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Articoli

Articoli professionali di Psicologia, Sessuologia,Crimonologia, Sociologia, per capire meglio quello che stiamo vivendo, affrontando, condividendo. 

Riflessioni personali su ciò che ci circonda o su tematiche attuali. 

Recensioni cinematografiche o bibliografiche su ciò che abbiamo visto o letto. 

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locandinaSteven Soderbergh ci riprova: riunisce la banda criminale più bella del reame, elimina donne di troppo (niente Julia Roberts né Catherine Zeta Jones, questa volta) lasciandone aleggiare solo il ricordo, poi infoltisce la schiera dei malviventi irresistibili piazzandoci uno sfuggente Vincent Cassell e un inquieto Al Pacino. Il risultato? Un altro, l’ennesimo, sfavillante “Ocean’s 13”, esteticamente perfetto per il pubblico femminile, discretamente avvincente per quello maschile grazie ad una regia sapiente, che ricorda vagamente i (più) bei tempi del “Casinò” di scorsesiana memoria. Colpo grosso, quello architettato contro Willy Bank, proprietario dell’omonimo casinò (The Bank), abituato a ricevere il prestigioso “Royal Review Board’s Five Diamone Award” per i suoi magnifici alberghi. Danny Ocean e la sua banda vogliono fargliela pagare per aver prima truffato, poi mandato in ospedale, lo storico membro e mentore della cricca criminale, Reuben Tishkoff (un favoloso Elliott Gould), che ormai è costretto a passare le sue giornate su un letto, accanto a montagne di lettere mai aperte. Una vendetta che si consuma sottoterra, secondo un piano meticolosamente studiato a tavolino (com’è d’uso nella banda Ocean’s) e puntualmente difficile da realizzare. Ma stavolta c’è qualcosa di più in ballo, oltre all’immancabile posta economica, che per altro si arricchisce di diamanti, in uno smacco morale voluto dal finanziatore benefico (!) Terry Benedict/Andy Garcia. Bisogna vendicare un amico, fare giustizia, così che nessuno osi ancora mettersi contro la loro indissolubile banda. Che poi è composta da ladri professionisti, ma anche da semplici amici che si coprono le spalle a vicenda. Questo è il vero segreto dei vari “Ocean’s”: al pubblico piace vederli scherzare e fraternizzare di continuo, queste stelle amiche di Hollywood, che riescono a trasmettere l’evidente armonia del set al di là dello schermo. Soderbergh non fa altro che sfruttarla a suo favore, confezionando dignitosamente l’ennesimo action-movie sulla falsa riga dei predecessori – insomma, niente di così nuovo.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Steven Soderbergh
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 122 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaOgni uomo nasconde un segreto. E a volte basta una rapina per svelarlo. Spike Lee firma un giallo accattivante, con scene che scivolano dal thriller al film d’azione nel giro di poche sequenze. Come nel più perfetto dei cerchi, l’inizio coincide con la fine ed entrambi sono affidati al volutamente inespressivo volto di Clive Owen.  Nei misteriosi panni di Dalton Russell, il versatile attore interpreta qui il ruolo del capo indiscusso di una banda di rapinatori, intenta a concludere il colpo (più) grosso dell’anno: mettere sotto assedio una blindatissima banca di Wall Street, succursale di un’istituzione finanziaria internazionale. La missione si rivela tutt’altro che impossibile, anche perché studiata nel minimo dettaglio, con un’attenzione ed una precisione a dir poco maniacali. Il caso viene affidato al detective Keith Frazier (un grande Denzel Washington, in un ruolo che puzza di stereotipo), eletto negoziatore per puro caso (l’assenza del collega).
I colpi di scena si susseguono incalzandosi frame dopo frame, fino ad ingurgitare nella loro marcia (trionfale) personaggi cinici ma scaltri (la glaciale Jodie Foster, in un’interpretazione tagliente), vecchi che non vogliono spogliarsi (l’anziana signora-ostaggio, ma anche il potente imprenditore Arthur Case-Christopher Plummer), paure ed attese mai risolte, nazismo ed ironia su 50cent, pizza e sandwich, come anche segreti nascosti e rivelati con lo stesso minimo comun denominatore: la violenza, il fine che giustifica i mezzi.
Spike Lee gioca con la macchina da presa, divertendosi a camuffare la realtà con piani sequenza vorticosi alternati a scene distillate in una lentezza da souspance, creando come effetto un’atmosfera da rompicapo, un puzzle fascinoso in cui ogni pezzo è difficile da trovare, ma ancora di più da riconoscere.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Lee
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 129 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaFiglio di un cinema indipendente che rischia di autocompiacersene, l’ultimo film scritto e diretto da Andrea Arnold si è aggiudicato il Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes. La trama si concentra sulla resurrezione di fantasmi del passato in carne ed ossa, affrontando a viso aperto ossessioni e morbosità di un voyeurismo esasperato, conseguenze inevitabili di una tragedia familiare impossibile da superare.
La protagonista, Jackie (una notevole Kate Dickie) trascorre le sue giornate sempre uguali nella sala di controllo “Occhio della città”, vivendo il mondo attraverso una miriade di piccoli schermi che la avvicinano e insieme la tutelano da microcriminalità, violenze, omicidi quotidiani. ‘Red Road’ è il nome del quartiere-covo di ex-galeotti, dove tutto è tinto dal colore del sangue: pareti, porte, indumenti, lampade, luci, arredamento… L’impatto visivo è preponderante rispetto al parlato, tanto che per metà si respira aria di film muto, il cui silenzio implode nel dinamismo della seconda parte, di più alto livello, quando vittima e carnefice si ritrovano faccia a faccia, o meglio corpo a corpo.
Dispiace, tuttavia, la soluzione quasi buonista del finale, soprattutto a seguito di un’analisi tanto efficace del potere devastante del risentimento, con un esito di vendetta che si presumeva fredda, calcolata, senza soluzioni. Ma non è detto che il valore del perdono non si possa recuperare, anche a mali estremi.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: A. Arnold
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna, Danimarca
Durata: 90 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaAgli inizi degli anni ’70 i giovani  componenti del gruppo di estrema sinistra spagnolo, il Movimento Ibèrico de Liberaciòn (MIL), organizzano tutta una serie di rapine grazie alle quali riescono a mettere in scacco la polizia locale.  
Nel settembre del 1973, però, alcuni agenti della Brigata Socio-Politica fanno scattare una trappola per due dei componenti del gruppo. Un conflitto a fuoco, un poliziotto morto ed un militante gravemente ferito sono i motivi per cui il giovane Salvador Puig Antich si troverà in prigione, condannato a morte. Un film sul diritto alla vita ed alla speranza. Non si danno giudizi, ma il regista sta dalla parte di Salvador, come tutti i personaggi che vivono il suo dramma accanto a lui.
La regia è forte e decide di farsi sentire. Penetra nei pensieri di Salvador, e non solo. Ci mostra il rapporto tra il ragazzo e la sua famiglia. Le sorelle lo adorano e per lui fanno l’impossibile, così come il suo avvocato che, da scettico difensore, diventa il migliore amico che non lo abbandona proprio mai. Sarà che Salvador è per tutti il bravo ragazzo che finisce col commettere un passo falso. Il regista, Manuel Huerga, ci catapulta nel mondo del protagonista, quello interiore che meglio racconta emozioni, sentimenti e speranze. Una regia originale, coinvolgente, una fotografia affascinante che alterna toni estremamente caldi (nelle scene iniziali delle azioni politiche) ad altri particolarmente freddi (le ultime sequenze in prigione). La morte diventa bianca, asettica, irrimediabilmente silenziosa. Un senso di impotenza misto a speranza accompagna tutto il film che, col ritmo incalzante donato da un montaggio incredibilmente ben riuscito e da una sceneggiatura ricca di dialoghi che mai scadono nel banale o nel ridicolo, regala emozioni e, in alcuni punti particolarmente salienti, anche qualche lacrima.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Huerga
Anno di produzione: 2006
Produzione: Spagna, Gran Bretagna
Durata: 126 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaUn romanzo di Frank Wedekind che a suo tempo destò un discreto scandalo, e una sceneggiatura, quella del fu Alberto Lattuada. E' su questi presupposti d'ispirazione che prende vita la pellicola dell'inglese John Irvin, presentata al Festival di Venezia 2005 fuori concorso ed incentrata sull'iniziazione alla vita (e a tutte le sue più infami sfumature) di candide educande finite in un collegio rinomato della Turingia. Tutto sembra scorrere nel modo più scontato possibile, tanto che a volte tornano nostalgiche alla mente sequenze di film già visti, come il lontano Annie di Huston, insuperabile per la resa della tragicomica realtà solitaria di una povera orfanella sorridente. Eppure - c'è un enorme 'eppure' che si pianta insormontabile nel bel mezzo della pellicola di Irvin, per altro coproduzione italo-ceca-inglese: un 'eppure' che la ribalta, deformandone i contorni fino all'eccesso, che tocca il suo apice quando il melò si trasforma in horror raccapricciante. Nel giro di qualche frame, infatti, i volti candidi delle protagoniste si corrucciano in smorfie d'appagamento (omo)sessuale così come in gemiti di morte, mentre latrati di cani assatanati si rivelano ben più potenti di infantili competizioni per ottenere il fatidico ruolo di "prima ballerina".
Vittime ed assassine finiscono allora per confondersi in una spirale infinita di sangue, di ipocrisia, di delirio allo stato puro, per un thriller quasi tutto al femminile in cui spiccano i volti italiani di attrici di fiction nostrane come Silvia De Santis, Galatea Ranzi ed una brava Eva Grimaldi (degne, d'altronde, della produttrice Ida di Benedetto, pioniera di soap come Un posto al sole).
Va detto, tuttavia, che non si tratta di una visione impeccabile: pur presentando vari spunti di rara genialità (i titoli di testa sono, a tal proposito, un vero gioiello), la pellicola resta un tentativo ammirevole ma non pienamente riuscito. A scene di un'efficacia suggestiva impressionante (una su tutte: le maschere anonime della servitù, perché "Le serve non hanno un'anima") si affiancano accenni non svolti, fili di trama lasciati in sospeso, punti importanti non approfonditi. Quello che risulta lampante è, dopo tutto, l’antitesi esterno-interno, apparenza-essenza, generosità che cela corruzione, sorrisi che sanno di marcio.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Irvin
Anno di produzione: 2005
Produzione: Gran Bretagna, Italia, Repubblica Ceca
Durata: 107 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaLa donna, fonte d’energia ed ispirazione, Bigas Luna ce l’ha nel sangue, o meglio ce l’ha scritta nel cognome, evocante l’archetipo femminile per eccellenza. Questo film non fa eccezione e dà libero sfogo a passioni mai sopite, ad incestuose fantasie, ad impensabili tradimenti intrecciati con una abilità di regia veramente gustosa: il tutto pervaso da una sottile tensione erotica giocata sul legame tra cibo e sesso e sulla sensualità che trasuda dalle tre donne protagoniste. Conchita, interpretata magistralmente da Stefania Sandrelli, perfida produttrice di mutande e madre morbosa ed oppressiva, architetta un ignobile, quanto ingegnoso piano affinché il figlio rinunci a sposare la fidanzata (una esordiente, giovanissima Penelope Cruz) rimasta incinta. La malcapitata squattrinata è colpevole di essere figlia di una ex-prostituta (Anna Galiena), “costretta” dopo essere stata abbandonata dal marito a mantenersi in quel modo. I colpi di scena si succedono fino ad esplodere in un finale shock a colpi di prosciutti, in cui tutti si ritrovano ad essere amanti di tutti (ci sono addirittura 2 triangoli amorosi) ed in cui le parti sembrano invertirsi fino all’inverosimile: quella che è additata come una puttana si ritrova ad essere madre sensibile e premurosa, mentre la borghese apparentemente ineccepibile non è affatto esente da peccati e pesanti colpe. Il senso si gioca proprio qua: non è un caso che in Spagna per dire che qualcosa è fantastico si usa l’espressione “de puta madre”, si associano due termini volutamente ritenuti “contraddittori”. Ancora una volta Bigas fa centro, per aver scavato con leggerezza nei tabù e nelle nostre più recondite paure: questo film è, per l’appunto, “de puta madre”.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Luna
Anno di produzione: 1992
Produzione: Spagna
Durata: 96 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
49ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia: Leone d'argento - Premio Speciale per la regia

