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Articoli professionali di Psicologia, Sessuologia,Crimonologia, Sociologia, per capire meglio quello che stiamo vivendo, affrontando, condividendo. 

Riflessioni personali su ciò che ci circonda o su tematiche attuali. 

Recensioni cinematografiche o bibliografiche su ciò che abbiamo visto o letto. 

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locandinaEsordio cinematografico come regista, per il celebre attore americano Tommy Lee Jones. Un esordio positivo, se evitiamo di considerare la prima parte del film che si snoda inspiegabilmente  lenta fra le poco interessanti vicende di un gruppo di personaggi: due cowboys amici (Pete e Melquiades) che si contendono due donzelle annoiate (Rachel e Rosa), le cui vite sono intrecciate rispettivamente con il padrone di un ristorante malandato (nonché con lo sceriffo) e con una xenofoba guardia di confine. C’è da dire che la prima parte è propedeutica alla seconda, che domina la pellicola facendo quasi dimenticare i difetti dei minuti precedenti. Finalmente le fila della trama giungono al pettine ed abbiamo il colpo di scena, raccontato a ritroso e da un prisma di prospettive diverse: l’uccisione, brutale quanto casuale, di Melquiades (ovvero Julio Cesar Cedillo), per altro immigrato illegalmente dal Messico. Tre saranno, lo dice il titolo, le sepolture dedicategli, l’ultima delle quali arriva alla fine di un lungo e doloroso viaggio verso il Messico, attraverso veleno, rabbia, violenza gratuita. Un trio niente male (il cowboy sofferente, la guardia costretta a piedi nudi nel deserto e…il morto!) che si aggira a cavallo, fra liti e peripezie varie, lungo i selvaggi scenari mozzafiato regalati dai canyon del vasto bacino desertico dell’antico Mare permiano. Particolarmente incisiva la figura di un vecchio cieco, intorno a cui i picchi della malattia s’intersecano con quelli dell’eutanasia, in una richiesta disperata senza assoluzione.
Lee Jones mette su un film drammatico e d’avventura al tempo stesso, che preme sui sentimenti e sul rispetto della morte, senza un briciolo di bontà: non ci sono veri buoni, così come non ci sono veri cattivi – per dirla in parole povere. E anzi, a dirla proprio tutta, non c’è neanche la verità. Al suo posto sfilano una serie di bugie camuffate da tante diverse personalità, che si perdono all’orizzonte senza mai riposare in pace.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: T. Lee Jones
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 120 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaL’epopea del petrolio e degli intrighi di potere raccontata dallo scrittore/regista Stephen Gaghan si conquista un solo premio Oscar, quello per l’interpretazione di George Clooney. Ingrassato, invecchiato, abbrutito da esperienze lavorative dure e faticose, nei pericolosi panni di Bob Barnes, l’attore-regista di Good night and Good Luck si cala nella figura tragica e cruenta di un agente veterano della CIA ormai troppo scomodo per il suo ruolo. La sua mission impossible consiste, stavolta, nell’assassinio del Principe Nasir, interpretato dall’affascinante e carismatico Alexander Siddig, che si rivela esser tutt’altro che un esponente della tirannia o del fanatismo religioso, bensì un riformista illuminato che vorrebbe aprirsi al dialogo e agli affari con le altre potenze mondiali, a cominciare dalla Cina. Ma tutto ciò viene inevitabilmente avvertito come un rischioso sovvertimento dei rapporti internazionali, in particolare dalla Connex e da altri alti esponenti dell’economia americana. Una congiura globale, dunque, in nome del petrolio, dei soldi, di promozioni che nascondono la corruzione più marcia.
Un groviglio intricato di trama, in cui spesso i personaggi (fra cui un tipedido Matt Damon) si confondono fra le pieghe di una sceneggiatura invero troppo complessa e a tratti cervellotica, dividendosi in buoni, cattivi e cattivissimi a seconda dell’ambito di appartenenza (algidi impresari arrivisti, agenti di servizi segreti senza scrupoli, avvocati avidi e miserabili, eredi al trono con la sindrome di Caino…), in uno schematismo talvolta un po’ forzato che porta a raccontare il fenomeno del terrorismo in chiave quasi giustificazionista. Un thriller molto discutibile, dunque. Certo è che si tratta dell’ennesimo film a sfondo politico che vuole denunciare una realtà attuale (la dittatura del petrolio, fra le altre), intento sempre ammirevole qualora venga adeguatamente gestito.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Gaghan
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata:126 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Premi Oscar 2006: Oscar al miglior attore non protagonista (George Clooney)
Golden Globe 2006: Golden Globe per il miglior attore non protagonista (George Clooney)
National Board of Review Awards 2005: National Board of Review Award alla miglior sceneggiatura non originale (Stephen Gaghan)

