altro, ci sono Garofano (Francesco Pannofino, ottimo attore oltre che bravissimo doppiatore di George Clooney, che sfata così il luogo comune: "ottimo doppiatore-pessimo interprete") e Diolaiti (un Roberto Citran eccezionalmente freddo e spietato), coppia efferata come i killer di "LE IENE" e, al tempo stesso, comica come Stanlio e Ollio. Il mistero del microchip si dipana tra sparatorie, tradmenti e inseguimenti mozzafiato in autobus.
Il giovane Marengo si muove tra commedia e thriller con disinvoltura e con un po' di quella "pazzia consapevole" che hanno tutti gli esordienti di talento con alle spalle una promettente gavetta. I suoi due protagonisti, suoi amici di vecchia data nella vita, lo aiutano non poco con le loro interpretazioni: la Mezzogiorno, finalmente libera dai ruoli di trntenne isterica, diverte e si diverte con i seducenti atteggiamenti della doppiogiochista Leila e Mastandrea conferma di essere uno degli attori più sottovalutati dal nostro cinema. Giovani e talentuosi registi (Marengo, ma anche Daniele Vicari) se ne sono resi conto e questo è un altro dei motivi per cui fare il tifo per loro.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Marengo
Anno di produzione: 2007
Produzione: Italia
Durata: 104 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
David di Donatello 2007: miglior canzone (La Paranza e Mi persi di Daniele Silvestri)

{tab=Recensione}
locandinaHalle Barry, più felina e graffiante che in “Catwoman”, è Rowena (un nome, un programma), giornalista rampante e arrampicatrice velenosa, che si diverte a firmare scoop bollenti, distruggendo senza ritegno le esistenze altrui. Intenta nella prossima mossa, per colpa di un imprevisto dovrà fare i conti con una brutta vicenda riguardante proprio i suoi migliori amici, che si riveleranno all’improvviso dei perfetti sconosciuti (di qui il titolo del film, “perfect stranger”: nessuno è ciò che sembra). “Per commettere un buon omicidio, servono buoni ingredienti al momento giusto”, si dice a più riprese. Qui in effetti ci sono tutti: infanzia difficile, sete di potere, senso di rivalsa, strategie, cambi d’identità, menzogne, vendetta, gelosia, possessione, sensualità spinta all’estremo... Il problema dell’ultima opera di James Foley è proprio questo: tutto troppo facile. E così il thriller (psicologico, nelle intenzioni) perde di tono, appiattendosi su un livello stile “Basic Instinct 2”, dove relazioni morbose sfociano in chattate pseudo-erotiche fra la ricercatrice della verità e il maggior indiziato (un notevole Bruce Willis, che obiettivamente insieme alla maliziosa Berry fa faville). La volontà di sfruttare il moderno espediente di internet, senza abbandonare gli stereotipi classici del sexy thriller, è un tentativo fallito che sfocia in un finale prevedibile: chi non si aspetta che solo il più impensabile sia il vero colpevole?

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Foley
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 110 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaSi concludono le avventura del capitano Jack Sparrow con un episodio arrembante di effetti speciali, sequenze spettacolari e con infiniti colpi di scena. Chi pensava infatti di saperne già abbastanza sulla personalità e sul passato di Elizabeth Swann, Will Turner, Tia Dalma, Davy Jones e Barbossa si sbagliava, perché è solo in questo ultimo capitolo che tutti i nodi verranno al pettine. Diciamo subito che quello che un po’ delude di Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo è proprio l’aspettativa nei confronti di Johnny Depp, che ormai sembra avere un po’ esaurito l’energia del personaggio e risulta infatti un po’ sottotono, seppure sempre assolutamente geniale. In compenso, a trascinare letteralmente il film, che come il secondo episodio, più volte s’incaglia in passaggi lenti e macchinosi, è Jeoffrey Rush, strabordante nella sua interpretazione di Barbossa, tornato dal mondo dei morti per compiere l’impresa di sconfiggere Davey Jones. Nonostante gli ultimi due capitoli durino complessivamente cinque ore e mezza, Gore Verbinski lascia l’impressione di aver realizzato una trama fin troppo fitta e complessa per la genuinità e la semplicità cui ci aveva abituato con il primo (e migliore) episodio della trilogia: lo spettacolo è sempre garantito (e la battaglia finale è assolutamente imperdibile), ma spesso si rimane storditi da un vortice di sorprese, che lo spettatore non ha il tempo di assimilare. La freschezza del film, fortunatamente, rimane intatta, ma la differenza tra La maledizione della Prima Luna e le due pellicole successive (girate assieme) risulta evidente e la sensazione finale è quella di una trilogia discontinua, poco fluida e quindi incompleta.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: G. Verbinski
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata:  168 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
MTV Movie Awards 2008: miglior performance comica (Johnny Depp)