{tab=Recensione}
locandinaNon essendo il sottoscritto un appassionato e assiduo “babbano” seguace del piccolo maghetto, non potrò in questa sede rendervi conto nè degli sviluppi delle passate puntate, nè dei collegamenti e chiarimenti che sicuramente ci sono, nè infine dei nuovi intrecci della saga.
Le avventure del nostro piccolo (ormai neanche tanto) eroe, continuano, e parallelamente alla “crescita” di quella generazione che possiamo definire “potteriana”, anche il film si adatta all’età di quei non più bambini, che sono lo zoccolo duro sia del successo editoriale che cinematografico.
Si intende ormai per generazione “potteriana” quel piccolo miscuglio (qualche milione nel mondo) di genitori (forse quarantenni) e figli (ormai quindicenni) che sono cresciuti insieme al nostro eroe: i primi per trovare una crescita equilibrata evitando in tal modo terapeuti vari e religioni trascendentali; i secondi guidati dai primi per trovare semplicemente la crescita.
L’esperienza è divertente, gli elementi adolescenziali ci sono tutti: dal primo bacio tanto reclamato (molto casto, neanche un intoppo come è capitato a tutti i babbani), alla ribellione, passando per i problemi esistenziali l’ossessione e la solitudine; il tutto in un clima molto cupo e come sempre magico, in cui lo scontro (iniziato nel precedente film) tra H. Potter e il terribile Lord Voldemort, si evolve, aggiungendo alla trama elementi utili ad inquadrare il contesto della lotta.
H. Potter dovrà inoltre affrontare la terribile professoressa D. Umbridge, nominata dal Ministro della Magia in persona per calmare gli animi di questa scuola ormai considerata pericolosa e rivoluzionaria (come gli adolescenti che la frequentano). Un piccolo accenno politico (di stile Orwelliano) che completa il quadro, ma i nostri giovani sapranno scegliere la parte giusta e capovolgere gli ignobili omologatori.   
Lo sforzo produttivo è enorme e la resa cinematografica (grazie agli splendidi effetti speciali) colpisce per il contesto magico che riesce a creare. Ora, è proprio l’elemento magico la base di tutto, una magia casalinga che va esercitata, cresciuta, che diventa elemento di normalità in questo mondo fantastico, che essendo parte naturale del film lo esalta, che se non ci fosse renderebbe la storia sempre lineare ma semplice e come tante altre.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Yates
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 138 minuti

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FOX Choice Awards (Miglior Film Estivo - Dramma/Azione Avventura)

{tab=Recensione}
locandinaGus Van Sant colpisce ancora. Con “Paranoid Park” si aggiudica il premio speciale per il sessantesimo anniversario del festival di Cannes, firmando un film sull’adolescenza e sul senso di colpa, incentrato sul mondo degli skatboarders. Trattasi di comuni ragazzi spericolati, acrobati per gioco che passano giornate intere nel loro amato “paranoid park”, grigio angolo abusivo di brividi in un quartiere malfamato. Ore e ore trascorse a girare su se stessi e roteare su muri e pedane, avanti, indietro, su, giù, come tanti orologi a pendolo dall’ingranaggio sconquassato. Questo, almeno, sembra essere il profilo di Alex, riservato sedicenne poco esperto con le ragazze, poco fortunato con la famiglia (i genitori si separano e comunque non sembrano riservargli troppe attenzioni), poco entusiasta della vita. Abusando di ralenti in continuazione, il regista indugia sull’interiorità del protagonista, un convincente Gabe Nevins, espressivo quanto basta a rendere la spaesatezza di chi, tutto ad un tratto, si trova suo malgrado catapultato in una vicenda troppo più grande di lui. Un omicidio a Paranoid Park. Sospetti dentro la scuola. Marce di studenti indiziati verso la presidenza. Interrogatori. Silenzi e mezze verità. Rimorsi. Ipotesi. Pensieri. Voci della coscienza che implodono in un silenzio folgorante sotto la doccia, con un’acqua che lava via tutto tranne il senso di colpa. Niente scorre, il ricordo è un martello pneumatico che non smette di battere, il tempo impazzisce grazie ad un montaggio iperdinamico (opera dell’imprevedibile Christopher Boyle, collaboratore, fra gli altri, anche di Won Kar Wai e Shymalan) che rende al meglio un flusso di coscienza a singhiozzo, dove tutto ciò che è accaduto ha un preciso significato, puntualmente ripreso nel presente e riacciuffato nel futuro, in un continuo dialogo fra sfere spazio-temporali diverse che non lascia, però, spiragli di soluzione.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Gus Van Sant
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 90 minuti

{tab=Curiosità}

IL REGISTA GUS VAN SANT HA ORGANIZZATO ATTRAVERSO INTERNET IL CASTING DEL FILM. - PREMIO DEL 60MO ANNIVERSARIO AL FESTIVAL DI CANNES (2007).

