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Articoli professionali di Psicologia, Sessuologia,Crimonologia, Sociologia, per capire meglio quello che stiamo vivendo, affrontando, condividendo. 

Riflessioni personali su ciò che ci circonda o su tematiche attuali. 

Recensioni cinematografiche o bibliografiche su ciò che abbiamo visto o letto. 

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locandinaSfacciato, cinico ed arrogante. Nick Naylor è quanto di peggio possa capitare nella vita di salutisti e integralisti antifumo. Per difendere ed incrementare le vendite della Big Tobacco, azienda produttrice di sigarette di cui è il portavoce, Naylor non si ferma nemmeno di fronte all’innocenza di bambini, al dolore di malati di cancro o all’autorità di capi dello stato. Scritto e diretto da Jason Reitman, Thank you for smoking è soprattutto un’irriverente e arguta critica alle ipocrisie della società e ai falsi moralismi di coloro che, ad esempio, traggono ingenti profitti dal commercio del tabacco, ma scrivono sui pacchetti “pericolo di morte” per lavarsi la coscienza. Non dalla parte dei fumatori (non c’è un solo personaggio che fuma), ma neanche dei salutisti, il film si schiera a favore del diritto di ogni essere umano a decidere della propria vita e a fare le proprie scelte in completa autonomia. Tra esilaranti battute e qualche passabile caduta di stile ogni tanto, Thank you for smoking graffia come poche commedie indipendenti hanno fatto negli ultimi anni, grazie anche al suo cast (lo sfinente protagonista Aaron Eckart è perfetto nel ruolo, mentre Katie Holmes la si vede fortunatamente solo per una decina di minuti) e a rapidissimi e quasi estenuanti dialoghi che, ammorbiditi da un’originale regia (i titoli di testa valgono tutto il film), puntano a far capire come in una società meschina come la nostra non importi che si abbia ragione o torto: se si ha la capacità di argomentare bene e incantare le masse, il successo è assicurato. Berlusconi docet. Un film assolutamente sovversivo e genialmente provocatorio.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Reitman
Anno di produzione: 2005
Produzione: Stati Uniti
Durata: 92 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
National Board of Review Awards 2006: miglior regista esordiente (Jason Reitman)
Independent Spirit Awards 2007: miglior sceneggiatura

