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Articoli professionali di Psicologia, Sessuologia,Crimonologia, Sociologia, per capire meglio quello che stiamo vivendo, affrontando, condividendo. 

Riflessioni personali su ciò che ci circonda o su tematiche attuali. 

Recensioni cinematografiche o bibliografiche su ciò che abbiamo visto o letto. 

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locandinaUn gruppo di ragazzi americani in vacanza nell’esotico Brasile si ritrova in balia di uno spietato trafficante di organi, che agisce in nome dei malati più poveri e deboli, costretti ad aspettare per anni, spesso invano, un trapianto che dovrebbe spettargli di diritto. Questa è la trama che sta alla base di Turistas, uno dei primi horror di questa estate. Il film lascia già a desiderare se ci si basa solo sugli elementi di genere del film (tensione, inquietudine, suspense), ma diventa persino fastidioso quando con presunzione vuole farsi portatore di una denuncia sociale, che non solo è affrontata in maniera superficiale secondo la retorica più smielata, ma è anche ridicolizzata perché affidata al basso quoziente intellettivo di un gruppetto di fessi adolescenti americani. Al di là però di questo aspetto, il film è comunque noioso, perché forzato nello sviluppo degli eventi e contraddistinto da dialoghi mai taglienti e di puro riempimento tra una scena e l’altra. Persino nella sequenza più interessante, quella dell’inseguimento sott’acqua nelle grotte della giungla, il film manca di spessore, con i protagonisti che improvvisamente si trasformano tutti in cloni di Lara Croft e con un senso di claustrofobia che incredibilmente non si riesce nemmeno a sfiorare. Insomma, Turistas è l’ennesimo horror scritto male, che ancora una volta banalizza il genere forse più ingiustamente bistrattato della storia del cinema, al quale certe volte basterebbe solo meno superficialità nella caratterizzazione dei personaggi e nella costruzione della storia per ottenere un prodotto che sia almeno godibile per il pubblico.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: John Stockwell
Anno di produzione: 2006
Produzione: USA
Durata: 93 minuti

{tab=Curiosità}

Per alcuni, il film sembra essere una copia di Hostel pellicola prodotta da Quentin Tarantino.

{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaCritica italiana ed americana sono concordi nel gridare al flop cinematografico più clamoroso degli ultimi tempi: malgrado il grandioso battage pubblicitario, l’attesissimo sequel di Basic Instinct non convince e, anzi, delude proprio tutti. Tanto per cominciare la storia, che ricalca fin troppo quella del primo film, non offre spunti di grande originalità, a partire dall’esordio vagamente insolito: un’automobile che sfreccia impazzita sull’asfalto londinese, con tanto di masturbazione e orgasmi in simultanea. E certo la povertà della trama (detta in due parole: la scrittrice assassina colpisce ancora, ma questa volta la sua vittima preferita è il suo psicanalista) non si fa perdonare con la morbosa insistenza su nudi generosi e scene pseudo bollenti (per altro ci si aspettava qualcosa di davvero clamoroso, visto il grande scalpore che aveva seguito le prime notizie sul film), tutte accompagnate da dialoghi improbabili e poco credibili. La Stone, va pur detto, campeggia sul grande schermo in tutta la sua magnificenza: biondissima, altissima, bellissima. Tuttavia anche lei, benché capace di ricalarsi nel ruolo che la rese famosa, non convince mai fino in fondo. Resta, dopo la visione del film, una sensazione d’insoddisfazione e, al tempo stesso, l’impressione di aver assistito più che altro ad una Stoniade, epopea filmica consacrata al mito della grande diva hollywoodiana. Cade anche la definizione di thriller erotico-psicologico, se è vero che l’erotismo non si riduce all’esibizione di nudi e l’introspezione psicologica a sguardi più o meno accattivanti mascherati da ombre d’inquietudine – non è un caso parlare di occhi: l’espressione finale dell’inebetito David Morrissey, alias Michael Glass finito in manicomio (da psichiatra a psicopatico nel giro d’un romanzo), è la cifra dell’intera pellicola, nonché la previsione dell’effetto sullo spettatore, che resta attonito, confuso, stupito da uno scivolone tanto eclatante.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Michael Caton-Jones
Anno di produzione: 2006
Produzione: USA
Durata: 113 minuti

{tab=Curiosità}

«L'intrigo ha inizio nella mente.»