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{tab=Recensione}
locandinaLa nuova avventura di Asterix, tratta principalmente dall’Albo “Asterix e i Normanni”, è uscita qualche mese fa in Francia e in altri paesi Europei, mentre uscirà da noi venerdì 16 marzo 2007.
Un film d’animazione diretto da Stephan Fjeldark e Jesper Moller, con le voci del grande Pino Insegno e Martina Stella e con la colonna sonora della cantante canadese Cèline Dion.
Un film ricco di dialoghi molto divertenti e di scene avventurose, il tutto incorniciato da una grafica veramente molto bella e con un finale che lascia pensare. Prodotto da M6 Films, A/S Copenaghen, Mandarin Sas e 2d3D Animationis, il film vede Asterix (Marco Mete) e Obelix (Pino Insegno) impegnati a portare a termine un compito arduo: far diventare un vero uomo Spaccaossix, il nipote del capo villaggio in arrivo da Parigi. Anche se il ragazzino di città si dà un sacco di arie, in realtà è molto pauroso e davanti ai pericoli non può far altro che scappare, rendendo vani i tentativi di Obelix e Asterix di farlo diventare un duro. I Vichinghi, intanto, saputo del nuovo arrivato, partono per la Gallia sperando che si avveri quanto si dice, cioè che “la paura mette le ali”e poter così imparare a volare dal giovane Spaccaossix. Il ragazzo verrà, poi, rapito da questi coraggiosissimi Vichinghi e incontrerà Abba (Martina Stella) e… Raccontare  il finale di questa avventura significherebbe condizionare la fantasia di chi legge, perché negli ultimi attimi di pellicola si possono fare delle riflessioni personali e, per farle rimanere tali, ci limitiamo soltanto a prevedere che questo film piacerà molto ai bambini… e non solo.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Fjeldark & J. Moller
Anno di produzione: 2006
Produzione: Francia
Durata: 80 minuti

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{tab=Riconoscimenti}

{tab=Recensione}
locandinaVincitore della menzione speciale per lungometraggi all'ultima edizione di EuropaCinema, l'agrodolce film di Maria Ripoll coniuga amicizia e amore con la parabola di un dolore insostenibile. E se l'apice della felicità coincidesse con la fine di tutto? E’ ciò che si domanda l’anima di Dani, il protagonista (uno Javier Pereira dal sorriso malinconico), ragazzo pieno di pensieri il cui sguardo si perde nell'oblò di una lavatrice in funzione. Il suo mondo è fuori casa, con Francesco e Ignacio, i soliti amici di sempre, con cui si ritrova in piazza, una domenica come tante, in una Barcellona baciata dal sole, a sfogliare necrologi. Pirandellianamente, accade l’equivoco imprevisto, e i tre imbranati si ritroveranno, per un caso di omonimia, a compiangere un perfetto sconosciuto assieme a parenti e amici.
Trasportandola dal teatro al grande schermo, Maria Ripoll dirige con sobrietà un'opera che ha il merito di riuscire ad affrontare questioni profonde come la morte e il senso della perdita sdrammatizzandole di continuo e sfumandone i contorni, attraverso personaggi solari, semplici e dinamici. La storia corre sui binari dell'amore e dell'amicizia prima solo superficialmente, per poi rivelare la sua vera essenza: una leggerezza di toni che nasconde l'ombra di una vita senza certezze. Perdere un padre e non sapere come diventare uomo. Soffrire e non essere capace di reagire, di sopravvivere, di riempire un'assenza così totalizzante.
Da segnalare Tamara Arias, nei panni di Cristina, alias la sorella del defunto, affranta e aggraziata come poche: un'esordiente sublime di cui di sicuro sentiremo ancora parlare.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Ripoll
Anno di produzione: 2006
Produzione: Spagna
Durata: 100 minuti

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{tab=Recensione}
locandina

L’ultimo film di Robert Altman, Radio America, è un nostalgico ritratto di un America che non esiste più, dipinto negli occhi di una strampalata combriccola di amici, alle prese con l’ultima puntata di A prairie home companion, show che per anni hanno portato avanti e che li ha uniti come una grande famiglia. Tra i corridoi dei camerini e il surreale palcoscenico di un grande teatro, da dove lo spettacolo viene trasmesso, iniziano a scorrere le esistenze di tutti i personaggi, attraverso gli aneddoti ironici e drammatici di una vita trascorsa assieme, di cui colonna sonora sono splendidi brani di musica country, genere adatto forse più di qualsiasi altro a rappresentare la vita come fusione di euforia e malinconia. Nella concitazione di questi momenti, prima che tutti si salutino e ognuno vada per la propria strada, nessuno si accorge di una presenza misteriosa che li osserva, una donna bionda e sensuale, metaforico angelo della morte, venuto a sancire la fine di un’avventura e per alcuni la fine stessa della vita. Inutile il tentativo anni dopo di ritornare sulle scene, di riformare quel grande gruppo di persone: nulla potrà essere come prima, troppe cose sono cambiate e solo il ricordo può lenire le sofferenze di una vita che, giunti alla vecchiaia, appare vuota e triste. Disponendo di un cast eccezionale (tra cui spicca, come al solito, un’eccezionale Meryl Streep, qui in inedita versione di cantante), Robert Altman depone il suo testamento (morirà pochi mesi dopo) nell’ultimo quasi disperato sguardo dei suoi personaggi verso la macchina da presa, occhi nei quali si legge tutta la difficoltà umana ad accettare la fine e a lasciarsi andare a quel sentimento che, seppure piacevole, sa essere struggente come la musica country: la malinconia.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. Altman
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 100 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
3 Premi Ioma 2007: miglior film, miglior cast, miglior colonna sonora

uno su dueRegista e cast di “Uno su due” si sono concessi alle curiosità della stampa romana, con l’informalità tipica di ciascuno di loro, membri di un gruppo di lavoro evidentemente coeso e abile nel trasmettere un’atmosfera di leggerezza e rilassatezza fuori dal set – della serie “Siamo fatti così”. Tutto il contrario del film, dove è di scena una storia immensamente seria che costringe a fare i conti con la piccolezza umana, con protagonisti convincenti che, nel caso dell’esilarante coppia Davoli-Volo, mettono da parte le vesti da giullare per farsi interpreti sommessi di dolori e angosce quotidiane, dal sapore intrinsecamente esistenziale.

Innanzi tutto, come nasce la formidabile coppia Ninetto Davoli - Fabio Volo?
Eugenio Cappuccio: L’argomento trattato richiedeva umanità e sentimento molto forti. E io penso che loro siano due rappresentanti di entrambe le cose, mischiate con una buona dose di simpatia.
Fabio Volo: …E io che credevo di essere in coppia con Anita Caprioli! Almeno dal punto di vista fisico, intendo! Scherzi a parte, ho incontrato Ninetto a Cinecittà, lui non sta mai fermo e per la prima volta ero io più disciplinato di qualcuno! Sono subito rimasto affascinato dal suo carattere, vorrei diventare un giorno come lui, anche se dico sempre che in realtà è la mia versione giovane, con questa sua grande voglia di vivere. E poi abbiamo molte cose personali che ci accomunano, a partire dall’estrazione sociale.
Ninetto Davoli: Vedo in Fabio, per usare un francesismo, un ragazzo molto “gagliardo”, pieno di entusiasmo, di allegria. Ricordo che rimase molto scioccato nell’incontrarmi, perché il mio è un carattere aggressivo, dinamico. Devo ammettere che è bravissimo come attore, però ecco nella sua grinta, nella sua energia, rivedo il me di un po’ di tempo fa. Perché noi siamo così, siamo fatti così, due persone normali, come ci vedete. E anche nel film si notava questo rapporto di amicizia e affetto così forte: c’è sempre bisogno di un sostegno nella vita. E questo ce lo siamo ritrovati anche fuori dal set. E sapete perché? Perché noi siamo fatti così.
F. Volo: yeah, like that!

Fabio, stavolta hai deciso tu il regista e non viceversa, ci spieghi la tua scelta?
F. Volo: Cercavamo qualcuno che avesse la giusta sensibilità, necessaria a realizzare un progetto così delicato, a cui per altro io tenevo moltissimo. Senza Eugenio non sarebbe stato lo stesso, è riuscito a creare le giuste alchimie dentro e fuori dal film. Per quanto mi riguarda, poi, sono stato persino in ospedale a cavallo della sceneggiatura, e non per osservanza al metodo Stanislavskij, ma perché mi sono ammalato e questo mi ha permesso di vivere al meglio il personaggio, la sua quotidianità, le piccole cose, come il numero di stanza, la cena…

Una delle scene più intense del film è quella del caffè annusato ma non assaggiato. Cosa ci può dire al riguardo il regista?
E. Cappuccio: Quella è una scena piena di pathos, di verità, è il vero addio. La tazzina di caffè è quasi un confronto fra i due personaggi, fra ciò che non si è potuto e ciò che si potrà forse realizzare fra di loro. Il senso della scena è nella loro consapevolezza di essere impotenti davanti ad una cosa così piccola. Non possono berlo quel caffè, ma “se lo fanno” lo stesso. E poi, come simbolo, è il desiderio di risveglio.