{tab=Recensione}
locandinaContro ogni aspettativa, in quest’ultima opera firmata Walter Salles la politica c’entra poco e niente, giusto il tempo di un timido capolino.
Siamo agli inizi degli annni ’50. Ernesto Guevara (Gael Garcìa Bernal) e Alberto Granada (Rodrigo de la Serna) sono due giovani qualunque, rispettivamente di ventitré e trent’anni, prossimi alla Laurea, che decidono di affrontare un lungo viaggio in sella alla loro moto (una Norton 500 che si rivelerà tutt’altro che “ la Poderosa”!). Sarà un viaggio (indovina un po’?!) lungo e faticoso, un vero e proprio cammino iniziatico consumato fra i suggestivi paesaggi dell’America Latina al termine del quale la loro vita cambierà irreversibilmente.
Più che a svolgere l’attività di medico, l’asmatico Ernesto chiamato “El Fuser” dall’amico –a sua volta soprannominato “Mi Al”- aspirerà a militare attivamente a favore di quei miseri spaccati di vita inquietanti, perché “ci sono troppe ingiustizie a questo mondo”, ma il racconto di tutto questo è affidato agli eloquenti titoli di coda (che alla fine regalano una sorpresa: restate seduti!).
Il film, invece, tratta esclusivamente del viaggio, facendosi in realtà molto spesso più documentario che altro. Indimenticabile la scena del simbolico attraversamento a nuoto del Rio delle Amazzoni, che divide “i sani dai malati” (di lebbra), da portare a termine  ad ogni costo come auto-regalo di (ventiquattresimo) compleanno. Tuttavia, malgrado analoghe punte di diamante, la maggior parte delle quali si deve ad una formidabile fotografia - vedi ad esempio l’affascinante panoramica sulle rovine Incas di Machu Pichu-, la pellicola scorre inesorabilmente piatta
Un film per gli “addetti ai lavori” e gli appassionati del Che.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: W. Salles
Anno di produzione: 2006
Produzione: Argentina, Brasile, Cile, Perù, USA
Durata: 126 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Oscar 2005: miglior canzone originale (Al Otro Lado Del Río di Jorge Drexler)
2 BAFTA: miglior film, migliore colonna sonora
2 Independent Spirit Awards 2005: miglior fotografia, miglior performance di debutto (Rodrigo De la Serna)
Efebo d'oro 2004

{tab=Recensione}
locandinaUna rivelazione, questo film di Kiarostami. Autore iraniano più che convincente nelle vesti di regista e, soprattutto, più che degno di essere chiamato “autore”. Sotto gli ulivi è ambientato su un set cinematografico, per l’esattezza quello di E la vita continua, film dello stesso regista che risale al vicino 1992. Idea formidabile perché, oltre a mettere in evidenza tutte le difficoltà in cui si trovano coinvolti tutti coloro che partecipano alla realizzazione di un film, si parla anche di sentimenti, di vita sociale e di problemi relativi alla ancora evidente divisione di classi. Un giovane tutto fare diventa attore e, innamorato della studentessa che si improvvisa attrice, fa di tutto per convincerla a sposarlo. La sceneggiatura è semplice, molto realistica, estremamente dolce. Tutti tifiamo per quel giovane uomo che non ha potuto studiare da giovane ma che si trova ad avere un cuore tanto grande da voler accogliere l’amore della ragazza. Tutti siamo tristi quando lei si rifiuta addirittura di rivolgergli la parola e la detestiamo nel lunghissimo piano sequenza finale, in cui lui la insegue tra gli alberi con una perseveranza davvero invidiabile. Finale aperto, su cui si può (e si deve) riflettere.
La regia di Kiarostami è molto attenta a ciò che mette in scena, ma forse lo è ancora di più a ciò che lascia fuori campo. È l’interazione tra ciò che si vede e ciò che resta nascosto a dare il senso all’immagine. L’uso dell’immagine nell’immagine è molto frequente: i personaggi sono spesso ripresi incorniciati da un finestrino, uno specchietto, una porta… Metacinematrofia allo stato puro. Il paesaggio, poi, è mostrato negli ampissimi piani sequenza che usano costantemente campi lunghi e lunghissimi.
Il cameracar iniziale ci introduce nell’ambiente in cui il film verrà girato e ci accompagna in un viaggio che vive tra la fantasia ed il reale. Sappiamo che si tratta di un film ma, incredibilmente, finiamo col dimenticarlo.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: A. Kiarostami
Anno di produzione: 1994
Produzione: Iran - Francia
Durata: 103 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaL'elemento principale del film è l'anticonformismo del protagonista, Frank Serpico, che deve battersi contro una società newyorkese lacerata e corrotta, anche e soprattutto nell'ambiente di polizia dove lavora; la storia viene quindi progressivamente descritta per dicotomie: conformismo - solitudine, repressione-ribellione ed in senso lato metropoli-natura; quest'ultima espressa sia dalle musiche di Theodorakis, sia dalle origini italiani di Serpico, alle quali si fa costantemente riferimento, ad esempio proprio attraverso l'Opera partenopea, uscendo quindi dai tipici canoni cinematografici che riportano l'associazione italiano - mafioso.
Il film riesce, con l'abilità del regista Sidney Lumet e la bravura di un giovane Al Pacino (Premio di Donatello  come migliore attore straniero e Golden Globe nel 1974) a ben rappresentare la vita di un uomo, Serpico, realmente esistito (per maggiori informazioni www.italianrap.com/.../ heroes/frank_serpico.html), e che ha combattuto come dicevamo, contro la corruzione del Corpo di Polizia, ricevendo denunce, offese, umiliazioni e minacce di morte

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Lumet
Anno di produzione: 1973
Produzione: Stati Uniti
Durata: 130 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Golden Globe 1974: miglior attore in un film drammatico (Al Pacino)
National Board of Review Awards 1973: miglior attore (Al Pacino)
1 David di Donatello 1974: miglior attore straniero (Al Pacino)
2 Nomination al Premio Oscar per il Miglior attore (Al Pacino) e Miglior sceneggiatura non originalei