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{tab=Recensione}
locandinaGiovanissime vite sbandate, condite da primi amori, droghe leggere, famiglia assente e corse clandestine.  
Il regista -alias Luca Lucini, alle prese con il suo primo lungometraggio - fornisce la definizione forse più appropriata del film, chiaramente ispirato all’omonimo libro di Federico Moccia: “…la più bella storia d’amore che un adolescente possa sognare”. Ed in effetti è proprio di questo che si tratta: una storia d’amore inevitabilmente costruita secondo parametri surreali, quei parametri che sorridono al cuore gonfio di speranza di un teenager che vive le sue prime esperienze; "Tre metri sopra il cielo" non è che un continuo ammiccamento ai suoi sogni, pieno com’è di ogni topos possibile ed immaginabile dell’universo adolescenziale: la prima volta, le amicizie 'vere' cresciute fra motorini e banchi di scuola, le cattive compagnie, la famiglia borghese tutta regole e niente affetto, la scuola (privata) che non capisce e non aiuta, le droghe leggere, i debiti di gioco, gli amori clandestini, la dedica sul muro (o sul ponte!), le corse proibite... Tutto studiato nel minimo dettaglio per strappare l’applauso di un pubblico giovanile, fino a calcare palesemente la mano con i vari piercing tatuaggi sms e cantanti più in auge del momento (Tiziano Ferro, Le Vibrazioni...).
Se vogliamo dirla tutta, non solo le situazioni proposte ma anche i personaggi sanno di stereotipo: il bel tenebroso - interpretato al meglio da un notevolissimo Riccardo Scamarcio - violento e sbandato che riesce a sedurre la brava studentessa - ovvero Katy Luoise Sounders, la piccola Sibilla di "Un viaggio chiamato amore" - portandola sulla famosa cattiva strada e finendo per innamorarsene perdutamente; l’amico simpatico ma sfigato (Pollo alias Mauro Meconi, ottimo interprete anche del recente "Fate come noi") che se la fa con l’amichetta un po’ facilotta di lei (Pallina, Maria Chiara Augenti); il fratello affermato di Step che pensa solo alla carriera e dimentica l’amore, una madre che si fa scoprire col suo amante, un padre che non ha più autorità, un altro che ridiventa ragazzo per una partita a biliardo...
Altra nota inevitabilmente stridente, i buffi nomignoli dei protagonisti, alla lunga più che fastidiosi: Step e Babi già fanno ridere, ma Pallina e Pollo proprio non si possono sentire!
Mettendo da parte tutto questo (e non è poco!) la visione di questo film può risultare anche piacevole, soprattutto grazie ad una perfettamente azzeccata voce fuori campo che congiunge frame su frame: il dj di Radio Caos che fa tanto "Noi siamo i giovani" e che dissemina dal primo all’ultimo minuto improbabili pillole di spicciola saggezza, tutte consacrate al mito del carpe diem, del vivere al meglio il presente: "Forza fratellini, spingete la vostra vita a tutta velocità..."

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: L. Lucini
Anno di produzione: 2004
Produzione: Italia
Durata:  101minuti