Nel suo film si nota una particolare attenzione al dettaglio, oltre a un’esplicita citazione di Truffaut.
E. Cappuccio:
Truffaut è stato senza dubbio il maestro del “dare corpo all’invisibile”, la mia citazione è nella sequenza delle gambe dietro la cortina dell’aereo, certo, del resto io amo il suo rapportarsi agli oggetti. Penso che il cinema possa dare un senso enorme alla cosa più piccola. Anche una tazzina può vantare una presenza diversa rispetto al reale. E poi è fondamentale raccontare altri piani di realtà, secondo me.

Ci sono tre personaggi femminili, estremamente diversi fra di loro. Come si è regolato nella delineazione dei ruoli?
E. Cappuccio: 
La cosa più positiva di tutto il film è stato lo spirito di coralità, si è costruito attorno al lavoro un contenitore affettivo molto nutriente e questo ha reso felici le scelte per i caratteri principali e quelli così detti secondari, aiutandomi a porre un’attenzione privilegiata a determinati aspetti. Perché in “Uno su due” l’elemento femminile non è mai un contorno, tutt’altro.
Anita Caprioli: Silvia, il mio personaggio, vive come tante donne un rapporto di coppia da cui si aspetta un’evoluzione che non arriva mai. La malattia è un termometro della relazione: nel problema vero, forte, importante, ci si rende conto del valore della storia che si sta vivendo.
Agostina Belli: Eugenio si è presentato al primo incontro con un bellissimo mazzo di fiori e m’ha subito conquistato. Poi ha mostrato attenzione alle mie battute spontanee, tanto da inserirle nel copione a sorpresa. E’ un regista che dà molto rilievo all’improvvisazione ed è anche molto professionale.
Tresy Taddei: Io non finirò mai di ringraziare il regista e i miei genitori per la splendida opportunità di recitare in questo film. All’inizio avevo paura, perché ovviamente non conoscevo nessuno, ma Eugenio si è mostrato da subito molto disponibile con me.

Di nuovo un film su un gruppo di amici, ancora attorno ad una tavolata di confronto: siamo tornati al periodo delle Fate Ignoranti?
Ferzan Ozpetek:
Magari si ripartisse da lì, saremmo tutti molto più leggeri. No, qui la storia riguarda un gruppo di persone che scegliendosi i propri amici hanno creato una vera famiglia, che un po’ li protegge da ciò che avviene nel mondo esterno. In questo film avevo bisogno di condividere con gli attori, abbiamo fatto un lungo lavoro a casa, discusso ogni scelta di sceneggiatura. Vedete, nella mia famiglia, dopo questo film, posso dire che si sono aggiunte altre persone.

castQuesto film rispecchia in tutto il suo modo di vivere, anche a livello politico?
F. O.:
Non parlo direttamente della politica nel film, faccio solo sentire le emozioni, poi è stato un caso fortuito che in questo momento ci sia un tipo di dibattito simile: io penso che i DICO siano un’ottima cosa, due donne che fanno finalmente un disegno di legge importante. Per me non conta la sessualità delle persone, ma i loro diritti. Comunque, volevo raccontare sentimenti, senza andare sul sociale come in “Cuore sacro”. C’è una grande bontà anche in questo film, ma questo è il mio ambiente, la mia vita, è così, non volevo raccontare l’esterno, ma i sentimenti di un gruppo di persone di front alla morte.

Aleggia un senso di precarietà nel film, come lo avete vissuto?

Stefano Accorsi: Trovo che ci sia uno sguardo di grande amore su tutti i personaggi del film, per questo lo sviluppo della storia non è disperante, ma positivo: i momenti di crisi ci sono, ma è un film che va a favore della famiglia: alla fine, si riescono a superare i problemi solo tutti insieme.
Pierfrancesco Favino: Altro che senso di precarietà: queste persone reggono perché sono gruppo. In una società che ti spinge a dire che stai bene con te stesso, da solo, c’è una persona che ti propone la necessità degli altri per essere felice: è un tema rivoluzionario. L’esterno entra in questo contesto: la necessità dell’altro per essere in vita.
Luca Argentero: Il mio personaggio, Lorenzo, è semplicemente una persona innamorata. La mia preparazione è stata guidata e portata dalla mano di Ferzan, che è riuscito a darmi quelle indicazioni che mi aiutassero a entrare nel personaggio. E poi ho scoperto cosa provano le donne quando baciano un uomo con la barba, ecco l’insegnamento che ho portato a casa!
P. F: Premesso che sono contento di avere timore di tutte le scene, perché vuol dire che sono vivo, dopo quella del nostro bacio, durante cui abbiamo pensato ognuno a cose sue!, ci siamo effettivamente scambiati i consigli sulla rasatura!



Ambra Angiolini al cinema: una nuova scommessa?
Ambra Angiolini: Non nego che il progetto mi faceva grande paura, ma poi mi sono trovata in contatto con attori straordinari. Quando mi è stato proposto il ruolo, io avevo partorito da poco, ero emotivamente fragile, però Ferzan mi ha detto “fidati di me”. Ecco, lui è il secondo uomo, dopo Francesco (Renga, n.d.R.), di cui mi sono fidata. Ferzan mi faceva “sentire” le cose e io mi sono donata nell’interpretazione delle paure e delle debolezze di una donna di cui, certo, non condivido gli oggetti che porta in borsa (droghe varie, n. d. R.)!

Ozpetek ha avuto mai Saturno Contro?
F. O.: Sì, due-tre anni fa. Invece per questo film, due mie amiche, di cui una turca che fa l’oroscopo mi ha detto di non girare a luglio ed ho obbedito! Questo film parla molto di me, della mia difficoltà a separarmi, anche dagli oggetti, è una mia mania: se vedo tre barattoli e me ne servono solo due, o li prendo tutti o nessuno, non voglio lasciarne uno da solo! Anche con le persone succede, io trascino sempre i miei rapporti, perché quando condividi le cose con una persona per tanto tempo io credo che ci sia un modo, certo molto difficile, per riuscire a mantenere i contatti. Del resto, ho una forza incredibile che mi dà la mia famiglia, amici e familiari insieme, sono molto fortunato. Però rifletto sul fatto che in questo momento il mondo intero ha Saturno contro, è tutto molto buio.

Un altro film con Accorsi, Buy e Serra Yilmaz: potete raccontarci questa nuova esperienza con Ferzan?

Stefano Accorsi: E’ stato molto coinvolgente, quando si fa un film con un regista dev’esserci secondo me un rapporto di seduzione: se si conosce troppo una persona si rischia di perdere lo smalto, invece questo non è successo con Ferzan. L’amicizia resta, ma si condivide qualcosa in un mondo parallelo. Anche con gli altri si è creato davvero un bel gruppo: quando siamo partiti per il Circeo a girare le ultime scene, siamo stati sempre insieme, un rapporto osmotico a livello anche di recitazione.
Margherita Buy: Ma vi siete chiesti, piuttosto, come mai non c’è Isabella Ferrari? L’ho eliminata! Come al solito, anche qui sono cornuta, d’altronde sono capricorno ascendente toro…
Serra Yilmaz: Vorrei fare una riflessione partendo da me, figlia unica, figlia di figli unici a loro volta. Ebbene, i figli unici prendono coscienza molto velocemente del fatto che sono soli nella vita: questo li porta a dare più valore all’amicizia. A me è successo così e ritengo che spesso l’amicizia sia più importante dell’amore…

Gli altri interpreti, come hanno vissuto i loro ruoli, ognuno estremamente diverso?

Pierfrancesco Favino: La mia difficoltà più grande è stata interpretare un uomo completamente risolto, che non si uccide perché si accorge di avere altro, di possedere tutto ciò che gli serve. Amici, affetti veri.
Milena Vukotic: Io ritengo che l’emozione sia ciò che ci fa maturare, godere e che io sento essenziale. E’ tanto tempo che non mi trovavo con un gruppo così unito con una guida, un maestro così sensibile come Ferzan. Grazie.
Lunetta Savino: Mi sono divertita molto, forse grazie a un personaggio con cui abbiamo potuto anche giocare, smorzare la drammaticità. Il mio modo di fare commedia è molto misurato ed è risultato congeniale alla situazione: una provinciale che non capisce niente di questa famiglia allargata. Ecco, con questa donna che ho interpretato abbiamo aggiunto un po’ di leggerezza.
Michelangelo Tommasi: E’ il mio primo film, mi sono trovato a lavorare con attori giganteschi, la scena del personaggio che entra nel gruppo da estraneo è stata vera, reale. Ci siamo sorretti tutti molto, attraverso il film ho vissuto momenti di vera amicizia.
Ennio Fantastichini: Molti attori si sentono attratti da personaggi diversi da loro. Io ho amato il tema epocale dell’abbandono, quella rivalità con il ragazzo che ruba il loro amore… bellissimo.