{tab=Recensione}
locandinaUn uomo cammina con suo figlio su una strada deserta che percorre una landa desolata. La fine ideologica dell’umanità in uno strano road movie che passa attraverso la perdita di ideali, valori e moralità. Il “grillo parlante” dell’occasione è un corvo colto, d’altri tempi, un po’ logorroico se vogliamo, ma triste per il pessimo andamento della società contemporanea. Egoista e dedita al proprio superficiale benessere economico, l’umanità scompare ed il vuoto la divora.
Totò dà un tocco ironico tutto suo alla pellicola; eccezionale, ovviamente. Lui è il frate che, nella storiella raccontata dal corvo durante il viaggio, riesce a diffondere (o quasi) la parola di Dio tra gli uccelli, ma è soprattutto l’ultimo rappresentante di una società ora priva di ideali.
Accompagnato da suo figlio Ninetto (un personaggio davvero molto fastidioso, mi dispiace ammetterlo) in questo lungo viaggio senza una meta ben precisa, finisce col divorare il corvo, ultimo spiraglio di lucidità e umanità nel mondo.
Pasolini raccoglie i tempi morti senza dilatarli, per questo il film non appare particolarmente “lento”, seppure in realtà accada ben poco. Complice probabilmente la comicità (qui molto controllata) di Totò.
Il film ha uno stile tutto suo; la regia è quasi invisibile, spesso funzionale all’azione dei personaggi che abitano l’inquadratura. Molti i campi lunghi e lunghissimi che esplorano il paesaggio deserto tutt’intorno. Carrelli che seguono o precedono i personaggi, alcuni piani sequenza che accompagnano gli attori. Nessun virtuosismo, insomma, a rendere il film ulteriormente surreale.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Pasolini
Anno di produzione: 1966
Produzione: Italia
Durata: 88 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Festival di Cannes 1966: menzione speciale a Totò per l'interpretazione
Nastro d'Argento 1967: miglior soggetto originale, migliore attore protagonista (Totò)

 

{tab=Recensione}
locandinaSiamo a Roma, in un quartiere di periferia, Val Melaina, in fila, in attesa di un posto di lavoro, di un uomo che da là, sulle scale, ci chiami per dire che possiamo finalmente lavorare, “attacchini” ci chiameremo, ma ci serve una bicicletta. E da qui cominciano i problemi. Sì, perché con qualche sacrificio, la si riesce ad avere, ma poi tutto svanisce, già dal primo giorno di lavoro, mentre ci troviamo sopra una scala ad attaccare un manifesto di Rita Hayworth eccola là la bicicletta, nelle mani di un furfante che la porta via, insieme ai nostri sogni di un futuro migliore, di un cambiamento nella nostra vita e in quella di nostro figlio.
Inizia così quello che è considerato il capolavoro neorealista di De Sica, sceneggiato da Cesare Zavattini ed ambientato alla fine degli anni ’40 a Roma, città devastata dalla guerra che tenta una sua ricostruzione, un cambiamento, così come il personaggio principale, Antonio (Lamberto Maggiorani), alla ricerca disperata della sua bicicletta, una ricerca anche evolutiva e relazionale, che percorre assieme al piccolo Bruno (Enzo Stajola), suo figlio, per le strade di Roma, dal Centro a Porta Portese, da Piazza Vittorio a Via Ostiense, un percorso, quasi un pellegrinaggio, col susseguirsi di emozioni diverse: dalla felicità di un’occupazione, allo sconforto per una speranza perduta, alla rassegnazione per la propria condizione, fino alla disperazione di un atto estremo.
Premio Oscar come miglior Film Straniero nel ’49 e Nastro d’Argento nello stesso anno (più altri numerosi premi), il film caratterizza, come detto, il filone neorealistico italiano attraverso la struttura temporale, la distanza della camera dalla scena degli eventi - quasi in un rispettoso distacco-, l'ingaggio di attori non professionisti ed infine l’uso di ambienti reali.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: V. De Sica
Anno di produzione: 1948
Produzione: Italia
Durata: 92 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Premi Oscar 1950: miglior film straniero
Golden Globe 1950: miglior film straniero
National Board of Review Awards 1949: miglior film, miglior regista
British Academy Award per il "miglior film"
Nel 1958 il film venne dichiarato come il terzo miglior film di tutti i tempi dopo La corazzata Potemkin e La febbre dell'oro da una giuria internazionale di critici in occasione dell' Esposizione universale di Bruxelles.