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{tab=Recensione}
locandinaQualche anno fa un film come "The dreamers" avrebbe suscitato un clamoroso scandalo, sarebbe stato rigidamente censurato, proibito ai minori di anni diciotto. Qualcosa di simile è successo negli USA, il paese del buoncostume per eccellenza (vedi Bill Clinton, ad esempio!), mentre fortunatamente qui in Italia l'epoca della moralista inquisizione pare finalmente conclusa.
Nell'ultima pellicola che porta l'indistinguibile marchio di  Bernardo Bertolucci (regista famoso per i suoi "Ultimo tango a Parigi", "L'ultimo imperatore" -vincitore di ben nove premi Oscar- e "Io ballo da sola") i tre protagonisti indossano per i ¾ del film i soli costumi di Madre Natura.  Eppure le scene più stupefacenti, quelle che sbalordiscono lo spettatore tanto per la loro efficacia artistica quanto per la loro incisiva originalità, sono quelle in cui il nudo è evidente, eclatante, senza falsi pudori né fastidiose censure. E non è volgare. Non è mai volgare, lungo tutta la durata della pellicola. Questo perché il regista sceglie di evitare ogni tipo di allusione, di sottinteso, di forzato ammiccamento, ma fa vedere tutto esattamente così com'è: "Il nudo non è osceno, lo diventa quando ci si mette una foglia di fico davanti"  (Bertolucci)
"The dreamers" è la storia di tre appassionati della cinémathèque: un giovane americano (Matthew) e due gemelli francesi, un lui (Theo) ed una lei (Isabelle), che s'incontrano e si amano. E mentre fuori della casa in cui si ritrovano a condividere le più svariate esperienze infuria il '68, fra cortei e manifestazioni violente, l'ambiguo trio vive un sogno fatto di sfide cinematografiche e conseguenti punizioni intrise di erotismo. Un gioco che si conclude con il ritorno alla vita reale, la quale, invidiosa del loro passionale idillio, irrompe furiosa da una finestra…
Bertolucci ci regala ancora una volta l'emozione di un grande Cinema. Ottime le riprese che suggellano scene a dir poco indimenticabili: le telecamere indugiano disinibite lungo le linee di contorno dei giovani corpi distesi nel loro amore, non con banale lascivia, ma con estrema tenerezza. Pregevole anche la resa recitativa dei giovanissimi Eva Green, Louis Garrel e Michael Pitt, certo più fisica che verbale, ma comunque assolutamente verosimile. I primi due interpretano al meglio la coppia di gemelli siamesi, uniti da un legame indissolubile al limite del morboso, profondamente innamorati l'uno dell'altra, destinati a stare insieme sin dalla condivisione del feto materno. Chi rimane coinvolto nella loro passione, volendo incestuosa, è Matthew ovvero l'emergente attore Pitt, famoso per aver preso parte al serial tv più in voga negli States e non solo: "Dawson's Creek". Effettivamente, alcune scene di "The Dreamers" mantengono un certo odore di fiction, così come soprattutto il primo tempo ricorda vagamente "Cruel Intentions", un filmetto firmato Roger Kumble basato su un triangolo amoroso fra due fratellastri, ancora un lui ed una lei, ed una terza ragazza che se ne ritrova coinvolta suo malgrado. Ma qui interviene l'originalità del regista, che decide di afferrare quest'erotico nucleo tematico e piazzarlo nel bel mezzo del '68 (che, attenzione,  è solo cornice: il film non è affatto politico, come vorrebbe il maestro Bertolucci!), anno per eccellenza delle rivoluzioni socio-culturali -nonché dell'irruzione della libertà sessuale-. Ecco perché le figure più ambigue, alla fine del film, risultano quelle per così dire tradizionali: un padre allibito che non sa reagire, troppo debole per opporsi ad una moglie che è madre soltanto economica.
Suggestiva infine la scena conclusiva, "il filo rosso che congiunge il '68 ai nostri giorni": l'assalto dei poliziotti agguerriti sulla massa manifestante. L'immagine, ha confessato il regista, è stata digitalmente ritoccata per moltiplicare il numero di "celerini": l'intenzione era significare una carica infinita, una carica che dovrebbe coinvolgerci tutti a lottare ancora oggi  per ciò in cui crediamo.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. Bertolucci
Anno di produzione: 2003
Produzione: Italia, Gran Bretagna, Francia
Durata: 130 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaPresentato a vari Festival cinematografici, come il Future Film Festival o il Giffoni Film Festival, questa produzione europea (ben quattordici co-produttori fra Regno Unito, Germania e Spagna), firmata Lenard Fritz Krawinkel e Holger Tappe trasporta il pubblico, per novanta minuti, in un mondo incantato. Come in ogni fiaba che si rispetti, anche qui ecco i buoni e i cattivi, la bella donzella (che distribuisce calci e parla spagnolo grazie al doppiaggio della Estrada) e l'eroe imbecille, lo sfigato-genio di turno e la pietra magica. Tutto, però, amalgamato da una trama debole, che strappa qualche sorriso qua e là e che solo raramente riesce a proporre scelte davvero originali, come la descrizione del cattivo-scienziato pazzo che in realtà è colui a cui hanno tagliato il programma (!), o la figura del "creatore", ossia l'autore della saga di Gaya che è in realtà un programma televisivo per bambini.
Quello che si vuole comunicare è un prisma di messaggi con pretese di profondità assurde, ideologie ambientaliste miste ad ammiccamenti sul mondo televisivo. Tuttavia spesso l'originalità rischia di scadere in pretese senza fondamento: se nel motivo dello scrittore senza ispirazione che parla e si fa suggerire dalle sue stesse creature, c'è sicuramente qualcosa di pirandelliano (per altro i personaggi sono sei e davvero in cerca d'autore!), ben più aberrante è la proposta di tipo filosofico: nel bel mezzo della pellicola spuntano concetti d'un certo peso culturale oltre che morale, come il libero arbitrio o il cogito cartesiano. Insomma, una pellicola infarcita d’ideologia esagerata – e pensare che è un film per bambini! Unica particolarità mediamente dignitosa del film è l'animazione, che esibisce un'estrema cura dei particolari, molto realistici, con un team di ben settantacinque esperti di computer graphic impegnati alla sua realizzazione per un totale di 1282 scene. Altra nota positiva risulta la colonna sonora firmata Michael Kamen, il premiatissimo autore scomparso nel 2003 che, dopo quasi un'ottantina di lavori musicali nel cinema mondiale, ha dedicato il suo ultimo soffio artistico proprio a “Gaya”.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: Lenard Fritz Krawinkel, Holger Tappe
Anno di produzione: 2004
Produzione: Germania/Spagna/Inghilterra
Durata: 91 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaMaggie Fitzgerald è una cameriera ruba-avanzi appena sopra i trent’anni, povera, disincantata e con una situazione familiare molto più che problematica alle spalle. Solo una passione la tiene in vita: niente uomini, niente storie d’amore, niente progetti a lunga scadenza, solo e soltanto la boxe. Ma per diventare qualcuno non basta la passione, non bastano quattr’anni di combattimento autodidatta contro un sacco, ci vuole un allenatore. Anzi, L’allenatore, il più bravo: Frankie Dunn. L’unico problema è che quest’ultimo, a differenza del bidello ed ex pugile Scrap (un grandioso Morgan Freeman che riesce a mostrare la sua insuperabile abilità espressiva persino con un solo occhio ed uno scopettone sempre in mano!), proprio non ha intenzione di allenare una donna. Meno che mai un’ultra-trentenne. Eppure…
Un Clint Eastwood senza età che colpisce positivamente tanto come attore quanto come regista; volutamente diretto ed esplicito, arriva a pretendere l’elemento cruento, che dona realismo ed incisività ad alcune impressionanti sequenze (attenti al naso…). Analogo applauso, ed analogo Oscar così come ai due sopracitati, va ad Hilary Swank, convincente, mascolina e grintosa quanto basta, che per altro ha dichiarato di aver passato nottate intere a bere frullati proteici per raggiungere la massa muscolare adatta al ruolo.
Dei 137 minuti, la maggior parte dei quali colmi della tensione di un qualunque incontro di pugilato, risulta interessante soprattutto l’ultima parte, suggellata da un finale inaspettato anche se tragico, e da una trattazione finalmente originale della delicata tematica dell’eutanasia. Tuttavia la storia sa molto di Save the last punch, una rivisitazione in chiave ‘boxe femminile’ dei vari “Save the last dance”, “A time for dancing”, “Billy Elliot” etc., con meno melassa ma con la stessa prevedibilità (evidente soprattutto nella prima parte): il sogno nel cassetto che, se non altro per qualche istante, diventa realtà, dopo fatiche impensabili e tanta buona volontà.
La pellicola, pluripremiata nella Notte degli Oscar, tocca comunque altre tematiche importanti, come la labilità del successo, l’ipocrisia della famiglia, la forza della volontà, l’omosessualità e, prima fra tutti, il rispetto per il ‘diverso’, necessario e doveroso anche sul ring.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: C. Eastwood
Anno di produzione: 2004
Produzione: Stati Uniti
Durata: 137 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
4 Premi Oscar 2005: miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista (Hilary Swank), miglior attore non protagonista (Morgan Freeman)
2 Golden Globe 2005: miglior regia, miglior attrice in un film drammatico (Hilary Swank)
2 Screen Actors Guild Awards 2004: migliore attrice (Hilary Swank), miglior attore non protagonista (Morgan Freeman)
2 Satellite Awards 2004: miglior attrice in un film drammatico (Hilary Swank), miglior sceneggiatura non originale
2 Kansas City Film Critics Circle Awards 2005: miglior film, miglior attrice (Hilary Swank)
Premi César 2006: miglior film straniero
David di Donatello 2005: miglior film straniero
2 Nastri d'Argento 2006: regista del miglior film straniero, miglior doppiaggio maschile (Adalberto Maria Merli)
2 Ioma 2005: miglior attore non protagonista (Morgan Freeman), migliore sceneggiatura non originale