{tab=Recensione}
locandinaA tutti gli appassionati di "Chi vuol essere milionario", "Affari tuoi" ecc. : Attenzione! Una vincita multimilionaria può rovinarvi la vita! Il film di Rodrigo Cortès è un vero atto d'accusa contro la società delle false promesse e delle trappole finanziarie in cui ci troviamo a vivere. Il suo protagonista, Martìn (interpretato da un eccezionale Leonardo Sbaraglia), giovane professore di Storia dell'Economia, vince 3 milioni di euro ad un quiz televisivo. Quello che avrebbe dovuto essere un momento di assoluta felicità si tramuta ben presto in un incubo senza via di scampo: tasse e cavilli finanziari stanno privando Martìn non solo della sua vincita ma anche della sua stessa vita! Viene lasciato dalla sua fidanzata, perde il posto di lavoro, vede scomparire tutti i suoi amici e la sua ancora di salvezza sarà un vecchio economista creativo da molti ritenuto pazzo, che gli indicherà la strada per "fregare il Sistema". La pellicola del giovane Cortès (poco più che trentenne, ma on una gavetta fatta di corti premiati in tutto il mondo e un videoclip girato per il film "Apri gli occhi" di Alejandro Amenabar) sfugge da qualsiasi definizione o classificazione in "generi" classica. E' adrenalinica, avvincente, girata con lo stile dei videoclip ma, allo stesso tempo, contiene un sottotesto di critica alla nostra società e alle sue meschinità molto approfondito e quasi da "film-inchiesta". L'abilità con la quale Cortès "shackera" questi due registri, così lontani tra loro, e la freschezza del risultato finale ne fanno una sicura promessa del panorama cinematografico mondiale degli anni a venire e la "denuncia vivente" del ritardo degli apparati produttivi italiani.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. Cortès
Anno di produzione: 2007
Produzione: Spagna
Durata: 90 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaLa Caja di Juan Carlos Falcòn Rivero, film vincitore di EuropaCinema, è un’opera prima di sorprendente maturità per la leggerezza con cui affronta, con risvolti umoristici e paradossali, il tema della morte superando gli scogli della rappresentazione di una veglia funebre. Un cadavere, quello dell’odiato Don Lucio, diventa il fulcro della narrazione intorno al quale gli abitanti di un piccolo villaggio delle Canarie circolano come in un  teatrino, facendone oggetto di scherno, di vendette, di ipocrite espressioni di compunzione e di evidente fastidio. La vedova sfuggente, Eloisa, interpretata da una squisita Angela Molina, sembra l’unica a non essere minimamente turbata, anzi si percepisce dai suoi continui stupori per la vita del defunto marito che il loro rapporto coniugale era basato sull’ assoluta incomunicabilità: si sfila dalla rappresentazione di qualcosa che in finale non gli è mai appartenuto per prendere coscienza di sé, prima con una febbrile ricerca del denaro e poi con l’abbandonarsi alle gioie di un “nuovo” amore. E’ la vicina di casa, Isabel (una superba Elvira Minguez), anche lei vittima di Don Lucio, a farsi carico dell’ingombrante corpo; si lascia sfuggire ad Eloisa un sofferente: “Lo faccio con imbarazzo, ricordatelo”. Si scoprirà in seguito che il ragazzino che si aggira per casa è il frutto della sua prepotenza sessuale, rievocata da lei con disgusto. Interessante non solo la metafora politica che ricorda nella figura del morto i fantasmi dei soprusi di Franco, ma anche la doppia valenza che assume il nome “Caya”, indicante sia la cassa da morto che la cassetta nella quale si “dovrebbero” celare i tanto sospirati soldi, unica eredità positiva di una figura così abbietta. La chiave del film si gioca appunto in questa ambivalenza: Don Lucio lo sa e dall’aldilà sogghigna divertito.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. C. Falcòn Rivero
Anno di produzione: 2005
Produzione: Spagna
Durata: 107 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaDaniele Luchetti torna a far parlare di sé con un film che merita applausi ed elogi. Incredibile vedere Riccardo Scamarcio recitare (e bene!) accanto ad un Elio Germano assolutamente formidabile. Manrico ed Accio, fratelli legati da un rapporto del tutto particolare e manesco, hanno idee politiche antitetiche. Manrico (Scamarcio) è un operaio di sinistra che si batte per i diritti dei lavoratori ed organizza grandi manifestazioni. Ha un mucchio di donne al seguito ed una ragazza splendida che lo adora. Accio (Germano) è l’esatto opposto. Fascista convinto, veste di nero e picchia chi non la pensa come lui. Combina guai che seguiamo sin dall’infanzia, lo vediamo crescere, quasi il regista volesse proporci la storia di un cambiamento. Non lo giudichiamo, Accio, lo capiamo, lo apprezziamo e desideriamo aiutarlo quando compie l’ennesimo passo falso. Gli vogliamo bene, insomma. E come potrebbe essere altrimenti?
Luchetti ci convince che quella storia sia reale, autentica, e lo fa attraverso due componenti palpabili nel film. La regia, forte ed incantevole, quasi ipnotizzante. Macchina a spalla e primi piani forzati degli attori, quasi a voler entrare nelle loro menti, l’obiettivo diventa complice e spia i pensieri più nascosti. La fotografia scelta si carica di illuminazioni naturali, assolutamente mai sopra le righe. Ricorda molto un documentario sulla vita e l’evoluzione di qualcuno che, come tutti gli altri, a volte sbaglia. La recitazione, poi, altro pilastro nella pellicola: i personaggi non sono solo credibili, ma vivono la storia e le emozioni che ne scaturiscono con una tale intensità da renderci partecipi o, meglio, complici.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Luchetti
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 100 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
5 David di Donatello 2007: miglior sceneggiatura, attore protagonista (Elio Germano), attrice non protagonista (Angela Finocchiaro), montaggio, suono in presa diretta
4 Ciak d'oro 2007: miglior attore protagonista, montaggio, scenografia, costumi
Festival del Cinema Europeo di Siviglia: Giraldillo de Plata Secciòn Oficial
1 Ioma 2008:Miglior film italiano in ex aequo con Caos calmo.