{tab=Recensione}
locandinaIl "genio", per definizione, non ha bisogno di regole. Sono un peso e per questo le evita, le ignora. Nel calcio, il genio è simboleggiato da un numero: il 10. Il giocatore libero da regole o schemi, che con la sua fantasia e la sua libertà può decidere le sorti di una partita. Diego Armando Maradona ha sempre avuto il numero 10 sulle maglie delle sue squadre di calcio. E dalle maglie quel numero si è trasferito sulla sua pelle, impresso come un tatuaggio, guidando la sua vita fuori dal campo alla luce dell'unica, ferrea regola cui il genio deve attenersi: l'assenza totale di regole. La libertà sul campo da gioco si è dunque trasformata in eccessi. Eccessiva ingenuità, innanzitutto, che fa vedere gli amici dove ci sono solo i profittatori o che scambia mafiosi e pregiudicati per semplici fan. Ma anche eccessiva sicurezza in se stesso, nel proprio auto-controllo, che porta alla presunzione di poter sniffare cocaina per anni pensando di non esserne dipendente. Maradona è un personaggio contraddistinto da questi, e molti altri, eccessi. Pensare di fare un film su di lui evitando questa verità, cercando di comporre tali contrasti per farne una figura più "moralmente" accettabile, è scorretto, prima ancora che sbagliato. Marco Risi ci riesce, e questo è un vero peccato perchè dalle sue parole traspare l'affetto e la reale comprensione del "personaggio-Maradona", ma di tutte queste sfaccettature e contraddizioni nel film non rimane altro che una traccia sbiadita. Si è fatto del campione argentino, ottimamente interpretato da Marco Leonardi, capace di una trasformazione fisica impressionante, una sorta di "santino", senza avere il coraggio, probabilmente per troppo amore, nè di condannarne gli innegabili errori nè di esaltarne fino in fondo quelle virtù che lo hanno reso un eroe per migliaia di persone. Il risultato è un prodotto di fiction adatto a un certo moralismo, politicamente correttissimo, tipico di una certa cultura italiana che respinge, fino a disprezzarle, le sue "pecore nere"."Me ne sono andato dall'Italia come un criminale" dichiarò Maradona alla sua partenza da Napoli. E questo film, come allora e nonostante le buone intenzioni di Risi, lo lascia di nuovo solo, circondato da quel moralismo che ancora oggi vorrebbe metterlo a tacere. Speriamo che non ci riesca mai...

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Risi
Anno di produzione: 2007
Produzione: Italia
Durata: 113 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaC’è chi sostiene che i nostri politici raccontino talmente tante frottole che sarebbero più indicati per fare i comici che per sedere nei vari salotti televisivi in cui si consumano i dibattiti politici. E se invece fosse proprio un comico un giorno ad entrare persino alla Casa Bianca, diventando Presidente degli Stati Uniti d’America? Su questo interrogativo il regista Barry Levinson costruisce “L’uomo dell’anno”, film con una buona dose di satira politica e con l’intento di affrontare temi come l’eccessiva influenza dei media sull’opinione pubblica e la poca importanza che oggi rivestono le idee politiche a fronte del carisma che si sa portare di fronte alla telecamera di uno studio televisivo. Come succede al sistema computerizzato cui è affidato nel film il conteggio dei voti, anche Barry Levinson sbaglia il principio alla base del processo, costruendo un film che ruota (regia anonima compresa) troppo intorno alla figura di Robin Williams e ai suoi monologhi scoppiettanti. Viene allora da chiedersi perché non dichiarare subito l’intento di one-man show, nascondendosi invece dietro una storia traballante, un po’ thriller, un po’ commedia, un po’ sentimentale, un po’ tutto, che evita di approfondire ogni spunto interessante e affonda nel più banale qualunquismo. Ogni minimo pretesto viene usato per far lanciare il protagonista in una carrellata di battute piene di ritmo, che seppure divertenti, sono (soprattutto all’inizio) talmente tante che si finisce quasi per chiedere a gran voce il silenzio. Inutili le buone prove di Laura Linney e Christopher Walken, ai quali purtroppo la giusta attenzione non è mai rivolta, catalizzata come è dall’uomo dell’anno Robin Williams, attore che neanche il più scarso dei registi sarebbe stato mai in grado di rendere così fastidioso.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Levinson
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 115 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaAncora l'affresco di un'epoca. Ancora la biografia di un celebre artista. E ancora, il grande cinema di Milos Forman. Attraverso la storia della giovane Ines (bravissima e irriconoscibile Natalie Portman), modella prediletta del pittore spagnolo Francisco Goya (l'eccellente Stellan Skarsgaard, lo svedese più "mediterraneo" che si sia mai visto), e del suo amore folle per il proprio torturatore, Frate Lorenzo (alias Javier Bardem, una maschera doppiogiochista e perversa), il regista ceco analizza nuovamente le dinamiche del potere, tra chi lo esercita e chi è costretto a subirlo. A differenza dei suoi film precedenti ("Qualcuno volò sul nido del cuculo" e "Amadeus", in particolare), in questo mancano gli eroi. Non c'è posto per loro tra "puttane" al soldo dei potenti e "puttane" per vocazione ideologica, con un popolo volubile, attratto dall'autorità che finirà col sottometterlo e, quindi, colpevole delle proprie sofferenze. Non ci sono figure carismatiche, capaci di risvegliare coscienze e guidare rivolte. Non c'è ribellione, ma solo sottomissione. Gli artisti, malinconicamente, non possono far altro che testimoniare gli orrori, rimanendo sordi e muti di fronte ad essi. E sperare che le loro opere riescano, un giorno, a fare quello in cui loro hanno fallito: scatenare la rivoluzione.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Forman
Anno di produzione: 2006
Produzione: Spagna
Durata: 117 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaIl regista, ovvero l’esperto documentarista MacDonaldal suo primo lungometraggio drammatico, si concentra sul rapporto sempre più stretto che viene a crearsi fra due atipiche figure: il medico scozzese Garrigan, un giovanotto intelligente, competente e disponibile, dall'altra Idi Amin, un omaccione simpatico e gongolante, un presidente che sa parlare e farsi benvolere, pronto a scambiare la camicia dell'uniforme con la t-shirt scozzese del suddetto medico, dimostrando di essere una persona semplice che vuole soltanto il bene del suo popolo. Questa la finzione di facciata su cui gioca e insiste il romanzo di Foden da cui è stato tratto il film - da notare come il personaggio del dottore sia frutto d'immaginazione, utile a risaltare quella ferocia d'una dittatura assetata di sangue mascherata da democrazia realmente esistita. Gli sceneggiatori Peter Morgan e Jeremy Brock dimostrano di cavarsela magistralmente con una storia (vera) che affonda nel drammatico senza cadere a facili pietosismi di sorta. Siparietti divertenti si alternano a momenti d'introspezione, in un climax di oscurità che arriva a tingere la pellicola, da metà in poi, di tenebre inesorabili e crudeli. L'emarginazione di un figlio epilettico. Smanie d'onnipotenza e manie di persecuzione. Impostazione teocratica del potere su base onirica ("Ho fatto un sogno […] io non morirò fin quando non sarò io a dirlo"). Violenza camuffata da ordine pubblico. Vendetta che si traduce in inenarrabili torture e punizioni esemplari, in un ritorno ad un primitivismo dal sapore cannibale. Complessi di edipo mai risolti. Conflitti razziali che aleggiano nell'aria fino ad esplodere devastanti ("Pensavi di giocare all'uomo bianco con gli indigeni?! Noi siamo veri"). Cast del tutto convincente, a partire dal colossale Forest Whitaker, per passare ad un buon James McAvoy (a metà fra Silvio Muccino e Hugh Grant), accompagnato prima dalla graffiante l'eroina di “X-Files” Gillian Anderson, poi dalla folgorante pantera nera Kerry Washington, qui più bella che mai.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: K. MacDonald
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna
Durata: 121 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Premi Oscar 2007: Oscar al miglior attore (Forest Whitaker)
Golden Globe 2007: Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico (Forest Whitaker)
3 Premi BAFTA 2007: BAFTA al miglior film, BAFTA al miglior attore protagonista (Forest Whitaker), BAFTA al miglior adattamento
Kansas City Film Critics Circle Awards 2007: miglior attore (Forest Whitaker)
National Board of Review Awards 2006: miglior attore (Forest Whitaker)
British Independent Film Awards 2006: miglior regista, miglior contributo tecnico (Anthony Dod Mantle)
Courmayeur Noir in festival 2006: Menzione speciale per la miglior interpretazione (Forest Whitaker)