{tab=Recensione}
locandinaPrimo spy-thriller di una trilogia che racconterà tutta la saga della CIA fino ai nostri giorni, passando per lo snodo cruciale della caduta del muro di Berlino, il film che porta il titolo italiano de “L’ombra del potere” si muove nel delicato scenario della seconda guerra mondiale, addentrandosi nei meandri oscuri delle società segrete. Ne è un esempio la “Skull and Bones” (un nome che è già tutto un programma), confraternita che plasma leader mondiali rubandone i segreti più intimi. CIA contro KGB, America contro Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda: a farne le spese, una serie di individui immolati sull’altare della ragion di stato.
Robert De Niro, che si ritaglia un cammeo in grande stile interpretando il generale Sullivan (personaggio estremamente scorsesiano), riprende posto dietro la macchina da presa dopo il suo esordio da regista in “Bronx”. Stavolta sostituisce ai colpi di scena una trama densa di eventi, personaggi, situazioni, dettagli non trascurabili, dove anche un articolo può fare la differenza (vedi il confronto esplicitato nel film Cia-Dio).
Troppo lungo, didascalico, farraginoso, frammentario (con un’interminabile quanto faticosa sequenza di flashback e rinvii temporali a singhiozzo) e anche un po’ maschilista, per parlare di capolavoro. Restano però interessanti lo scontro patria-amore paterno, la descrizione realistica di informazione e controinformazione come veri mezzi del potere e il ritratto decadente di un uomo (Edward/Matt Damon, mai altrettanto privo d’espressioni) che non ha più alcuna personalità, ormai immerso  annegato e infine reso anonimo nel letale reticolo di trame e complotti di stato.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: R. De Niro
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 167 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaA metà fra Il principe di Machiavelli e l’I have a dream di Martin Luther King, il ritratto della politica che propone il regista e sceneggiatore è un equilibrio precario fra consensi e tradimenti, promesse e colpi alle spalle, alti ideali affogati in lauti buffet. Una politica che sa di marcio e che corrompe tutto ciò che tocca: anche l’animo più genuino si può comprare - non tanto con soldi, ma con ricatti, proposte di carriera, chimere promesse al momento giusto. Viene assunto per questo, il bravo giornalista interpretato da Jude Law, per scrivere e convincere, abbellire e camuffare, giustificare e scovare gli scheletri nell’armadio degli oppositori di un caimano rozzo ma astuto con il volto iper espressivo di Sean Penn.
Un tono sobrio, dimesso, ordinario (azzarderemmo anonimo) caratterizza la prima parte del film, in cui si narra la vicenda dell’ascesa al potere di un omuncolo qualunque di modeste condizioni economiche e culturali, pronto a farsi strumento politico pur di tentare di cambiare i meccanismi del potere a favore dei meno abbienti. Presto, invece, incarnerà lo stereotipo del tiranno per eccellenza, che spaccia nefandezze per buone azioni, sperpera soldi investendoli in donne e banchetti, ordisce trame e congiure in un climax di sopraffazioni e sete di potere. E’ da questa seconda parte, dal gusto più marcatamente noir, che il film prende piega e inizia a coinvolgere davvero in tutti i suoi intrecci morbosi e ingarbugliati, dove una languida Kate Winslet incarna il tepore mnemonico di un amore stagionato. Riuscito il gran finale, sospeso fra delitti a catena e complotti letali, che riesce a immortalare quel grigiume nefasto di una politica in cui all’inizio, così come alla fine, “c’è solo il male”.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Zaillan
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti, Germania
Durata: 140 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaSofia, la coppia gay formata da James e Jamie, e la complessata prostituta Severin, sono i protagonisti delle storie che si intrecciano allo Shortbus, locale notturno fuori da ogni schema, dove i piaceri della carne e della liberazione delle proprie pulsioni più profonde sono usate come unico antidoto alla soffocante e reprimente società. Con Shortbus, il regista John Mitchell non si risparmia nel mostrare masturbazioni, rapporti sadomaso, eiaculazioni, rapporti orali, per descrivere la sofferenza e l’infelicità alla base delle perversioni dei protagonisti, esseri umani alla ricerca di pratiche sempre più estreme e piaceri forti, solo allo scopo di sfuggire alla solitudine. Purtroppo molti sguardi, dialoghi e immagini surreali, rendono sia il messaggio del film che la disperazione dei personaggi in modo molto più chiaro delle scene volutamente morbose, di cui talvolta si fatica a capire il motivo e che finiscono per essere meri atti di provocazione per stuzzicare le fantasie voyeuristiche dello spettatore con la banale e fine a se stessa esibizione di corpi nudi e atti sessuali. Peccato, soprattutto per l’intelligente sceneggiatura, gli assurdi dialoghi e soprattutto gli inserti animati di una New York che lentamente si spegne, lasciandosi andare ad una lenta morte spirituale, per esplodere alla fine in un violento orgasmo di gruppo. Spesso la provocazione può essere un’arma a doppio taglio, con il rischio che la si usi semplicemente come pretesto per poter dire, mostrare e fare ciò che si vuole: a quel punto diventa mero e insulso esibizionismo e Shortbus, purtroppo, cade spesso nel tranello.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J.C.Mitchell
Anno di produzione: 2006
Produzione: USA
Durata: 102 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaUn mare di premi per un film senza pretese: questo il bilancio estremamente positivo del debutto cinematografico di Duncan Tucker, già noto come regista di cortometraggi di rilievo. In  103 minuti si snoda sul grande schermo la parabola esistenziale di un transessuale alle prese con discriminazioni drammaticamente generalizzate, problemi familiari e per di più un passato che ritorna per caso dal fondo di una cornetta del telefono.
Golden Globe meritatissimo per una straordinaria Felicity Huffman, irriconoscibile Desperate Housewife, che dona ad un personaggio già di per sé complesso una varietà di sfumature che spaziano dal tenero al sensuale, dall’ironico al commovente… Il risultato? Un film davvero convincente, che appassiona, diverte e fa riflettere. Un’epopea di esistenze al margine raccontate sottovoce, di esperienze estreme presentate con una buona dose di autoironia che sbaraglia del tutto ogni possibile (e qui di fatto assente) traccia di retorica, buonismo o banalità con cui si suole generalmente trattare tale delicata tematica/motivo narrativo.
Di grande suggestione il leit motiv del viaggio: un on the road tra(ns) le strade assolate ed i boschi rumorosi dell’America, ma soprattutto attraverso se stessi. Attraverso le paure, la voglia di vivere e di voler scegliere la propria identità… qualunque essa sia.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Tucker
Anno di produzione: 2005
Produzione: USA
Durata: 103 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Golden Globe 2006: miglior attrice in un film drammatico (Felicity Huffman)
2 Independent Spirit Awards 2006: miglior attrice protagonista (Felicity Huffman), miglior sceneggiatura d'esordio
National Board of Review Awards 2005: miglior attrice (Felicity Huffman)
1 Ioma 2006:Migliore attrice protagonista(Felicity Huffman).