{tab=Recensione}
locandinaGabita e Otilia sono due ragazze qualunque, sperdute nella Romania rigida di Ceausescu, connotata da un proibizionismo esasperato che si ripercuote socialmente in un’eccessiva morigeratezza dei costumi. Le due amiche, compagne di università, si trovano a dover far fronte ad un problema delicato e personale: Gabita è incinta e non vuole tenere il bambino. Ma interrompere la gravidanza, giunta ormai a 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (titolo figlio di un rigore scientifico, che ben dimostra il rifiuto categorico del regista a lasciarsi andare a qualsiasi ricamo retorico) è illegale. Pertanto, la questione va risolta con mezzi altrettanto illegali. L’inevitabile si scontra con il necessario, in un duello filmato da un regista coraggioso, Cristian Mungiu, giovane talento rappresentativo del miglior cinema impegnato europeo, che si fa paladino della libertà di scelta e della tutela del corpo femminile, raccontando una storia intensa e non facilmente digeribile con uno stile volutamente asciutto, sobrio, al limite dell’anonimo (eccezion fatta per tocchi personali efficaci, si pensi alle sequenze della corsa disperata di Otilia, ingoiata da un buio metaforico, con una handycam che la insegue e la inchioda, stile horror-movie). Nessun giudizio morale di sorta, immagini forti figlie di ricerca dell’impatto visivo che si fa feroce contro-informazione, affinché tutti siano ben consapevoli di ciò che è accuduto/potrebbe riaccadere. Palma d’Oro meritata, dovuta, quasi obbligatoria, per un film capace di fare del grido allo scandalo una silenziosa opera d’arte.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: C. Mungiu
Anno di produzione: 2007
Produzione: Romania
Durata: 113 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Festival di Cannes 2007: Palma d'Oro, Premio FIPRESCI
2 European Film Awards 2007: miglior film, miglior regista