{tab=Recensione}
locandinaUn clamoroso film-fenomeno sul mondo adolescenziale che si è addirittura accaparrato ben due premi: MTV Movie Awards 2005 ed Indipendent Spirit Awards. Clamoroso  già da un primo impatto visivo: la seconda parte del film è fastidiosamente infestata da microfoni che spuntano in ogni dove, con e senza aste, in un’incuria professionale che si denuncia da sé. Operazione voluta? Improbabile, ma sarebbe ancora più grave l’eventuale intenzionalità di proporre anticonformismo con il semplice sbattere sullo schermo qualche irritante microfono. Da questo particolare di carattere tecnico, è possibile estendere la riflessione a tutta la pellicola, che vorrebbe reinventare la commedia di tipo adolescenziale, offrendo al pubblico personaggi che “si ispirano ai miei cinque fratelli più piccoli e agli amici di scuola”. Dichiarazione preoccupante, questa del regista, perché tutte le figure che si muovono volutamente goffe sullo schermo non risultano altro che stereotipi con caratterizzazioni forzate ed esasperate.
Il protagonista è tale Napoleon Dynamite, un occhialuto spilungone dai capelli rossi, disadattato socialmente, adolescente in piena crisi esistenziale, anche grazie alla famiglia: una nonna che ama il motocrossing, un fratello che chatta per vivere, uno zio playboy che truffa la gente perbene sognando un futuro che non arriverà mai.  Insomma, Hess ritrae una generazioni di perfetti “idioti” (per citare il motto di Napoleon), lontana dalla realtà e da una delineazione psicologica onesta. Il risultato è una sfilata di tristi macchiette che catapultano lo spettatore nella noia più deprimente, da cui si salva soltanto l’interpretazione di Herder, capace di calarsi in un personaggio tanto ridicolo e di muoversi nel modo più disarmonico possibile.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Hess
Anno di produzione: 2004
Produzione: Stati Uniti
Durata: 86 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}