Le musiche sono estremamente affascinanti, nel loro incorniciare una sceneggiatura già di qualità. Ferzan, ci dica qualcosa al riguardo.
F. Ozpetek: Ho scelto Neffa perché è un grande artista, un poeta con una forza incredibile, ti propone cose che lì per lì sembrano mosce, invece la canzone finale, Passione, è straordinaria. E poi nel film ci sono i grandi contributi delle meravigliose voci di Carmen Consoli e Gabriella Ferri Nella scrittura della sceneggiatura io vedevo ogni singolo personaggio al suo posto, Milena, Ennio… Abbiamo fatto attenzione alla scena della vestizione di Lorenzo, pensando a Il grande freddo, ma volevamo dare più un senso macabro. Io ho un’incredibile paura di morire, è una mia fissazione.  L’aneurisma è una cosa terribile che mi riempie  d’angoscia: ora ci sei ma dopo due minuti non più. Siamo in un’era molto veloce, internet e i cellulari ci hanno tolto tutto, tutto di corsa. E anche la vita passa molto velocemente. Comunque mi sto accorgendo che è un film pericoloso: è la prima volta che un mio film mi piace in tutto. Mi emoziona ogni volta che lo guardo. E poi ricordo la bellissima atmosfera che si era creata, i nostri rapporti sono tuttora forti, amo molto tutti loro: dite quello che vi pare del film, ma non toccate i miei attori!

 

Fino a qualche anno fa veniva chiamato "the bad boy", a causa dei suoi guai con la giustizia. Oggi Christian Slater è un uomo diverso, sposato e con due figli, e da ormai qualche anno cerca di tornare  nella Hollywood che anni fa l'aveva allontanato per i suoi numerosi problemi di droga e alcool. Dopo la convincente prova di “Windtalkers” di John Woo nel 2002, oggi lo ritroviamo nel ruolo di un impiegato oppurtunista e razzista nel film Bobby di Emilio Estevez. L'abbiamo incontrato a Roma in occasione della presentazione del film.

Come è stato girare un film simile e con un cast così ricco di star?slater
Christian Slater: Io ero a Londra quando ho ricevuto la telefonata da Emilio Estevez. Mi parlò della sua idea, mi disse che Anthony Hopkins e Sharon Stone avevano già detto di sì, così, ad essere sincero, accettai subito la sua proposta senza neanche leggere la sceneggiatura. Il film, poi, l’ho visto per la prima volta in occasione del Festival di Venezia: è stato davvero bello vedere come Emilio fosse riuscito ad unire così tante story-line. Abbiamo girato tutto nel vero Ambassador Hotel, mentre stava per essere demolito, e mi ricordo che c’era un’atmosfera quasi surreale, perché se da una parte avevi la splendida ricostruzione del ’68 fatta dagli scenografi, dall’altra vedevi i bulldozer in attesa di smantellare e distruggere tutto l’albergo. Credo che la cosa bella di essere attore e prendere parte a questi film sia proprio quella sensazione di essere in una sorta macchina del tempo e viaggiare in epoche lontane, passate o future.

Il cinema sta ricorrendo sempre più spesso al film corale. Secondo lei questo era il modo migliore di portare sullo schermo il messaggio di Robert Kennedy, addirittura con 22 personaggi?

C.S.: Assolutamente sì. Ciascuna delle storie, in fondo, rappresenta un piccolo lato dell’umanità, dal più positivo al più negativo, fino a quelli che possono essere considerati come vie di mezzo. Bobby era un uomo del popolo e il modo migliore e più emozionante di rappresentarlo non poteva essere altro che da quel punto di vista.

Per gli Stati Uniti i Kennedy rappresentano ancora un sogno spezzato?
C.S.: Credo di sì, perché in fondo Bobby fu l’ultima occasione che ci fu data per portare il paese in un’altra direzione, anche se poi dei piccoli barlumi da quel giorno si sono visti ogni tanto, come nel caso della presidenza Clinton.

Lei è uno dei pochi attori ad avere un ruolo negativo nel film. Ha provato a chiedere al regista un personaggio alternativo?
C.S.: Devo riconoscerlo, per quel ruolo Emilio ha pensato subito a me. All’inizio non nascondo che ero un po’ spaventato, ma poi l’idea mi è piaciuta perché mi sono reso conto che mi dava l’opportunità di rappresentare quella fetta dell’America che non era d’accordo con gli ideali di Kennedy. E poi è sempre stimolante per un attore interpretare personaggi con idee completamente opposte alle sue. Una delle mie scene preferite è quella in cui il mio personaggio scopre che i due messicani stanno seguendo la partita alla radio di nascosto, ma alla fine anche lui si mette ad ascoltare insieme a loro. È una scena bellissima, perché mostra come Estevez è stato in grado di dare un arco di evoluzione ai personaggi, nonostante nessuno abbia in totale molto spazio nel film.



Ci sono state difficoltà nella gestione del cast?
C.S.: L’unico problema che ho riscontrato era l’organizzazione della tabella di marcia per ogni attore. Alla fine però Anthony Hopkins ha dato un esempio a tutti, comportandosi da vero gentleman: veniva ogni giorno sul set, si presentava puntuale e rimaneva per tutto il tempo sempre pronto e a disposizione, anche se magari sapeva che quel giorno non avrebbe girato nessuna scena.

Come “Good night and good luck”, anche “Bobby” usa il passato per riflettere sul presente. Hollywood sembra, ogni anno che passa, sempre più schierata contro l’amministrazione Bush. Secondo lei è in grado di cambiare gli orientamenti politici delle persone?
C.S.: Emilio Estevez è partito in realtà dalla volontà di raccontare una storia che sentiva molto personale. È certo, comunque, che con questo film mi ha dato l’opportunità di conoscere meglio Bobby, la cui eredità è stata sempre un po’ oscurata dal fratello John che l’aveva preceduto. Non so se un film sia in grado di cambiare gli orientamenti politici, ma credo fermamente che una pellicola come questa possa contribuire a forgiare nelle persone un’opinione su come dovrebbe essere il candidato delle prossime elezioni. Più che per creare un’idea di politica, credo sia quindi più utile per creare un’idea di politico, che gli Stati Uniti oggi più che mai hanno il bisogno di avere.

La sensazione più bella che viene dal film è sicuramente quella di tante vite, completamente diverse tra loro, che si trovano però accomunate dall’attrazione nei confronti di un uomo che si batte per alti ideali. Secondo lei, oggi, negli Stati Uniti c’è ancora questo desiderio di volare alto, o l’egoismo sempre più imperante lo impedisce?
C.S.: Certo che è ancora possibile. Io ho 2 figli e per loro auspico il miglior futuro possibile, e credo ciecamente, come in fondo il film stesso dice, che basti anche un solo uomo con ideali così alti per far camminare la popolazione tutta assieme verso obiettivi comuni. Sarebbe tutto possibile se ci fosse la persona giusta in grado di toglierci dall’attuale situazione. Un film come questo contribuisce ad accendere lo spirito politico; io stesso, dopo aver fatto il film e dopo aver incontrato i possibili candidati democratici alle prossime elezioni, mi sono sentito come se prima stessi dormendo e improvvisamente mi fossi svegliato. L’importante credo sia non rifiutare di guardare il passato solo perché fa male riaprire certe ferite. Bisogna necessariamente farlo per non commettere in futuro gli stessi errori.

Nonostante quelle che vediamo siano storie di fiction, per i personaggi si è comunque preso spunto da persone reali. Come ci si è organizzati allora per la stesura della sceneggiatura?

C.S.: Emilio si è limitato a reclutare le persone che riteneva migliori per determinati ruoli e poi ha lasciato loro piena libertà. È vero, abbiamo voluto prendere alcuni personaggi dalla realtà, come nel caso della famosa fotografia del primo cameriere che soccorse Bobby, che abbiamo voluto riprodurre fedelmente con il personaggio di Freddy Rodriguez; oppure come lo storia di Lindsay Lohan, ripresa dal racconto di una signora che Estevez ha casualmente incontrato nei suoi sopralluoghi all’Ambassador mentre finiva di scrivere la sceneggiatura. Partivamo da questi spunti, ma Estevez era sempre molto aperto alle nostre idee e ai nostri suggerimenti su come far evolvere le singole storie. Si respirava un’atmosfera molto tranquilla e rilassata sul set.