{tab=Recensione}
locandinaQuale misteriosa personalità si nasconde dietro la sontuosa regina Elisabetta II? Il regista Stephen Frears tenta di dare una risposta a questo interrogativo con il film The Queen, in cui sceglie di raccontare il formalismo imperante nella famiglia reale inglese nel suo momento di maggior difficoltà, quando la morte della principessa Diana ne mise a dura prova solidità e reputazione. Frears riesce così a ricostruire, in modo sarcastico e ironico, ma talvolta anche doloroso, l’ossessione della Regina d’Inghilterra, rigida, severa, e intrappolata nell’ostentato lusso e convenzionalismo di Buckingham Palace, nei confronti del fantasma di Diana, specchio di quella libertà, indipendenza e popolarità che lei non aveva mai potuto avere. Emergono così in superficie fragilità e debolezze, fino a quel momento represse dalla sovrana nell’inconscio, e chiuse a chiave da due occhi severi e impassibili, dai quali, almeno pubblicamente, non è mai trapelato nulla. Frears è molto attento a rimanere fedele alla verità dei fatti, ma talvolta esagera, con eccessi di umanità e sensibilità che forse fanno apparire il suo ritratto un po’ lontano dall’effettiva realtà (c’è addirittura c’è chi pensa che sia stata la stessa famiglia reale a progettare la morte di Diana). Resta quindi alla fine da chiedersi se The queen sia riuscito fino in fondo, se abbia veramente voluto descrivere la personalità della regina in questo modo, o se i barlumi di emotività e di tenerezza siano alla fine dei conti solo un espediente per rendere più benevolo un ritratto almeno all’inizio sicuramente molto pungente e amaro.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Frears
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna
Durata: 100 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile ad Helen Mirren alla 63a Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia nel 2006
BAFTA al miglior film nel 2006
1 Premio Oscar: Helen Mirren per la miglior attrice protagonista
2 Kansas City Film Critics Circle Awards 2007: miglior attrice (Helen Mirren), miglior attore non protagonista (Michael Sheen)
National Board of Review Awards 2006: miglior attrice
British Independent Film Awards 2006: miglior sceneggiatura
Ioma 2007: miglior attrice protagonista (Helen Mirren)
2 European Film Awards 2007: miglior attrice (Helen Mirren), miglior colonna sonora.
2 Satellite Awards: miglior sceneggiatura originale (Peter Morgan) e miglior attrice drammatica (Helen Mirren)