    3 MTV Movie Awards 2005 Miglior film, miglior performance rivelazione maschile (Jon Heder), miglior sequenza di ballo
    Miglior film allo U.S. Comedy Arts Festival
    Miglior film commedia al Teen Choice Award 2005

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locandinaGiacomo Rizzo, straordinario da far schifo, è Geremia de Geremei, un sudicio usuraio dalla parlantina vispa e dai modi cortesi, mediocre nella sua meschina quotidianità che puzza di disonesto. Con un braccio misteriosamente ingessato, un’immancabile busta di plastica in mano e le tasche piene di cioccolatini, quest’inquietante figura meschina si aggira per il quartiere nella famelica ricerca di povere anime da aiutare. Perché prestare i soldi a strozzo è una missione altruistica che può compiere soltanto un bravo amico di famiglia come lui: “Io vi presto il mondo quando ogni tanto ve lo perdete”.
Non è tanto la trama la carta vincente dell’ultimo film di Sorrentino, che per altro non sembra voler raccontare qualcosa di diverso rispetto alle conseguenze catastrofiche di un’esistenza solitaria, affamata di una gioventù che non può più possedere e di affetti che non è mai stato in grado di mantenersi. Quello che colpisce è la maestria nell’affondare la lama dentro l’animo umano, sviscerandone inquietudini e ossessioni, manie e perversioni, aspirazioni e traumi infantili (un padre assente può essere la causa di tanto bruttume interiore?). Riuscita la galleria di personaggi curiosi e disperati, fra cui spicca un cowboy d’eccezione: Fabrizio Bentivoglio, nostalgico amante di quel country world di cui la straziante colonna sonora (My lady story di Antony and the Johnsons) si fa portavoce.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: P. Sorrentino
Anno di produzione: 2005
Produzione: Italia
Durata: 110 minuti

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaL’esordio alla regia di Mark Levin , prolifico sceneggiatore in coppia non solo lavorativa con la moglie Jennifer Flackett, si rivela molto positivo. Innamorarsi a Manhattan, prima di essere un film sul primo amore (quello che, del resto, non si scorda mai) è un gioiellino di tenero realismo sulla quotidianità di un ragazzino di quinta elementare alle prese con una biondina karateka che gli ruberà il cuore in quel di Manhattan.
Un susseguirsi di equivoci, sorrisi, occhiate speranzose, dubbi, ripensamenti, sconvolgimenti, sorprese, cuore gonfio, sensazioni di goffaggine, paura di non essere all’altezza, invidia per un brad pitt in miniatura perfetto karateka, fede in un maestro cinese invisibile, primi appuntamenti e, addirittura, un primo bacio rubato: tutto raccontato con leggerezza ed ironia, strappando non poche risate, grazie a una comicità buffa e tenera al tempo stesso. La bravura dei baby protagonisti, alias Josh Hutcherson e l’esordiente Charlie Ray, lascia sbalorditi, tanto da reggere il confronto (forse superandolo, persino) con l’altra coppia scoppiata del film, ovvero i nostalgici genitori in attesa di divorzio interpretati da Bradley Whitford e Cynthia Nixon.
Tutto si stravolgerà nel corso di 84 minuti di pellicola, l’amore trionfa e perde, i cuori si spezzano e ricompongono, la vita continua malgrado tutto, lasciando un alone di ricordo incancellabile. Un film per tutta la famiglia, ma anche per chi ama farsi due risate confrontandosi con i propri teneri spettri del passato, con le prime buffe palpitazioni, con l’esagerazione di un “ti amo” poco consapevole – d’altronde, si sa: l’amore non ha età .