È impressionante come sia chiaro che i problemi di cui parlava Kennedy siano esattamente gli stessi di cui si parla ancora oggi, come se in tutti questi anni non fosse successo nulla, come se dopo il suo assassinio, il mondo si fosse fermato e non avesse avuto il coraggio di reagire; basti pensare, in fondo, che subito dopo fu eletto Nixon. Lei non ce l’ha un po’ con le generazioni successive al ’68 che hanno permesso che tutti quegli ideali morissero in così poco tempo?

C.S.: Io penso che Bob Kennedy rappresentasse un po’ una sorta di coscienza universale. Aveva l’incredibile dono di parlare alle masse, di calmarle, come quando, in seguito all’assassinio di Martin Luther King, parlò alla folla di Indianapolis e quella fu l’unica città in cui non si registrarono incidenti quella notte. Venivamo da un periodo in cui tutti gli uomini che avevano gli stessi ideali di Bobby erano stati uccisi, dal fratello John, fino a Martin Luther King stesso. Dopo che anche lui fu assassinato credo che le persone avessero paura di farsi avanti per il rischio di essere uccisi per aver posto gli stessi problemi. Abbiamo tutti una parte di colpa. Io stesso mi sono definito un dormiente, perché ho preferito chiudere gli occhi e far finta di niente, quando mi cominciavo a rendere conto che dopo l’11 settembre l’America stava diventando esattamente come ciò che condannava.

C’è una bellissima scena nel film, in cui la parrucchiera Sharon Stone spazzola i capelli della cantante Demi Moore, la quale si lamenta del fatto che dopo una certa età una donna è finita e nessuno la vuole più. Anche oggi le attrici di Hollywood criticano le stesse cose. È la realtà o sono i media a gonfiare questo problema?
C.S.: Beh, c’è sicuramente un po’ di verità, però c’è allo stesso tempo molta esagerazione. Ci sono sempre molti ruoli buoni, basti vedere quello che quest’anno sono riuscite a fare attrici come Helen Mirren, Judi Dench o Meryl Streep.

Pensa che il pubblico europeo possa rispondere meglio di quello americano a questo film?
C.S.: Sinceramente non lo so. Però, in questo tour di conferenze stampa che sto facendo in tutta Europa c’è una frase di un giornalista che mi ha particolarmente colpito. Si alzò e mi disse: “Questa è l’America che ci manca”.

Il film racconta situazioni drammatiche con il sorriso: perché questa scelta specifica?
Sergio Rubini: Perché mi piaceva che i personaggi evocassero una mancanza di depressione, tristezza, cupezza. Certo, c’è la vis tragica della vita che risale alla tragedia greca, ma va stemperata con una sana dose di voglia di vivere!

L’ambientazione è pugliese: quanto autobiografismo c’è nella pellicola?cast1
S. R.: Credo che tutte le opere siano autobiografiche. Ma qui si parte dall’idea che la proprietà divida, tant’è che la masseria è un ostacolo ai rapporti dei personaggi. Ora: io, come mio padre, non sono padrone di nulla, affitto tutto…almeno finché Domenico Procacci mi dà un po’ di soldi! Seriamente, qui di autobiografico c’è quel momento, terribile anche se intriso di tenerezza, in cui la famiglia ovunque tu sia ti reclama. Servi tu. E allora tu vorresti scappare, ma ti accorgi che non puoi. Perché quello è il tuo dovere, la tua casa, i tuoi ricordi d’infanzia: perché noi siamo stratificazioni di memoria.
Per la questione ‘pugliese’: sono andato via dalla Puglia a diciotto anni, non sono certo in grado di esprimermi su quella terra, non so nulla di quei problemi. E’ solo un gioco che faccio con la mia memoria. Il film vuole comunicare proprio questo: l’impossibilità dell’affrancarsi dal proprio passato.

Spiegateci il dipanarsi della storia, perché quel finale, perché un altro delitto senza castigo?
S. R.: M’interessava il motivo di come ci si possa incontrare solo DOPO aver messo da parte le cose, che ripeto sono ostacoli alla fluidità degli affetti. Dieci anni fa probabilmente il personaggio di Bentivoglio sarebbe rimasto lì, invece oggi credo sia importante recuperare i rapporti per quello che sono. Che ormai di ‘cose’ ne abbiamo piene le balle! E poi c’è dietro un problema esistenziale, al di là della sfera politica.
Angelo Pasquini (sceneggiatore): Volevamo raccontare un mondo dietro alla famiglia, che è il valore più importante rimasto in Italia. Un mondo che è una sorta  di buco nero, di lato oscuro. Fra le tante sfumature del film, c’è sicuramente quella noir.

A proposito di sfumature, che tipo di percorso letterario-culturale è stato fatto per concepire questo film?
S. R.: Dostowjeski è presente di sicuro nel racconto, c’è l’aristocrazia della terra, il suo rapporto con il popolo… Diciamo che il film ha un doppio binario, su cui corre il giallo inteso nell’accezione più semplice del genere. Semplice, senza paroloni: non voglio spaventare lo spettatore.



Come mai il tema della famiglia s’intreccia con quello della mafia?
S. R.: La mia è chiaramente una provocazione: l’appartenenza vera è un conoscersi al di là delle maschere.
Fabrizio Bentivoglio: Fare un film è un gesto poetico, i significati molteplici (sociologici, politici ecc.) sono attribuibili semmai a posteriori. Il film parla del non senso del vivere, dell’ambiguità.

Come sono stati scelti i personaggi?cast2
S. R. : Bentivoglio c’era da sempre. Gli altri l’ho selezionati con estrema cura, in base a provini rigidissimi perché sono parecchio esigente. E poi io cerco di far comunicare la sceneggiatura con l’attore, ecco perché, sarei stupido a non ammetterlo, il film è recitato bene.

E gli interpreti, come hanno vissuto i loro personaggi?
S. R.: Io avevo il terrore di fare quel personaggio, primo perché non credevo di avere il fisico adatto, secondo perché il timore era di apparire simpatico, invece doveva essere il male assoluto.
Claudia Gerini: Ho incontrato Domenico e Sergio in maniera molto informale, e leggendo il copione ho trovato la storia vitale, senza cupezza. Si raccontava un sud per niente represso ma in moto verso una rivoluzione. Il mio invece è un personaggio che non c’entra, una bionda hitchcockiana che si muove astrusa, non conoscendo nessuno e non appartenendo a nulla, eppure il bello è che è proprio come uno specchio per il suo compagno.
Emilio Solfrizzi: Io volevo assolutamente fare questo film, m’infilavo in tutti i provini. Ora ci tengo a dirvi quanto Sergio sia invadente e invasivo sul set, ma affascinante. Si mette sotto la telecamera e ti fa mille smorfie perché sa a memoria il copione e te lo recita proprio da lì sotto mentre tenti di girare la scena. Ma è stata un’esperienza entusiasmante. Per il mio personaggio, volevano una figura tragica e comica al tempo stesso, un’unione di opposti.
Paolo Briguglia: Io ho fatto il provino senza sapere i risvolti specifici della storia, che piega avrebbe preso il mio personaggio ecc., quindi devo dire ci siamo difesi dal costruire un personaggio totalmente buono o cattivo.
Fabrizio Bentivoglio: E’ chiaro che le sceneggiature non sono di ferro, anzi sono volubili, modificabili, perché bisogna soffiarci dentro la vita. Non c’è una chiave per entrare nel tuo personaggio, non hai la certezza mentre lo interpreti. Ogni film è un viaggio nel buio.
Giovanna di Raso: Sergio lavora molto con gli attori. Ha dedicato una settimana buona solo al lavoro sul testo e sulle scene. Ti motiva a lavorare bene, non si accontenta mai di te: la sufficienza per lui non esiste, cerca di ottenere da te il massimo. Per quanto riguarda il mio personaggio, beh, è il secondo film che faccio in coppia con Paolo, ormai siamo collaudati!

Un’ultima domanda: nel film si nota un grande lavoro sulla musica. Come mai la scelta di Pino Donaggio?

S. Rubini:  Ho scelto una musica da thriller, perché mi sembrava aiutasse a rendere meglio l’atmosfera misteriosa ed inquietante.