{tab=Recensione}
locandinaÈ noto a tutti che nella vita bisogna farsi coraggio e prendere delle decisioni, più o meno importanti che siano. Purtroppo non tutti sono in grado di farlo in maniera dignitosa, e spesso ci si trova a riflettere su quali potrebbero essere le conseguenze. Ma a volte no. Caterina va in città, film di Paolo Virzì, spiega esattamente questo. Caterina (Alice Teghil), una tredicenne ingenua e provinciale, si trasferisce da un paesino laziale alla Capitale, ed il turbinio di caos e vita la travolge. Il nuovo ambiente scolastico la mette a dura prova. Da una parte Daniela, figlia di un famoso esponente di AN e rappresentante di quella alta borghesia che si fa sentire e vedere. Dall’altra Margherita, figlia di intellettuali di sinistra, sovversivi e mal visti dalla “Roma bene”. Impossibile non schierarsi, ma dalla parte di chi? Daniela è divertente nella sua superficialità; Margherita è incredibilmente presa dai suoi valori e non se ne libera neanche un secondo. Fatto sta che Caterina ha bisogno di vivere, di avere una sicurezza nella vita che la famiglia non le concede. Un padre (il formidabile Sergio Castellitto) che non riesce a far pubblicare un suo romanzo e che finisce con l’andar fuori di testa al Costanzo Show; una madre (Margherita Buy) totalmente incapace di tener testa a qualcuno, soprattutto a se stessa. Non si lascia andare mai e non ha idea (o peggio ancora, fa finta non averla) di cosa stia capitando in casa sua. Una commedia dolce ma amara al tempo stesso che vede tra i protagonisti la corruzione politica. La cosa sconcertante è che parla di ragazzini corrotti e stupidi, totalmente imbambolati davanti al benessere economico. Il punto è svegliarsi, aprire gli occhi e vedere. Crescere, insomma.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Virzì
Anno di produzione: 2003
Produzione: Italia
Durata:  90 minuti

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{tab=Riconoscimenti}

    David di Donatello 2004: miglior attrice non protagonista (Margherita Buy)
    Nastro d'Argento 2004: miglior attrice non protagonista (Margherita Buy), Premio "Gugliermo Biraghi" (Alice Teghil)

{tab=Recensione}
locandinaCapolavoro indiscusso dell’Autore francese François Truffaut, I 400 colpi (1959) rappresenta un vero e proprio manifesto del cinema parigino della Nouvelle Vague.
La situazione del giovane protagonista Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) a casa come a scuola non è delle migliori. Figlio semi illegittimo, viene cresciuto da due genitori indegni. Una madre che detesta il suo modo di fare arrogante (in realtà lui è solo un bambino che cerca di vivere) ed un padre che rinfaccia ogni giorno di crescerlo anche se non è figlio suo. Antoine vuole amore, libertà; e cerca il mare. Fugge ai doveri in cerca di speranza. Marina la scuola e va al luna park col suo compagno di giochi, si diverte, ride e scherza, finché non scopre sua madre tra le braccia di un uomo che certo non è il suo papà.
Una famiglia incredibilmente egoista e superficiale, che lo vuole protagonista solo dei loro guai, neanche fosse sempre tutta colpa sua.
Il piccolo Antoine viene mandato in una specie di riformatorio in cui non gli è concesso vedere nessuno. Il suo compagno va a trovarlo, ma l’accesso gli viene negato. La madre passa solo per ricordargli quanto ha reso infelice la sua famiglia. Ed il padre non vuole più neanche vederlo.
E Antoine corre, fugge via… verso una meta apparentemente ignota, ma che lui ha sempre tanto desiderato. Antoine fugge verso il mare, corre inseguito dai sorveglianti della casa di correzione, senza fermarsi mai un solo istante. Sembra seminare i suoi inseguitori, e ne è certamente felice. Arriva in spiaggia, si bagna i piedi… ora è libero. O forse no. Un primo piano in cui si perde uno sguardo vago, inconsapevole di ciò che potrà riservargli il futuro, capovolge il suo mondo ed ogni sua certezza.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: F. truffaut
Anno di produzione: 1959
Produzione: Francia
Durata: 93 minuti

{tab=Curiosità}

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Festival di Cannes 1959: Premio per la migliore regia, Premio dell'OCIC (Office Catholique International du Cinéma)
Gran premio Fémina Belge del cinema (Ulivo d'oro)
Premio del festival mondiale di Acapulco
Premio Joseph Burstyn per il miglior film straniero (USA)
Premio della critica newyorkese per il miglior film straniero
Gran Premio Valeurs Humaines di Valladolid (Spiga d'oro)
Premio dei giornalisti austriaci (Piuma d'oro)
Alloro d'argento di David O. Selznick
Premio Méliès
Nomination all'Oscar per la migliore sceneggiatura originale

 