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Levine
Anno di produzione: 2005
Produzione: Stati Uniti
Durata: 84 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandinaDiverte, il nuovo film di Pieraccioni, distribuito nelle sale cinematografiche ancora una volta sotto Natale. Diverte perché presenta un cast affiatato, comandato dal trio toscanaccio Pieraccioni- Ceccherini-Panariello. Diverte perché presenta spunti non originali che però fanno morire dalle risate (come gli animali quasi parlanti stile “Dottor DoLittle”). Diverte perché propone la quotidianità e dimostra quanto eccesso di triste comicità vi sia, appunto, nella vita di ogni giorno: pettegolezzi in lavanderia che si trasformano in epici racconti, handicap che rinsaldano legami familiari, ragazzine sexy che vogliono accalappiare il prof di ginnastica di turno mentre quello di matematica di notte frequenta ville scambiste, adolescenti senza padre che finiscono dallo psicanalista e magari si innamorano del figlio, madri giovanissime e più belle di loro, post-it trendy attaccati in ogni dove in cui c’è scritto TI AMO in ogni lingua, dichiarazioni teneramente infantili di un sentimento troppo più grande di chi pensa di provarlo… E poi, come resistere al fascino di un Ceccherini frate? Come non applaudire Panariello, che per una volta assume un ruolo a tutto tondo, celando nella sua comicità un alone di profonda concretezza che sfiora il tragico, nei panni di un ritardato mentale che tenta di ritagliarsi un posto nella vita? E bravo Pieraccioni: non è più quello di una volta -ci si aspettava senz’altro di più quest’anno, date le sue dichiarazioni stampa così ottimistiche-, ma almeno ci regala sempre un gran sorriso. Da bravo “bischero”, del resto.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: L. Pieraccioni
Anno di produzione: 2005
Produzione: Italia
Durata: 100 minuti

{tab=Curiosità}

Leonardo Pieraccioni ha ricevuto dal suo fanclub ufficiale un libro con scritto "Ti Amo" in tutte le lingue del mondo.

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{tab=Recensione}
locandinaQuesto è l’anno del buon cinema danese. Dopo il drammatico “After the wedding”, è la volta dell’intenso “Gli innocenti”, titolo di amara ironia per l’ultimo film scritto e diretto da Per Fly, già regista de “L’eredità” e “La panchina”. Uno straordinario Jesper Christensen (il nostro Roberto Herlitska versione danese) interpreta un professore che perde la testa per un’alunna determinata e dalla sensualità dirompente, Pil (d’altronde, lui insegna Economia!). La teoria della rivoluzione sociale da una parte, l’efferata pratica attivista dall’altra, in uno scambio docente-discente molto più che didattico. La politica s’intreccia all’esplosione di un sentimento morboso, il cui straziante logorio viene narrato da un susseguirsi incalzante di piani temporali fusi in flashback e ritorni al presente. Durante un’azione dimostrativa contro una fabbrica di materiale bellico, ci scappa un morto. Un poliziotto. Una famiglia distrutta, una moglie dilaniata che mai supererà questo lutto, un figlio lasciato solo. Sull’altro fronte, tre ragazzi accusati, processati, dichiarati infine “innocenti” per mancanza di prove. Ma qual è la verità? E dov’è la giustizia? Un avvocato risponde per tutti: “non è importante che la mia cliente sia innocente, ma che lo dichiari”. Denuncia alla società danese intrinsecamente violenta, denuncia alla corsa agli armamenti per combattere un terrorismo esterno e spesso alibi di altro. Ma anche critica velenosa contro chi non sa scegliere da che parte stare, chi sguazza in alibi ideali pur di difendere possessioni terrene (il corpo della splendida Beate Bille sempre desiderato). Efficace l’intenzione di mostrare entrambe le prospettive vittima-carnefici, in un film che corre elegante sui due binari pubblico e privato, soffermandosi su questioni profonde, come l’impossibilità del perdono e l’incapacità di sopravvivere al senso di colpa. Le struggenti note di “This is goodbye” ci accompagnano al congedo da un universo umano che implode, “e io non so come chiudere questa storia”. Quasi un’ammissione velata del regista, che ci riporta, come all’inizio, in volo su rupi a picco sul mare e vallate tranquille. Eutanasia dolce: tutto il dolore a cui abbiamo assistito “diminuirà poco a poco, poi svanirà: tutto finisce”. Assolutamente da vedere.