{tab=Recensione}
locandinaIl film di Enzo Martinelli, distribuito dall'Istituto Luce, colpisce per vari motivi, dall'impeccabile precisione della sceneggiatura all'efficace resa fotografica, alla meticolosa quanto fedele ricostruzione storica e non ultima la decente interpretazione degli attori. La regia si dimostra in grado di far scivolare la pellicola lungo piani diversi, dal giallo al thriller al film d'azione al drammatico allo storico al sentimentale. Perché “Piazza delle Cinque Lune” è un film sugli intrighi di potere, sulle mezze verità, sui dati occultati, sulla sete di ideali, che fra fotogrammi sgranati stile documentario e flashbacks in bianco e nero, si cimenta in un’interessante ipotesi storico-politica sul sequestro di Aldo Moro. Dopo venticinque anni un magistrato senese (Donald Sutherland) riceve un pacco con un filmato inedito su quel di Via Fani e da qui ha inizio una lunga e appassionata indagine, (non ufficialmente) condotta proprio dall'anziano Saracini che, consultandosi costantemente con due dei suoi più fedeli colleghi, tali Branco (Giancarlo Giannini) e Fernanda (Stefania Rocca), impegna tutto se stesso in questa ricerca quasi ossessiva di una verità sepolta da un silenzio colpevole da ben venticinque anni. Gli imperdibili titoli di coda regalano l'emozione di un Luca Moro che, chitarra alla mano, inveisce contro tutti coloro che sapevano e non sapevano, che vedevano e non vedevano, complici anche inconsapevoli della tragica fine del nonno ("Maledetti voi!"). Alla fine il messaggio del film è chiaro, lampante, sconcertante: nella vita vera, al di là dei grandi ideali, vince solo chi bara, chi riesce a camuffare la propria identità fino all'ultimo istante. Trionfano i sotterfugi, le menzogne, le ragnatele d'una politica malvagia.
Alla schermata finale è consegnato questo messaggio, esplicitato nella citazione di Solone: "La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi".

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Enzo Martinelli
Anno di produzione: 2003
Produzione: Italia
Durata: 123 minuti

{tab=Curiosità}

Il titolo del film fa allusione all'omonima piazza di Roma, vicino piazza Navona che negli anni novanta ha ospitato la Democrazia Cristiana.

{tab=Riconoscimenti}
Non ci sono riconoscimenti

{tab=Recensione}
locandinaFilm controverso e molto discusso, nonostante gli enormi incassi al botteghino e le numerosissime critiche positive, “The Blair Witch Project” rimane un caso raro nel panorama cinematografico mondiale. Purtroppo e, soprattutto, per fortuna. Film semi-indipendente e girato da due registi esordienti (Myrick e Sanchez) che morivano dalla voglia di realizzare un film che terrorizzasse la nuova generazione di giovani amanti del genere horror. Mai intento fallì tanto miseramente. L’avventura dei tre protagonisti, Heater, Mike e Josh (attori alla prima esperienza che interpretano il ruolo di se stessi), che decidono di realizzare per la scuola un documentario sul mistero della strega di Blair, è quanto ci viene raccontato. Stile decisamente documentaristico (fastidioso, a lungo andare), che raccoglie in ordine cronologico le immagini registrate dai tre ragazzi, la cui scomparsa ci viene annunciata all’inizio della proiezione.  
Atmosfere inquietanti, il potere della suggestione ed il dubbio su tutto ciò che appartiene a quei boschi sperduti sono gli effettivi protagonisti del film. I tre ragazzi ci mostrano il vero aggirandosi furtivi e spaventati tra gli alberi della foresta demoniaca. Una casa diventa il rifugio dei due sopravvissuti alla seconda notte, e luogo di terribili verità. Numerose impronte di mani infantili su di una parete; pezzi di carne, denti e vestiti; atmosfera raggelante ed incubo continuo. Lo spirito malevolo del ‘700 li accompagna tra le braccia del padre destino che li ha condotti fin lì. Il mistero è pressoché risolto, ma la sete di terrore di chi osserva la morte sullo schermo resta viva.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Daniel Myrick, Eduardo Sanchez
Anno di produzione: 1999
Produzione: USA
Durata: 86 minuti

{tab=Curiosità}

Non ci sono curiosità

{tab=Riconoscimenti}
"Premio Giovani" per il miglior film straniero al Festival di Cannes 1999,

{tab=Recensione}
locandinaRoma, 1978. Le BR rapiscono il presidente del partito della Democrazia Cristiana Aldo Moro e, dopo due mesi circa, lo processano condannandolo colpevole. E la pena è la morte, senza appello.
Questa, strizzata ai minimi termini, la trama di una pellicola che viene proiettata da occhi scuri, profondi, cigliati: sono gli occhi dell'attrice Maya Sansa, già mostratasi professionalmente abile nei panni della passionale fotografa siciliana ne La meglio gioventù, film che la rivede affiancata dal bravissimo Luigi Lo Cascio, qui interprete del capo-brigatista Mariano.
Il ruolo assegnato stavolta alla Sansa è quello di Chiara: ufficialmente una tranquilla impiegata ministeriale, segretamente una convinta brigatista, orfana di un partigiano. Una brigatista che esulta al momento del sequestro del Presidente dei DC, che collabora con i compagni rossi, che impegna tutta se stessa in questa nuova missione; una figura avvolta nel silenzio che non esita ad esporsi, a rischiare in prima persona e, soprattutto, ad obbedire. Obbedire sempre e comunque, senza condizioni. Perché Chiara è soprattutto questo: una donna che annulla la sua identità femminile, barattandola con quella di efficiente "soldato" delle BR.
Ma non si può rinnegare la propria natura per sempre, e ben presto la severa quanto spietata mentalità che le impongono gli altri brigatisti finisce inevitabilmente per urtare contro una sensibilità, un'umanità, un senso di compassione che s'insinuano a poco a poco dentro di lei, tormentando prima i suoi sogni, poi, dopo la commozione per la lettera dell’ostaggio alla moglie, la sua realtà. E proprio di quest'insanabile conflitto psicologico è costituito il materiale di cui si serve abilmente Belloccio; il risultato è un'epopea dicotomica su ciò che si potrebbe fare e ciò che effettivamente si fa, in un contrasto sogno-realtà dei più coinvolgenti.
La fedele ricostruzione dei fatti non interessa più di tanto al regista, che sembra servirsi della Storia semplicemente come spunto, come fonte d'ispirazione creativa, e gradevolmente artistica.
E così "Buongiorno, notte" è una storia vista dall'interno, una storia che si scruta, poi si fissa e si scava dentro, scoprendosi da una parte condanna del fanatismo terroristico, dall'altra esaltazione dell'antieroismo (tant’è che la protagonista, Chiara, è l'antieroina per eccellenza, una vigliacca dai buoni propositi: vorrebbe credere ma nn ci riesce, potrebbe agire ma non lo fa). Sta in questo l'originalità di "Buongiorno, notte": condannare l'assurdo assassinio di Aldo Moro –degnamente interpretato da Roberto Herlitzka- non da un prevedibile punto di vista religioso o etico-morale, ma semplicemente umano. E fra frammenti in bianco e nero e note dei Pink Floyd, arriva macabro il messaggio del film: "Ognuno deve morire, ma non tutte le morti hanno lo stesso significato".

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Marco Bellocchio
Anno di produzione: 2003
Produzione: Italia
Durata: 105  minuti

{tab=Curiosità}

Il titolo è ispirato alla poesia di Emily Dickinson: Buongiorno, mezzanotte

{tab=Riconoscimenti}

Mostra del cinema di Venezia 2003: Premio per un contributo individuale di particolare rilievo per la sceneggiatura
David di Donatello 2004: miglior attore non protagonista (Roberto Herlitzka)
Globo d'oro 2004: migliore attrice (Maya Sansa)

 