{tab=Recensione}
Volato al festival di Cannes fra i film in concorso, l'ultimo film di David Fincher è un'appassionata indagine su un serial killer realmente esistito, che non cessa mai di coinvolgere, grazie anche a un fortunato binomio di sceneggiatura e cast. Con “Zodiac”, David Fincher, acclamato progenitore di “Seven” e “Fight club”, alza il tiro, con l'ambizione di raccontare la storia vera, e per questo ancora più inquietante, di quel serial killer che terrorizzò l'America (in particolare la California ) dagli anni 70 in poi. “Salve direttore, sono l'assassino…” questo l'esordio di una delle numerosissime lettere con cui il pluriomicida, ad oggi non meglio identificato, amava prendersi beffa dei giornali locali, spesso annunciando le sue probabili mosse. Avvertimenti o depistaggi? Opera di un mitomane, di uno squilibrato o di un pericoloso terrorista?
L'unica certezza è che dal 1969 San Francisco non fu più la stessa. Di certo non lo furono coloro che seguirono personalmente la vicenda, quattro uomini sempre più ossessionati da un mistero che appariva senza soluzioni. A cominciare dal navigato giornalista Paul Avery, uno smagliante e scanzonato Robert Downey Jr., eccellente nel calarsi (forse in ricordo di vecchi tempi poco limpidi) negli eccessi professionali e personali di un personaggio che resta nel cuore. Lo affiancano poco amorevolmente i poliziotti Dave Toschi (Mark Ruffalo), ambizioso ispettore della omicidi, e il suo partner di lavoro William Armstrong (Anthony Edwards). Infine, un outsider. Uno che con le indagini non c'entrava niente. Uno che non aveva né mezzi, né competenze, né tanto meno contatti per svolgere indagini e cimentarsi in scoperte interessanti. Eppure il vignettista Robert Graysmith (un favoloso Jake Gyllenhaal) mette a repentaglio la propria vita e famiglia pur di provare a risolvere il caso spinoso, nel frattempo divenuto anche mediatico. Riusciranno i nostri (anti)eroi a scoprire la verità? Chi si cela sotto le mentite spoglie di the Zodiac? David Fincher ci tiene con il fiato sospeso fino all'ultimo, nella speranza-voglia-desiderio smodato di sapere come vada a finire l'intricata e tortuosa vicenda. Sempre che sia finita per davvero.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Fincher
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 158 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaIn un mondo in cui si combatte una difficile guerra contro la droga D(Death), il poliziotto sottocopertura Bob Arctor(Keanu Reeves) inizia a spiare le mosse dei suoi amici, attraverso lo sguardo di decine di telecamere nascoste nel suo appartamento: decine di occhi elettronici, specchi dell'anima attraverso cui scrutare anche se stessi, le proprie molteplici personalità, sprofondare in una abisso buio in cui scoprire che non si è chi si pensa davvero di essere. Tra sospetti, complotti e paranoie, Richard Linklater gestisce in modo efficace e intrigante i plurimi interrogativi di una vicenda dalle forti componenti allucinatorie e disturbanti. La particolare tecnica d’animazione digitale che usa non è solo un'accattivante innovazione di stile, ma contribuisce all’atmosfera del film, portando a livelli esasperanti il delirio mentale dei personaggi e la follia di un mondo irreale e dai contorni distorti. Il film, che si concentra sulla rappresentazione dei disastrosi effetti della droga sulle personalità di chi ne fa uso, pecca solo nel tralasciare troppo una trama originale e intricata, che avrebbe meritato maggiore spazio, e il cui scioglimento è invece liquidato alla fine in poche frasi. A scanner darkly rimane comunque un ottimo film, che in modo intelligente affronta il tema della droga in un'ottica puerile, come fosse un gioco dal quale non c'è via d'uscita, nato per distrarsi e per sfuggire con la fantasia ad un mondo di solitudine e sofferenze. "Questa è la storia di persone che sono state troppo punite per quello che hanno fatto. Li ho amati tutti. (…) Il nemico non sarà mai perdonato. Il "nemico" è stato il loro errore durante il gioco. Che possano tutti giocare ancora, in qualche altro modo, e che siano felici".

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. Linklater
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 100 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaCon Bobby, il regista Emilio Estevez delinea un veritiero ritratto di un America sconvolta dalla guerra del Vietnam e dalla morte di Marthin Luther King. La storia è quella di 22 personaggi che, per un motivo o per l’altro, si ritrovarono la sera del 4 giugno 1968 all’Ambassador Hotel di Los Angeles, per festeggiare la possibile vittoria alle presidenziali californiane del senatore Robert F. Kennedy, rappresentante di un’America pacifista e più tollerante verso le altre razze. La pellicola si avvale di un grandissimo cast d’eccezione, capace di offrire un’intensa e sensibile interpretazione di ogni personaggio. Se la prima parte, con la presentazione dei protagonisti, risulta macchinosa, perché simile più ad una parata di stelle hollywoodiane che ad altro, la seconda è molto più piacevole da seguire, in quanto concentrata soprattutto su sogni, ideali e difficoltà individuali di ognuno, specchio di quelle di un paese in febbrile attesa di un evento che avrebbe potuto cambiare la sua storia. Scorrono così i volti di un’America sola, smarrita, arrabbiata, distrutta, ma allo stesso tempo speranzosa e piena di ottimismo per un nuovo futuro che sembrava alle porte. Poi, all’improvviso, una strana presenza a squarciare la luce. Un colpo di pistola a segnare la fine di tutto e il risveglio. Kennedy viene assassinato e insieme a lui, corpi atterriti e insanguinati spengono sorrisi, gioie e ideali. Il 4 giugno 1968 rimane il giorno in cui l’America ha perso la possibilità di cambiare ed essere migliore; di quei sogni rimangono solo parole, messaggi di speranza, la cui potenza però non è sopprimibile e riecheggerà per sempre, al di là, anche, della stessa morte.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: E. Estevez
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 114 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
2006 - National Board of Review of Motion Pictures
Miglior film indipendente
2006 - Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia
Biografilm Award a Emilio Estevez
2006 - Premio Golden Globe
Miglior film drammatico
Miglior canzone originale a Bryan Adams, Elliot Kennedy e Andrea Remanda.