vota_star_40
{tab=Scheda tecnica}
Regista: Per Fly
Anno di produzione: 2005
Produzione: Danimarca
Durata: 103 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
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{tab=Recensione}
locandina“Mi dispiace, ma sei troppo strano”. Questa risposta, brutalmente sincera, è tutto ciò che il timido Ben ottiene dalla sua compagna di catechismo, dopo averle letto, tra ansie e timori, la poesia che le ha dedicato. La medesima risposta che la comunità in cui Ben vive gli ha sempre riservato. Un oggetto misterioso. Questo è Ben in virtù della sua straordinaria, ingenua sensibilità che la società, con tutti i suoi dogmi e precetti moralistici, non comprende e quindi emargina. Emarginazione patita anche in famiglia, tra una madre dispotica e bigotta all’isterica, quanto ipocrita, ricerca di gente da aiutare in nome della sua “devozione” a Dio, e un padre pastore anglicano che con i suoi silenzi e la sua rassegnata indulgenza, rappresenta l’emblema di quella sconfitta e sofferenza interiori cui anche suo figlio sembra essere destinato. A scuotere la desolata esistenza di Ben arriva un’anziana attrice di teatro di nome Evie. Irriverente, testarda, volgare persino, eppure dotata di un’anima appassionata e poetica con la quale Ben entra immediatamente in sintonia. Con Evie vivrà una “lezione di guida” lunga un intero viaggio, tra esperienze bizzarre e “prime volte” emozionanti, nel quale il diciassettenne Ben vedrà aprirsi le porte dell’emancipazione e della maturità. Rupert Grint e Julie Walters, coppia ormai affiatata dopo anni passati insieme sui set della saga di Harry Potter, interpretano al meglio il faccia a faccia fra l’alienazione e i dubbi della post-adolescenza, e le false certezze preconfezionate dal mondo degli adulti. In viaggio con Evie riesce a mantenersi unico nel suo genere, avendo il coraggio di affrontare questo tema da una prospettiva originale e, per diversi aspetti, ancora tabù (il contrasto tra una spiritualità sincera e profonda e una religiosità bigotta che di spirituale non ha nulla), grazie alla sceneggiatura priva di buonismi e clichè dell’esordiente Jeremy Brock.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: J. Broke
Anno di produzione: 2006
Produzione: Gran Bretagna
Durata: 98 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaPollo e Curry (scelta dei nomi davvero infelice) sono due rampolli dell'alta borghesia romana. Bocciati all'esame di maturità, convincono le loro famiglie a mandarli in vacanza in India con la scusa di ritrovare la famiglia d'origine di Curry, facendo leva sul senso di colpa dei suoi genitori adottivi. Ma il loro vero scopo è quello di evitare i rimproveri e le ripetizioni di Latino a cui sarebbero sottoposti a seguito della bocciatura...
Ebbene sì: Pollo e Curry sono due ragazzini odiosi! Due antipatici figli di papà "fancazzisti" che passano le loro giornate a sputare ai passanti dai loro lussuosi attici. Francesca Archibugi non fa nulla per renderceli più simpatici nè nasconde errori e colpe dei loro genitori, assenti e colpevolmente incapaci di trovare un senso alle vite di quegli "alieni" che chiamano figli. Un quadro tristemente analogo a quello dei "tremendi sotto il cielo" di "mocciana" memoria. Laddove, però, Federico Moccia faceva dei suoi Step, Babi e Gin (sigh) dei simboli assoluti, validi a rappresentare, nella sua presuntuosa e assai furba visione, un'intera generazione di "gggiovani", la Archibugi ha il pregio di "estirpare" eventuali derive sociologiche per fare quello che ogni buon narratore dovrebbe fare: raccontare una storia. Non a caso, i suoi Pollo e Curry (sigh), in un momento del film, gridano: "noi non siamo TUTTI gli italiani, siamo soltanto noi due!" Non "simboli", dunque, ma persone, che attraverso il loro viaggio in India e l'incontro con una dottoressa italiana membro di un'associazione umanitaria (Giovanna Mezzogiorno) finiranno, inevitabilmente, col trovare se stessi. Forse è proprio questa ingenuità, questa infinita speranza con cui circonda i suoi due personaggi, il vero peccato commesso dalla Archibugi. Un peccato criticabile, senza dubbio, ma altrettanto indubbiamente preferibile a quello di presunzione commesso da chi si pone "tre metri sopra il cielo" a guardare il mondo...