{tab=Recensione}
locandina“Breakfast on Pluto” è la rocambolesca avventura, raccontata da pettirossi irriverenti, di Patrick/Gattina Braden: un lui “sprovveduto” che si sente una lei fin da bambino/a e che non smette di cercare sua madre, ovunque essa sia. Un film sulla diversità, sulla difficoltà d'integrazione per chi sceglie un percorso biografico e un profilo sessuale nuovi, sui confini geografici e sulla ricerca di un’identità che affonda le sue radici in una madre sempre assente, sosia di Mitizi Gaynor, un'icona evocativa che Gattina inseguirà per tutto il film come un miraggio, rincorrendo la culla della sua infanzia negata. Intenta in questa ricerca disperata, negli anni '70 l’irlandese Gattina parte per Londra, affrontando peripezie e disavventure sentimentali sempre con immancabile sguardo ingenuo sul mondo, anche di fronte a situazioni limite come tensioni politiche e vicende violente (vd. il filone tematico relativo all'IRA).
Il film si rivela una gradevole denuncia al perbenismo di facciata e alla morale dettata dal fanatismo religioso, ma anche critica contro l'estremismo politico e contro una borghesia che punta il dito sul diverso, nascondendo scheletri nell'armadio sotto una maschera di valori sacri come quello della famiglia. Il cast è di tutto rispetto (Liam Neeson, Ruth Negga, Laurence Kinlan), applausi al protagonista Cillian Murphy, che avevamo lasciato faccia a faccia con il Sole di “Sunshine” e ritroviamo qui in un ruolo particolare, interpretato con grande naturalezza, anche grazie ai delicati lineamenti del viso, esaltati ad arte da un trucco efficace.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: N. Jordan
Anno di produzione: 2005
Produzione: Gran Bretagna
Durata: 135 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaÈ il 16 giugno del ’59 quando George Reeves (Ben Affleck, Coppa Volpi 2006), celebre interprete di Superman, viene trovato morto in camera sua, straziato da un colpo di pistola in piena fronte - proprio a lui, ironia della sorte, all’unico supereroe “più veloce d’un proiettile”. Seguono clamori sui giornali, ragazzini in depressione, anziana mamma in (apparente) crisi e fidanzata appena arricchita. Finché, in poco tempo, il caso viene archiviato: trattasi di suicidio. L’unico a ostinarsi a proseguire le indagini è il detective Luis Simo (un più che convincente Adrien Brody), assunto proprio dalla madre di Reeves per scoprire la verità. Ma qual è la verità? Questo l’interrogativo che inquieta ogni sequenza del film di Coulter, una detective story in piena regola, che non tradisce mai prevedibilità e mette a nudo il mondo marcio di Hollywood, puntando i riflettori sull’altra faccia del successo: il fallimento, minimo comune denominatore di tutti i personaggi, ciascuno intrappolato in una parabola esistenziale di frustrazioni e delusioni continue, la cui linfa vitale è marchiata dal fallimento.
Nel (non) finale tutto è chiaro, agghiacciante: i colpevoli non esistono, l’unico vero killer è una vita fatta solo d’apparenza - fumo negli occhi, niente di più. E per finire, un sano colpo di pistola.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: A. Coulter
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 126 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaEsistenze ferite da un’infinita solitudine, anime disperse in un disorientante mondo indifferente, eppure tutte estremamente legate dal filo tragico di un colpo d’arma da fuoco. È il ritratto della nostra società globale realizzato da Alejandro Gonzalez Inarritu, esperto in puzzle narrativi (21 grammi), ma che con questo Babel allarga il punto di vista, estendendo a tutti i continenti l’analisi sull’incomunicabilità e la solitudine del nostro tempo. La narrazione coinvolge, infatti, tre luoghi estremamente distanti sulla carta geografica, due situati agli antipodi (il Messico e il Giappone) e uno a metà (il Marocco), quello in cui si svolge l’incidente scatenante dell’intera vicenda: due bambini, giocando con il fucile che il padre ha avuto in dono da un uomo giapponese, sparano per sbaglio ad una donna americana in viaggio con il marito, i cui figli sono rimasti a casa con la tata messicana. Inarritu usa questa storia per descrivere con sguardo pessimista la tanto decantata globalizzazione, che invece di unire non fa altro che dividere, lasciando che sia il dolore a rimanere l’unico punto di contatto tra gli uomini. Il regista è abile nel saper tracciare gli aspetti delle singole società, dall’allegro e colorato Messico, allo psichedelico e alienante Giappone, fino al caldo e desolante Marocco, muovendosi sempre con estrema sobrietà (grazie anche all’evocativa colonna sonora composta dall’argentino Gustavo Santaolalla). Con straordinari interpreti, Babel è una fedele rappresentazione della triste realtà dei nostri tempi, dove il silenzio dell’anima e dell’assenza di amore risulta più rumoroso e lancinante della caotica frenesia che ci circonda.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: A. Gonzalez Inarritu
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 144 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
Premi Oscar 2007: miglior colonna sonora
Golden Globe 2007: miglior film drammatico
Premi BAFTA 2007: miglior colonna sonora
Premio alla miglior regia al Festival di Cannes 2006
National Board of Review Awards 2006: miglior performance rivelazione femminile (Rinko Kikuchi)
Satellite Awards 2006: miglior colonna sonora originale
David di Donatello 2007: miglior film straniero