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locandinaIspirato ad eventi realmente accaduti, il nuovo film di Paul Verhoeven è stato accolto alla Mostra del Cinema di Venezia, in anteprima mondiale assoluta, con lunghi quanto meritati applausi a seguito della sequenza finale, metaforica di una guerra senza fine e senza vincitori. Carice van Houten, brillante e camaleontica, interpreta Rachel Steinn, una provocante soubrette ebrea costretta a fuggire dalla Germania nazista. Straziata dal massacro dei familiari davanti ai suoi occhi e assetata di vendetta, dopo rocambolesche peripezie riesce a rifugiarsi in Olanda e assumere una nuova identità, grazie all’aiuto di esponenti della resistenza di cui diventa presto alleata.
Il padre di Basic Instinct e L’Uomo senz’ombra torna dietro la macchina da presa per girare, nella natia Olanda, un thriller saturo d’azione alla cui sceneggiatura ha lavorato per vent’anni, insieme a Gerard Soeteman: una torbida spirale di sospetti ed equivoci, intrighi e inseguimenti, in un gioco delle parti che si attua a prezzo di vite umane. Colpi di scena in rapida successione, apparenze puntualmente ingannevoli, sparatorie d’azione e sequenze da spy story, accompagnate tutte da consistenti dosi di souspance dovute anche allo spessore morale delle tematiche sfiorate (l’olocausto, i sopravvissuti, la memoria…). Un capolavoro originale e sorprendente nelle sue inattese sfumature noir.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Verhoeven
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna, Germania, Belgio
Durata: 135 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaSeppur denunciato in tutto il mondo da una campagna di Amnesty International, il traffico dei “diamanti insanguinati” è ancora oggi un tema sconosciuto per la maggior parte della popolazione mondiale. I “blood diamond”, da cui prende il titolo questa pellicola di Edward Zwick, sono quelle pietre preziose che spietati trafficanti importano dai paesi africani in guerra, offrendo in cambio armi per le popolazioni belligeranti. Il regista di “Attacco al potere” ne ha voluto così trarre un film, ambientando la storia di tre personaggi, un trafficante, una giornalista e un pescatore ridotto in schiavitù nelle miniere, nell’inquietante scenario della guerra civile in Sierra Leone. Come in altri suoi film, Zwick condisce l’accurata denuncia politica di scene spettacolari ad alto tasso di adrenalina. I loschi affari delle società occidentali, interessate perché la guerra continui solo per i loro profitti, la schiavitù, ma soprattutto i bambini-soldato, sono solo alcune delle tematiche sociali sui quali il regista insiste nel lungo viaggio iniziatico di redenzione del trafficante Danny Harcher. Purtroppo il film finisce per dilungarsi un po’ troppo e il finale, decisamente troppo melenso e troppo buonista, rovina tra sentimentalismi vari e una standing ovation evitabile al coraggioso pescatore che per la famiglia ne ha passate di tutti i colori, l’indubbia efficacia della pellicola, che riesce comunque a rimanere convincente grazie all’intensa interpretazione degli attori e agli accurati aspetti tecnici di realizzazione.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: E. Zwick
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 138 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaSpy-story di respiro classico, “Breach – L’infiltrato” di Billy Ray è un efficace meccanismo psicologico a specchi, nel quale terribili pressioni psicologiche concorrono a smascherare identità e pericolosi segreti, da cui dipende la vita di molti, forse troppi, esseri umani. Ispirato alla più grande fuga di notizie dell’FBI, questo thriller ricco di spunti interessanti coinvolge lo spettatore soprattutto grazie alla credibilità dei suoi personaggi e ai volti realistici e quotidiani cui i fantastici attori del ricco cast (Ryan Philippe, Laura Linney e Chris Cooper) danno vita. Priva di ridondanze e scene ad effetto, la narrazione è giocata sul delicato filo dell’ambiguità, in cui difficile non è costruirsi una segreta identità, ma renderla credibile, viverci e rimanerci dentro, con il rischio di rimanerne intrappolati. Oltre però l’efficace intreccio costruito, “Breach” è anche il racconto del rapporto tra due agenti dell’FBI, la giovane recluta che spia e l’anziano in procinto di congedarsi per sempre dal lavoro che viene spiato (ma ne siamo sicuri?): voglia di affermazione, ambizione, cieco arrivismo umano, ma anche paure, fantasmi e ombre di fallimenti dipingono le psicologie di questi due personaggi, distanti anni luce per concezione di vita, eppure così simili come forse lo sono tutti gli esseri umani. Giustizia e crimine, onestà e corruzione, entusiasmo e cinismo: la recluta Eric O’Neill e il presunto traditore Robert Hanssen sembrano essere tesi e antitesi di un principio di dialettica che trova la sua sintesi totale nella paura della solitudine e nella volontà di dimostrare, sopratutto a se stessi, di avere un significato. È questo il labile confine che separa questi concetti così lontani, una maggiore debolezza interiore che se non è degna del perdono, lo è almeno del rispetto e della compresione.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Ray
Anno di produzione: 2007
Produzione: Stati Uniti
Durata: 111 minuti

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Sottocategorie

wpepsicologiaTematiche affrontate negli articoli:

  • Disturbi psicologici dell'adulto e del bambino: disturbi d'ansia, disturbi di personalità, disturbi dell'umore, disturbi alimentari, dipendenze classiche e nuove dipendenze, dipendenza affettiva
  • Problematiche relazionali in coppia e in famiglia, Comunicazione funzionale e disfunzionale, tradimento
  • Il benessere a scuola: dai metodi didattici e alternativil al ruolo dell'insegnante, dalla gestione dei comportamenti di bullismo ai disturbi del linguaggio
  • Arteterapia: Fototerapia, Drammaterapia, l'utilizzo della fiaba
  • La figura dello Psicologo: dai falsi miti alla spiegazione di cosa fa e di quali sono le caratteristiche di una psicoterapia

 

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  • Legislature varie: in tema di stalking, di adozione internazionale
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Una rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
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(Federico Fellini)

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(Louise Lumiére)

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