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{tab=Recensione}
locandinaUn uomo e i suoi trecento. L'orgoglio e la virilità austera di Sparta. La sete della gloria, la forza del coraggio, l'ardore della passione. Cronaca virtuale di una vigorosa sfida al destino in nome della libertà, firmata Zack Snyder, “300” è la trasposizione cinematografica dell’ omonimo romanzo grafico di Frank Miller. Siamo nel 480 a .C. a Sparta, mitica culla di guerrieri che non tentennano mai, che non conoscono debolezza né tenerezza alcuna. L'austerità dei costumi è la matriarca che regge una società fondata su disciplina, onore, senso del dovere e venerazione delle leggi (siamo pur sempre nell'Ellade socratica), oltre a promuovere valori come coraggio patriottico e sacrificio estremo. Ma anche razzismo, competizione, gusto xenofobo di sopraffazione. E Leonida, diciassettesimo re neanche a farlo apposta, è l'incarnazione vivente della trasfigurazione positiva di tutto l'universo spartano: padre attento, marito fedele (la coppia formata dalla sublime regina Lena Headey e dal possente Gerard Butler è semplicemente irresistibile), cittadino irreprensibile, guerriero valoroso, come anche nemico spregiudicato e senza pietà, pronto a dissacrare da subito l'inviolabile vincolo dell'ospitalità. Variegate le prospettive ideologiche con cui ispezionare il film, che presta il fianco a critiche ed elogi di vario tipo, premesso tuttavia che l'intenzione palese resta un godibile divertissement: cinema d'intrattenimento che prende in prestito movimento e terza dimensione dall'universo dei videogiochi, senza risparmiarsi tocchi d'autore che spaziano dall'azione, al thriller, al melò nel giro di pochi minuti. Il padre dell' “Alba dei morti viventi” regala al pubblico un'esperienza cinematografica che fa dell'esplosione del colore (su tutti un ipnotico rosso sangue, protagonista fin dai titoli di testa) e dell'enfasi estetica dei corpi il suo punto forte, impressionando, suggestionando, catturando in ogni singola, appassionante, sequenza.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Z. Snyder
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 117 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
2 Saturn Awards: Miglior film d'azione/di avventura/thriller, miglior regia (Zack Snyder)
MTV Movie Awards 2007: Miglior combattimento (Gerard Butler contro "The Uber Immortal").
1 Golden Trailer Award: Miglior promozione
1 Satellite Award: Migliori effetti speciali

{tab=Recensione}
locandinaUno dei punti di forza del cinema, del Grande cinema, sta nella capacità di raccontare le realtà contemporanee attraverso storie “altre”, di finzione. Il cinema americano, con qualche degenerazione di troppo, ha fatto di questo principio uno dei suoi capisaldi. Al contrario, in Italia pochi sono stati i registi in grado di liberarsi del retaggio neo-realista e del film d’inchiesta, teso a raccontare la realtà con la realtà, per abbracciare appieno la fiction e il suo sistema dei generi. Paolo Virzì è sicuramente uno di loro. La commedia, in questo caso in costume, diventa nelle sue mani un espediente per raccontare la società e la politica dell’Italia d’oggi. E così la disputa ideologico-filosofica tra un giovane maestrino rivoluzionario ed idealista, e il vecchio Napoleone in esilio all’Elba, traditore di quei medesimi ideali rivoluzionari e schiavo malinconico di un’ambizione che tanti giovani ha condotto alla morte, è lo specchio dell’idiosincrasia oggi esistente tra i giovani e la classe politica italiana. Di quella reazione a “un nuovo miracolo italiano”, pardon “elbano”, tante volte annunciato ma perennemente smentito dalla realtà disperata e “precaria” vissuta da quegli stessi giovani e sfogata in una lotta, appassionata quanto velleitaria, contro un tiranno lontano e non curante. Elio Germano mette il suo talento (già venuto a galla in Che ne sarà di noi e Romanzo criminale) a disposizione del maestrino Martino Papucci mostrandone l’ingenuo ardimento rivoluzionario e il conflitto interiore con il candore di un’anima ancora troppo giovane. Daniel Auteil è il suo antagonista: Napoleone, il tiranno bugiardo ma carismatico da uccidere in nome di libertà e giustizia. Triste, patetico, persino buffo nell’ora del tramonto e, tuttavia, ancora integro nel suo potere e nell’affascinante malizia che ne deriva.
Virzì guarda ad entrambi, e ai loro corrispettivi attuali, con disincanto e, forse, con la rassegnazione di chi ha terminato la propria stagione di impegno politico militante. E comunque con una consapevolezza: quella, cioè, che il Potere può essere sconfitto solo da se stesso.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Virzì
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia - Francia
Durata: 110 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaLa tematica su cui s’incentra tutto il film, che registra l’esordio alla regia del cantante Federico Zampaglione, è la difficoltà della convivenza con l’altro, l’estraneo, il diverso. Intento nobile, perseguito efficacemente senz’ombra di retorica buonista: giocandoci l’ennesimo “tiro mancino”, Zampaglione sceglie il tono della commedia (rigorosamente black style) per insinuarsi graffiante nei pregiudizi della nostra società, in cui un’eterofobia neanche troppo latente è sempre pronta a puntare il dito verso qualcuno che si avverte come diverso e dunque minaccioso (associazione arbitraria, eppure puntualmente messa in pratica).
Così, l’acquisto della villetta bi-familiare in una “Valle [tutt’altro che] Serena” darà inizio a un vortice di equivoci, fraintendimenti, fobie, in un climax ossessivo e maniacale che coinvolge senza sosta. La misteriosa coppia che abita di fronte a Vittorio e Marina (alias i formidabili Luca Lionello e Claudia Gerini, insieme già sul set di “The Passion”) ha, in apparenza, poco di rassicurante: lui (un eccellente Emilio De Marchi) è il rumeno Slatko, impegnato in loschi traffici di mobili. Lei (una sfacciata Anna Marcello, sguaiata e sensuale) una spregiudicata lavoratrice che “sembra faccia dei servizi in un motel per camionisti”. Tutte le colpe di qualunque circostanza saranno dunque attribuite subito agli “odiosi vicini”, in una degenerazione di odio e sospetti (ma anche incubi e allucinazioni) che porterà solo guai. Lo stile di regia è scoppiettante e camaleontico, pronto a strizzare l’occhio alla tradizione e ai grandi generi cinematografici (si pensi al sapore western della sequenza con Adriano Giannini), ma altrettanto smanioso di cedere il passo ad uno sperimentalismo che affascina nel suo essere multiforme e multisfaccettato. Il cast si dimostra di altissimo livello, con una grandiosa Cinzia Leoni nei panni della madre/suocera che si sente abbandonata. Garantito un gran finale, con colpi di scena e battute importanti, fra cui l’imperativo che regge il messaggio del film: “bisogna fermarsi in tempo”. Scrollarsi di dosso i congeniti pregiudizi e, magari, lasciarsi andare.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: F. Zampaglione
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 90 minuti