{tab=Recensione}
locandinaAnnus Domini 2027. Il mondo e' sconquassato da atti terroristici e criminali senza scrupoli. L'umanita' e' prostrata in ginocchio da una piaga ventennale: sterilita' diffusa su tutto il pianeta, che non ode vagiti di vita da circa vent'anni. Questa l'apocalittica visione futuristica che ci propone Alfonso Cuaron, regista anticonformista e fantasioso, la cui sceneggiatura, firmata assieme a Sexton, salta ogni appiglio di retorica o dramma da lacrima facile, per dedicarsi al genere thriller, con sequenze di omicidi a catena, spie traditrici e tensione vibrante senza cadute di stile. Numerosi i colpi di scena, su tutti la scoperta di una ragazza incinta, difesa da attivisti senza scrupoli, fra cui spicca un'inedita Julianne Moore, dolce meta' (ma solo per poco) del duttile Clive Owen qui alle prese con una  mission impossibile: portare in salvo la nuova Eva, ad ogni costo.
Un film sui generis, dunque, tanto thriller avvincente quanto dramma d’azione, che tocca tematiche delicate quanto urgenti, diffondendo inquietudine su tragedie forse davvero incombenti.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: A. Cuaron
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna, USA
Durata: 114 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaApplaudito all’ultima Mostra del cinema di Venezia, dove partecipava all’interno della terza edizione delle Giornate degli Autori, Come l’ombra della regista italiana Marina Spada è l’ennesimo ritratto proposto da un film-maker indipendente della solitudine e dell’alienazione nella società moderna. Un sentimento di frustrazione nei confronti della vita e di rassegnazione ad un’esistenza solitaria avvicina due donne distanti, Claudia e Olga, che seppure diversissime tra loro troveranno nel comune malessere interiore un punto di contatto che porterà ognuna a considerare l’altra come riflesso della propria piattezza esistenziale. La parte più interessante risiede nella metaforica rappresentazione della desolante periferia milanese, spigolosa con i suoi deserti di lamiere e acciaio, destinati ad edifici perennemente in costruzione sui quali il sole incandescente di agosto riflette la propria soffocante luce. Un territorio opprimente, che purtroppo la regista non riesce a sviluppare a pieno, lasciandolo ristagnare nell’incessante ripetitività delle azioni quotidiane di Claudia (un modo già visto e rivisto di rappresentare l’alienazione degli esseri umani) e nella pochezza dei discorsi, dovuti all’errore (sempre più frequente) di considerare per questi film la sceneggiatura come secondaria, quando invece sarebbe interessante sviluppare un tema come l’incomunicabilità proprio attraverso accurati dialoghi. Se da una parte l’idea finale di non rivelare pienamente la soluzione al mistero che circonda il film è degna di nota, soprattutto per gli spunti che offre allo spettatore per una riflessione sui temi dell’identità, della verità e dell’indifferenza, Come l’ombra non colpisce per la superficialità con cui affronta un tema oggi così di moda, senza osare e rimanendo in schemi stereotipati rassicuranti.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Spada
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 87 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaNel 1977, un anno dopo il colpo di stato che ha portato la dittature fascista in Argentina, un gruppo appartenente ai servizi segreti sud-americani, impegnato nella lotta contro le libertà democratiche, rapisce Claudio Tamburrini, promettente portiere di una squadra di calcio di serie B, e lo trasferisce in un centro di detenzione clandestino dove viene torturato perché ritenuto in possesso di informazioni su un gruppo di sovversivi. Cronaca di una fuga è proprio il racconto, che mischia cinema e documentario, dei centoventi giorni di prigionia, finiti con il tentativo disperato di evasione da parte del protagonista e di altri uomini. Saggiamente, il regista evita di mostrare fino in fondo le terribili torture messe in atto dai sequestratori, evitando così il rischio di far scadere la denuncia sociale in una banale e sadico spettacolo di inaudite violenze. Lo spettatore viene invece letteralmente sbattuto tra le umide mura consumate di stanze vuote, all’interno di taciti corridoi nei quali la macchina da presa penetra in profondità, fino a farci respirare l’aria marcia del luogo e l’odore fetido di corpi sudici e malnutriti, tenuti in spaventose condizioni. Ne emerge in questo modo un veritiero (seppur visionario) ritratto dell’inferno, fatto di sensazioni, di suoni e rumori gravi e alienanti, di atmosfere soffocanti e claustrofobiche. Cronaca di una fuga è la rappresentazione della follia nascosta sotto l’idillica immagine superficiale che il mondo e l’essere umano mostra di se stesso (vedi le immagini esterne della villa dove sono rinchiusi i prigionieri), un percorso dentro un’oscurità senza ritorno, dove ogni giorno rischiamo di precipitare e di cui il mondo rimane ignaro o forse volontariamente inconsapevole.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: I. A. Caetano
Anno di produzione: 2006
Produzione: Argentina
Durata: 103 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaBarbagli, Santodio, Freghieri, Pini e Fecchia: è il manipolo di cinque eroi che in piena epoca fascista si è lanciato all'assalto di Marte, sostenendo la necessità dell'Italia di espandersi anche in verticale. La loro impresa è stata documentata dai cinegiornali dell'epoca, la cui testimonianza è oggi dimostrazione del coraggio e del valore del gruppo di conquistatori. Con Fascisti su Marte, Corrado Guzzanti trasferisce dalla tv al cinema gli sketch che segnarono, nel 2002, il successo della trasmissione Il caso Scafroglia, assicurando la stessa dose di divertimento e riflessione, con una satira pungente che a tratti sfiora livelli assolutamente geniali (vedi la sequenza del celebre monolite kubrickiano, o l'esilarante guerra contro delle pietre scambiate per alieni ostili). A fronte di questo, però, il risultato finale non convince, essendo il prodotto inadatto allo schermo cinematografico, perché concepito per una durata più breve e per delle gag da diluire in più puntate: così, la continua voce fuori campo alla lunga diventa fastidiosa, la narrazione, con situazioni ripetitive, si fa pedante e noiosa, mentre la trama rimane per tutto il tempo esile, con un ritmo blando, diversi momenti morti e vuoti di sceneggiatura. Si può solo riconoscere al film il merito di aver saputo rispolverare l'ironia e l’atmosfera del precedente televisivo, con lo stesso tipo di satira, che, mirata questa volta a dare una visione più globale di quello che è stato il fascismo, con le sue ideologie e totalitarismi, innesca inevitabili parallelismi con la nostra realtà contemporanea. Da riconsegnare alla televisione.