{tab=Recensione}
locandinaL’urlo del Giaguaro - o “Quasi”. Così potremmo rintitolare l’ultima opera, al solito estremamente discussa, di Mel Gibson, che firma una regia imponente, evidentemente nostalgica del fu Braveheart (qui in veste Maya). Di nuovo, ci troviamo davanti ad una straziante epopea corale di uomini in lotta fra di loro, immersi in un mondo mitico perduto. E’ la pars destruens di ogni mito genealogico, la narrazione cruenta della cacciata dal paradiso perduto: il meraviglioso Rudy Youngblood (alias Zampa di Giaguaro) corre a perdifiato inseguito da potenze oscure ed ombre minacciose (guerrieri, belve, serpenti, semidei…) per tutto il film, alla ricerca di un “nuovo inizio”, senza fermarsi mai, se non di fronte al vero terrore: l’avanzata dei colonizzatori europei (denuncia quasi rousseauiana alla violenza della civilizzazione). Tutto per mantenere viva una promessa fatta al padre: “La paura è una malattia. Rimuovila dal tuo cuore”. Aforismi di saggezza antica stridono con sgozzamenti e morti sanguinose, in una provocatoria esaltazione della ferocia degli uomini, che arriva a spaventare più delle fiere selvagge. Malgrado tutti i polveroni moralisti che sono stati sollevati, si tratta di un film d’azione avvincente e ben riuscito, che inchioda lo spettatore alla sedia costringendolo ad un clima di pura tensione continua, in una spirale di morti lancinanti e vendette decise dal destino. La recitazione sublime di corpi mobili fa perdonare il mancato tocco poetico alla Malick (vd. The New World), grazie ad interpretazioni più che credibili di veri indigeni che sanno muoversi al meglio nei meandri della foresta tropicale. La squadra tecnica vanta nomi illustri, dal direttore della fotografia di “Balla coi lupi” Semler al montatore Wright (The passion of Christ), al compositore Horner (Titanic, A beautiful mind), fino ai make up designer italiani Soldano e Signoretti (Moulin Rouge, Troy, Gangs of NY). Peccato solo per il gran finale – del tutto assente - ma tanto l’apice dell’emozione si era già toccato con la scena amniotica del parto in acqua.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Mel Gibson
Anno di produzione: 2006
Produzione: USA
Durata: 140  minuti

{tab=Curiosità}

Il film è stato censurato in diversi paesi. Ha inoltre suscitato polemiche legate al modo di descrivere la popolazione maya, nella sua dimensione storico-temporale. 

{tab=Riconoscimenti}

Non sono presenti riconoscimenti.

"L'alba di domani ci sorprenderà addormentati, ancora abbracciati, e lo stesso sogno ci trasporterà oltre i confini più segreti…Forse un nuovo mondo ci riceverà senza parole nè paure ed il nostro sguardo attraverserà dei desideri la profondità".
Queste le parole immerse nelle note de "L'alba di domani", canzone timone dell'ultimo cd di Tiromancino, nonché colonna portante della sonorità di "Nero Bifamiliare", esordio riuscito di quello che potremmo definire uno dei giovani registi italiani più promettenti.
Federico Zampaglione,di una modestia e disponibilità poco comuni nell'ambiente, risponde alle nostre domande, presentandoci gran parte del cast del suo film, in cui anche il più secondario dei personaggi lascia un segno per la sua peculiarità.
Forse, viene da pensare, un nuovo mondo potrebbe sorprenderci davvero, magari dietro una villetta  (nero) bifamiliare, al di là di chiacchiere e fobie socialmente condivise: solo così, come dice la canzone, potremmo cogliere la profondità di una realtà che non si lascia catturare dalle comuni convenzioni.

zampaglioneFederico, questo film rappresenta il suo esordio alla regia, ci racconti questa nuova esperienza.

Federico Zampaglione: Il mio approccio al cinema è stato da semplice appassionato. Anche nei miei videoclip cercavo di raccontare storie, ma un giorno ho capito che non mi bastavano quei pochi minuti. Così per otto mesi mi sono concentrato sulla sceneggiatura con Rudolph Gentile, senza più suonare dal vivo.

Ecco, come mai un cantante di successo decide di sospendere con la musica e girare un film?
F. Z.: Non voglio freni dal punto di vista artistico, per carattere sono molto curioso della vita e non volevo fermarmi lì: come artista, quest’esperienza mi ha dato moltissimo, anche dal punto di vista umano, oltre che creativo. Sono stato molto fortunato. Devo dire che mi hanno preso come un pazzo quando ho preso la decisione di fermarmi con la musica per dedicarmi al film. Comunque il 23 Marzo scorso è uscito il nuovo cd, che contiene buona parte della colonna sonora del film.
 



Si nota un rapporto molto stretto, quasi osmotico, fra musica e immagini nel suo film: come si è regolato?
F.Z.: A volte abbiamo privilegiato la musica su alcuni dialoghi, perché credo che musica e immagini insieme abbiano un grandissimo potere: suscitare emozioni in maniera immediata. Ma non si tratta di un videoclippone: il film ha una sua trama, un suo sviluppo narrativo.

Il suo è un linguaggio cinematografico molto particolare, che punta tutto sullo sperimentalismo.
F. Z.: Sì, alternando ritmi e psichedelie volevo evocare qualcosa, più che raccontare nella maniera tradizionale. Anche nel linguaggio visivo del film ho aggiunto qualcosa che fa parte del mio mondo, i videoclip, dove immagini e musica si confondono. Ecco perché i luoghi non sono riconoscibili: volevo porre l’accento su ciò che accadeva, non sul dove. Riguardo allo sperimentare, ha ragione: non volevo realizzare un film in modo classico. Dato che non era il mio mestiere, mi sono permesso di provare, il mio è stato un approccio abbastanza libero. Dietro questo film c’è molta passione e molto rispetto per chi il cinema lo fa da sempre.

Infatti nel film si notano diverse citazioni cinematografiche, quali sono i suoi registi di riferimento?
F. Z.: Ho sempre amato molto la commedia anni ’70, Monicelli, ma anche Bava, Argento, le contaminazioni di horror. Mi piacciono anche Tarantino, Lynch, mentre nel film c’è un omaggio al grandissimo Sergio Leone, giocando con un luogo (lo sfasciacarrozze, n.d.R.) che aveva poco a che fare con il western.

attoriLa bravura ma soprattutto la bellezza della protagonista femminile Claudia Gerini è dirompente. Potete raccontarci com’è stato per un’attrice professionista essere diretta dal proprio compagno esordiente e viceversa?
Claudia Gerini: La vita è fatta d’incontri. Io e Federico ci siamo sempre ispirati a vicenda, all’inizio avevamo lavorato insieme ad un videoclip, perché io amo la musica. In questo film sono stata un po’ la sua musa, ho seguito le fasi della sceneggiatura, ma eravamo in pieno ruolo attrice-regista. Abbiamo usato l’intesa creativamente, per portare verità, profondità, ma anche ilarità al personaggio e al film, lasciando il privato a casa.
Federico Zampaglione: Aggiungo soltanto che il personaggio di Claudia è molto complesso, in generale il bisogno che sentivo è rendere affascinanti i personaggi, costruendoli sulle intensità e le sfumature. E poi credo che Claudia sia la più versatile delle attrici europee: sensuale, forte, ironica, ma anche inquietante a volte. Mi è piaciuta molto ne “La Sconosciuta” e anche in “Non ti muovere”, e poi lei ha il grande dono di dare sempre il massimo anche in piccoli ruoli.

Ancora una domanda per entrambi: c’è l’eventualità che vi si ritrovi l’uno nel posto dell’altra, in uno scambio dietro-davanti macchina da presa?
C. G.: No, no, nessun progetto da regista, io amo recitare, non vi preoccupate.
F. Z.: No, neanche nei miei videoclip sono mai voluto apparire, molto meglio dietro la macchina da presa!

Luca Lionello torna a lavorare con Claudia Gerini dopo lo spettacolo “Teppisti” e il film “the Passion”, cosa ci dice a proposito di questa nuova esperienza insieme?
Luca Lionello: E’ stato un privilegio lavorare con Claudia, ma anche con Federico. Questo è un film che nasce dal cuore: il cinema è un po’ come fare l’amore, si fa con le mani.

Ernesto Mahieux interpreta uno dei personaggi più particolari del film, un ruolo che inizialmente aveva rifiutato...
Ernesto Mahieux: E’ vero, avevo conosciuto Federico per un videoclip subito dopo “L’imbalsamatore”, la sua sceneggiatura per questo film non mi era piaciuta sulle prime. Poi però mi sono fidato e alla fine ne è uscito questo portiere un po’ schifoso e un po’ malalingua.

Cinzia Leone in un ruolo con un retrogusto drammatico. Com’è nata la collaborazione con Federico Zampaglione?
Cinzia Leone: Dal parrucchiere! Volevo lavorare con lui, ho adorato la sceneggiatura: questo film parla dello spostamento dei propri fallimenti nella rabbia contro gli altri, il che mi sembra estremamente attuale. Con Federico abbiamo riscritto insieme il mio personaggio, una donna di una depressione assoluta, che però s’inghirlanda molto fuori, come spesso accade, essendo estremamente nuda dentro.

Ultime domande al regista: come mai, in una black comedy, la scelta di un lieto fine? E poi, ha già progetti per il prossimo film?
F. Z.: La scelta di base era di dare un messaggio che fosse positivo, una speranza, una possibilità ai personaggi, senza condannare il film e la storia ad un finale senza uscita. Per quanto riguarda i progetti fururi, che dire, per ora voglio godermi questo momento. Per il resto, mai dire mai.

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Una rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

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