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Sottocategorie

wpepsicologiaTematiche affrontate negli articoli:

  • Disturbi psicologici dell'adulto e del bambino: disturbi d'ansia, disturbi di personalità, disturbi dell'umore, disturbi alimentari, dipendenze classiche e nuove dipendenze, dipendenza affettiva
  • Problematiche relazionali in coppia e in famiglia, Comunicazione funzionale e disfunzionale, tradimento
  • Il benessere a scuola: dai metodi didattici e alternativil al ruolo dell'insegnante, dalla gestione dei comportamenti di bullismo ai disturbi del linguaggio
  • Arteterapia: Fototerapia, Drammaterapia, l'utilizzo della fiaba
  • La figura dello Psicologo: dai falsi miti alla spiegazione di cosa fa e di quali sono le caratteristiche di una psicoterapia

 

wpesessuologiaTematiche affrontate negli articoli:

  • Disturbi sessuali
  • Desiderio di un figlio, fertilità
  • Omosessualità e Transessualismo
  • Perversioni

 

 

 

 

wpecriminologiaTematiche affrontate negli articoli:

  • Stalking e comportamenti ossessivi
  • Omicidio sessuale, omicidio passionale, omicidio di coppia, serial killer, omicidio familiare
  • Femminicidio
  • Adozione e affido
  • La Perizia e la Consulenza Tecnica
  • Comportamenti violenti e comportamenti perversi: pedofilia, bullismo, piromania
  • Legislature varie: in tema di stalking, di adozione internazionale
  • Centri antiviolenza

 

 

wpesociologiaTematiche affrontate negli articoli:

  • Sociologia ambientale: ecologismo, sostenibilità e impatto ambientale
  • Riflessioni su tematiche di attualità
  • Caratteristiche e drammi dell'educazione sanitaria, sociale, culturale, economica...
  • Il gruppo: ruoli, caratteristiche, difficoltà
  • Il fenomeno dell'immigrazione e la differenza culturale
  • I metodi narrativi
  • Sociologia del crimine e comportamenti violenti in un'ottica sociale
  • Sport, mass media e nuove tecnologie
  • Gli adolescenti

 

cinema

Una rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

Per contattarci o venirci a trovare...

MenteSociale è un ente del terzo settore (CF: 97992540589) e ci occupiamo del benessere psicologico della persona, la coppia, la famiglia
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