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: C. Guzzanti
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 100 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaPrimo capitolo della “bilogia” sulla battaglia di Iwo Jima tra statunitensi e giapponesi, “Flags of our fathers” narra, dal punto di vista americano, il sanguinoso scontro avvenuto nel 1944 durante la seconda guerra mondiale. Il regista Clint Eastwood penetra così all’interno del mondo della retorica patriottica e del nazionalismo, di cui distrugge valori e principi, mostrando cosa si nasconde dietro quello che è uno dei simboli iconici di eroismo più importanti per gli Stati Uniti: la fotografia dei soldati che issano vittoriosi la bandiera a stelle e strisce sul suolo dell’isola conquistata. Scagliandosi contro la manipolazione delle masse attraverso i media e contro le finte ideologie, Eastwood riesce come al solito a cogliere con estrema sensibilità i sentimenti dei suoi personaggi, che contrappongono le loro diverse e sfaccettate personalità al tentativo voluto dalla politica di omologarli tutti sotto un’unica bandiera o razza. Imprigionando le storie di singoli uomini in uno splendido impianto formale di forte matrice classica e con una fotografia cupa, privata dei colori ad eccezione del “rosso sangue”, Eastwood perde qualcosa solo nel finale dove incorre lui stesso nell’errore di lanciarsi in una troppo didascalica denuncia, che mina il comunque convincente risultato finale. Resta sempre il piacere di assistere ad un film di guerra tradizionale nella sua realizzazione, forte e diretto nel tema affrontato e accurato nella scelta di dialoghi brillanti e metaforici.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: C. Eastwood
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 130 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
Flags of Our Fathers fa parte della lista dei dieci miglior film del 2006 della National Board of Review.
Eastwood ha anche guadagnato una nomination come miglior regista ai Golden Globe.
Inoltre il film è stato nominato per due Premi Oscar, ed ovvero quello per il Miglior Sonoro e per il Miglior Montaggio Sonoro.

{tab=Recensione}
locandinaNel cinema italiano contemporaneo ciò che conta è il business. L’industria cinematografia nostrana non vuole altro che alti profitti ed incassi stellari. Questo porta irrimediabilmente alla produzione di pellicole assolutamente inutili (vedi i vari film di Natale o, peggio ancora, quelli adolescenziali stile “Tre metri sopra il cielo”), oppure, nel migliore dei casi, drammi epocali ed urlati che tanto ricordano i film di mucciniana maniera. Alcune grandi produzioni migliorano la situazione, ma si tratta comunque di pochi buoni lavori ogni anno. La speranza che le cose possano migliorare nasce da altro. Dalla possibilità che alcune piccole case di produzione offrono a giovani registi di talento il cui obiettivo principe è quello di raccontare qualcosa. Arte che si esprime attraverso le immagini. Un intento sano e produttivo, quello di esprimersi e di trasmettere un’emozione, di esprimere un pensiero, di realizzare un’opera che non sia un mero prodotto commerciale. “Hikikomori”, primo lungometraggio diretto dal giovane Gianluca Olmastroni, è un film indipendente e ben fatto, ammesso al MIFF (Film Festival Internazionale di Milano), una delle più importanti rassegne di cinema indipendente in Europa, nella sezione “Mixer Internazionale”. “Hikikomori” riflette, agisce e dà un messaggio, non un giudizio. Protagonista del film un trentenne post-moderno, senza nome (si fa chiamare “hikikomori” nel web), la cui vita prevedibile e sempre uguale viene stravolta da un incontro fortuito sulla metropolitana. Il breve sguardo di una ragazza lo sveglia finalmente dal torpore della “non-vita” in cui l’uomo si immedesima da troppo tempo. “Hikikomori”, termine che indica la patologia che in Giappone viene associata ad individui isolati, soprattutto adolescenti, quasi eremiti, al limite dell’autismo. Il merito del regista e dello sceneggiatore (Edoardo Montanari) è quello di aver reso la sensazione di inadeguatezza del protagonista nel mondo sociale in cui tenta di sopravvivere. Ovviamente ha dato il suo grande contributo l’attore protagonista, Adamo Rondoni, decisamente credibile nei panni del triste hikikomori e mai esasperato nelle espressioni. Una recitazione controllata, pacata, realistica. Stralci reali di vita, niente di più.
Il digitale fa miracoli e permette finalmente a chi è in grado di farlo di realizzare un film che valga la pena di essere visto.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: G. Olmastroni
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 76 minuti

{tab=Curiosità}

"Hikikomori" è una parola giapponese che significa "isolarsi, stare in disparte" e fa riferimento a quella patologia frequente in Giappone ma ormai in tutto il mondo in cui si rifiuta la vita pubblica chiudendosi in sé stessi. Il protagonista soffre di questa forma di autoemarginazione, uscendo di casa solo per andare al lavoro.
"Hikikomori" è il primo film in alta definizione a essere tenuto in programmazione nelle sale del circuito Digima.

{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaNeanche a farlo apposta, Marco Carlucci firma la versione italiana de “L’uomo dell’anno” (accade spesso ultimamente in Italia, vedi anche “Shooting Silvio” uscito a ridosso di “Death of a President”), con Fabrizio Sabatucci al posto di Robin Williams. Dimezzate gli stipendi, trasportate la storia nell’Italietta, aggiungete la simpatia di caratteristi come Anna Longhi. Otterrete “Il punto rosso”, storia di un comico scomodo a cui hanno ucciso l’amico giornalista, che un giorno decide con i suoi improbabili amici di fondare il partito degli Invisibili. Licenziato dalla televisione per decisioni prese “dalla vetta della piramide”, Ricky si piazza un pomello rosso sul naso e inizia a fare politica, ma sul serio: a fronte di ridicoli personaggi che ben rispecchiano il Bel Paese (esilaranti i nomi dei partiti: NostraItalia, Polo democratico unitario, Cristiani Uniti…), ovvero un manipolo di presenzialismi ciarlatani preoccupati solo d’ingozzarsi, Ricky è l’unico ad avere il coraggio di scagliarsi contro il marciume di una corruzione onnipervasiva. Nel film, imperfetto a livello tecnico e poco brillante a livello d’intepretazioni (salvo alcune positive eccezioni), si ha il coraggio di parlare di precarietà, tv pilotata, politica corrotta, mafia… Il film andrebbe visto e premiato anche solo per questo. C’è bisogno di portare al cinema tematiche che sembrerebbe più comodo sorvolare, ma che invece quest’opera di Carlucci ha il merito di affrontare a viso aperto, malgrado difetti estetici e stilistici che si fanno ben perdonare da un intento più che nobile: “Vedere cosa può succedere se in un clima di malcontento come quello che viviamo un Pincopallino si candida, e la gente, per protesta democratica, lo appoggia”. Una sfida tutta da raccontare, per una piccola produzione ricca di coraggio e ideali.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Carlucci
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 101 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaDavid Lynch, Leone d'Oro alla carriera, firma un altro film schizofrenico dei suoi. La trama e' pressoche' irraccontabile, la sceneggiatura impalpabile, i personaggi indescrivibili. Resta un'atmosfera rarefatta e complessa, che ostenta un'oscura nebulosa di eventi concatenati quanto incomprensibili, sospesi fra ribellione e mistero. Un enigma, nel senso piu' criptico del termine, fa da sfondo a tutta la pellicola meta-cinematografica, in cui sfilano prostitute assassine, attrici ricche e sconsolate, uomini di potere, poliziotti grassocci, mariti gelosi e amanti sensuali.
Imprigionati in una claustrofobia d'immagini caleidoscopiche, si respira aria di inquietudine, pericolo, rischio di morte incombente. La simbologia lynchiana e' al solito ricchissima e inavvicinabile, l'interpretazione molteplice e sempre fuorviante, il regista gioca con una vastissima gamma di generi e sequenze come un prestigiatore capriccioso. Scene in pieno stile horror si alternano a psichedeliche riprese in cui la messa a fuoco non e' mai assicurata, la macchina da presa ruota impazzita fra luci rosse e fari abbaglianti, i delitti si succedono senza sosta. Suggestivo, senz’altro, ma resta il fatto che assistiamo a più di tre ore senza sapere cosa vediamo. Il che è quasi offensivo.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: D. Lynch
Anno di produzione: 2006
Produzione: USA, Polonia, Francia
Durata: 172 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaCon un pizzico di velata nostalgia da buon fan di film giapponesi (l’ammirazione per Akira Kurosawa è ormai dichiarata), Eastwood ripropone la battaglia svoltasi nell’isola vulcanica e maledetta di Iwo Jima (vd. “Flasg of our fathers”), soffermandosi a raccontare l’altra faccia della medaglia, ossia i quaranta giorni di combattimento che i giapponesi riuscirono a mantenere malgrado l’inarrestabile avanzata americana, nonché la scarsità di strumenti di difesa e risorse per l’autosostentamento.
Il regista del pregevole “Mystic River” e dell’acclamato “Million dollar Baby” vuole rappresentare senza mezzi termini la ferocia della guerra, da qualunque parte la si guardi. Un’intenzione nobile che, tuttavia, pretende di scavalcare il livello della metafora e mirare alla concretezza dell’impatto visivo: sfilano sul grande schermo teste mozzate, implosioni di corpi suicidi, pallottole, grida, dissenteria, massacri, torture e chi più ne ha più ne metta – com’è consuetudine in qualunque film di guerra, del resto. Non spiccano per originalità neanche le scene in cui i soldati si lamentano della zuppa rimpiangendo di non aver fatto i pescatori come le mogli suggerivano, né quelle più melodrammatiche in cui ricordano il congedo da queste ultime. Forse Eastwood dimentica che il pathos non può essere il prodotto di una qualunque operazione commerciale: non bastano botte, morti e squartamenti, conditi da ricordi melensi del bel tempo che fu a coinvolgere lo spettatore, per altro già di per sé, ci auguriamo, convinto sostenitore della brutalità della guerra. Apprezzabile, comunque, l’ironia dissacrante tesa ad alimentare la dialettica americani/giapponesi (“Gli americani sono maggiori di numero, ma i giapponesi hanno un grande vantaggio: sono più disciplinati e meno inclini a cedere alle emozioni”) e l’evidente sforzo di sintesi delle due parti in un’umanità che – pare voler intendere Eastwood- sarebbe tutta pacifica, se non fosse per quei cruenti conflitti interstatali in cui viene costantemente coinvolta.

vota_star_20
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Regista: C. Eastwood
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 142 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaRicomponiamo lo schema di base, intricato e folgorante come un romanzo pirandelliano. Da una parte, lui, il personaggio (un perfetto Will Ferrell doppiato da un grande Pino Insegno): “Sono un agente del fisco, tutto il mondo mi odia”. Dall’altra, lei, la scrittrice-assassina sociopatica (una maniacale Emma Thompson in un’interpretazione memorabile) che non riesce a finire il suo ultimo romanzo “Morte e tasse” perché non sa come ucciderne il protagonista. Si apre un simpatico ventaglio di ipotesi al riguardo: l’abitudinario Harold Crick, che intanto cerca faticosamente di capire se stia vivendo in una commedia o una tragedia, potrebbe morire, in ordine, per suicidio, in un incidente, per polmonite, in una sparatoria fra bande… A condire un contesto già così fervido di spunti narrativi e metanarrativi interessanti, l’intrusione di personaggi sui generis che restano nel cuore. Ad iniziare dal professore-bagnino caffeinomane Dustin Hoffman (che continua a regalarci emozioni dopo quell’irresistibile messier Baldini di “Profumo”), che cita Calvino e tiene seminari interi sull’espressione “se solo lo avesse saputo”, strambo quasi quanto i suoi quiz letterari (tesi a valutare se si è più Miss Marple o Frankenstein!). A seguire, Miss Pascal - già dal nome, viene in mente il celebre aforisma del filosofo: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”-, un’anarchica dagli occhi dolci e dai toni aggressivi, decisa a cambiare il mondo con i suoi biscotti. Per finire, un’editor ostinata ma anche comprensiva, dal volto inconfondibile di Queen Latifah, che molti ricorderanno nei panni della cinica Mama di “Chicago”.  I destini di questi cinque personaggi s’intrecceranno indissolubilmente fra loro, a grande insaputa di ognuno… Un film spensierato e accattivante, arguto e intelligente, colto e divertente, con un cast efficace come pochi e dialoghi brillanti, con pillole di letteraria saggezza distribuite ad arte dal sapiente e visionario regista di “Neverland”.

vota_star_40
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Regista: M. Forster
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 113 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaSenza un minimo di contenuto, superficiale e persino fastidioso per come racconta una delle pagine più nere della storia mondiale: World Trade Center di Oliver Stone è semplicemente questo. Ispirandosi alla vera storia dei due pompieri John McLoughin (Nicolas Cage) e Will Jimeno (Michal Pena), sopravvissuti e recuperati dalle macerie molte ore dopo il crollo delle torri, il regista realizza un’opera che vorrebbe portare sullo schermo la fragilità umana, la solidarietà e il coraggio che uniscono tutti gli uomini nei momenti di maggior difficoltà, ma riesce solo a creare un kolossal patriottico e talmente retorico da sfiorare a tratti l’assurdo, come quando è tirata in ballo la religione e fa la sua “comparsata” Gesù Cristo con una bottiglia di plastica d’acqua in mano a dare un messaggio di speranza ai due sopravvissuti. La volontà di concentrarsi sull’aspetto umano della vicenda sarebbe stato sicuramente apprezzabile se non fosse stato affrontato attraverso ricordi e sogni ai limiti dello stucchevole, e dialoghi da soap-opera. World Trade Center è purtroppo ben lontano dallo struggente impatto emotivo di United 93, senza contare poi il nauseante happy end, che distorce completamente la realtà, come se tutto quello che l’11 settembre ha significato si riducesse ad un barbecue finale in cui i due sopravvissuti ringraziano i loro salvatori, abbracciando i figli e tessendo l’elogio dell’animo umano. E il resto? Le intere famiglie che sono state spezzate? Tutto quello che è successo dopo? Il finale alla “vissero felici e contenti” è quanto di più ingiusto si possa fare ad un film che parli dell’11 settembre.

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Regista: O. Stone
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 129 minuti

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National Board of Review Awards 2006: Premio Bulgari per la libertà di espressione

{tab=Recensione}
locandinaApplauso o querela? Questo il dilemma che lascia la visione dell’ultimo film di Nanni Moretti, spartendo anche politicamente il pubblico con la scelta d’incentrare il tutto sulla figura, ormai arcinota, del Presidente del Consiglio Berlusconi. Ben tre personaggi sfilano sul grande schermo per interpretarlo in altrettanti modi diversi: dal sosia Elio De Capitani (impressionante la somiglianza con l’ ‘originale’!) che sguazza fra i soldi illeciti crollati da una fantomatica valigia nascosta nel soffitto, ad un viscido Michele Placido perfetto interprete di un attoruncolo opportunista, fino alla rappresentazione morettiana che epura la figura da ogni caratterizzazione somatica nota, innalzando il personaggio ad eroe del crimine senza volto od espressioni familiari – solo quest’ultimo è il vero Caimano, metafora di tutti i regimi ipocriti che si falsano sotto il nome di democrazia.
Interessante la proposizione di filmati originali (rinominabili: tutte le figuracce del signor B.), così come l’idea -abusata, ma qui davvero geniale- del film nel film. La trama racconta, infatti, il disperato tentativo di un regista in piena crisi lavorativa e familiare di rinascere, dopo una serie di filmetti di serie B come Cataratte o Maciste contro Freud. E la resurrezione professionale è affidata a Teresa (Jasmine Trinca, ormai ovunque), una giovane regista lesbica che gli propone una sceneggiatura forte, densa, incisiva. Peccato che Bruno non ne legga che l’inizio, peccato che non sappia se non dopo il rifiuto della Rai che trattatavasi di un film su/contro quel personaggio che lui stesso ha votato di recente. Peccato, soprattutto, che non si trovino né fondi né attori per portare a termine un’opera tanto ambiziosa. Il risultato è un cortometraggio che si erge sulle rovine stesse della sua vita, raccontata in parallelo ma non con minore attenzione: splendidi quanto bravi i due bambini nei panni dei figli d’una coppia Margherita Buy - Silvio Orlando (quest’ultimo a dir poco abile nel toccare le corde più strazianti dell’animo umano e farle riaffiorare con grida, scatti, reazioni cheapliniane) allo sfacelo, che tenta l’ultimo strascico di riavvicinamento dai finestrini di automobili in corsa.
Un film che valica la politica, sottolineandone la situazione complessa ed inquietante, per farsi strumento di riflessione utile sulla società in cui viviamo, sul mondo della televisione, su quello del cinema, sulla famiglia, sugli affetti, sugli affari. Tutti sotto ai riflettori, dunque, sotto a chi tocca, sembra voler dire Moretti col suo ghigno sulle labbra: chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: N. Moretti
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata:  minuti

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6 David di Donatello 2006: miglior film, miglior regista, miglior produttore, miglior attore protagonista (Silvio Orlando), miglior musicista e miglior fonico di presa diretta

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Una rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

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