vota_star_20
{tab=Scheda tecnica}
Regista: F. Archibugi
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 106 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaPrima di diventare la Delfina di Versailles, la Marie Antoinette che ci racconta Sofia Coppola è un’adolescente fanciulla fragile e insicura, alle prese con problemi di linea e d’amore, attratta da tenerezze e dolciumi, ossessionata infine dal binomio gravidanza-alleanza che incombe insistentemente su di lei. Per coronare e rinsaldare l’alleanza fra Austria e Francia, l’unica via certa è generare il tanto atteso erede al trono. Ma come fare, se il promesso sposo è o omosessuale o imbranato (dacché il dubbio fra i due non viene mai del tutto dissolto)? L’unica soluzione sembra essere un’attesa logorante, sospesa fra senso d’impotenza e frustrante rassegnazione, da affogare necessariamente in godimenti materiali. Più che presentare un ritratto storico, la Coppola preferisce descriverci le inquietudini di una ragazza moderna, capitata in quei panni sfarzosi quasi per caso. Il film in costume è solo un pretesto tanto per inebriarsi del lusso sfrenato, quanto per ridere delle ridicole usanze di quella che fu la corte più prestigiosa d’Europa, la cui fine è già scritta: della bella Versailles non resterà che uno sguardo malinconico d’addio da una silente carrozza in fuga…

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Coppola
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 125 minuti

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{tab=Riconoscimenti}

    Premi Oscar 2007: migliori costumi (Milena Canonero) 2006
    Premio Cinematografico del Sistema Educativo Nazionale Francese al Festival di Cannes

{tab=Recensione}
locandinaLa notte prima degli esami è probabilmente quella che Nicolas Vaporidis trascorre in treno con l’altra giovane protagonista, ricordandosi improvvisamente che all’indomani dovrà cominciare a sostenere le fatidiche prove. Per il resto, questi “giovani d’oggi”, come il regista Fausto Brizzi vorrebbe farci credere, di esami non ne vogliono proprio sentir parlare, anzi, sono talmente impegnati a pensare a feste, ragazze e mondiali, che persino se li dimenticano. E che sarà mai allora, viene da chiedersi, questa tanto temuta maturità scolastica? Non è poi così importante o temibile come molti pensano! Morale: il protagonista prende 60/100 e, da quello che capiamo, continuerà a cazzeggiare per il resto della sua vita. Dopo aver affrontato la gioventù anni ’80, Brizzi continua nella sua ossessiva opera di distruzione della gioventù, banalizzando e stereotipando, persino con presunzione, il mondo degli adolescenti che si affaccia all’età adulta. A parte la poca credibilità delle singole storie (su tutte il classico intreccio a tre, moglie, marito e amante, che è guarda caso la prof del figlio dei primi due), “Notte prima degli esami – Oggi “usa tutti i cliché del caso per sfornare il tipico prodotto preconfezionato perfetto (alla pari dei panettoni natalizi, ma almeno privo delle volgarità), mosso semplicemente da motivazioni economiche e non dalla tanto decantata volontà del regista, che si ostina con arroganza a supporre di aver avuto finalmente l’occasione di parlare dei giovani d’oggi che lui ama tanto. Delle angosce e della paure rivolte verso il futuro non c’è la minima traccia, tutto è reso superficiale e stupido, attraverso un’offensiva miscela di buonismi e irrealistiche situazioni, sfocianti in finale di solidarietà tra gli studenti, che diciamoci la verità, soprattutto oggi è quanto di più lontano ci sia dalla realtà.

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{tab=Scheda tecnica}
Regista: F. Brizzi
Anno di produzione: 2006
Produzione: Italia
Durata: 102 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaDella serie: il mondo fantastico degli abissi ha ancora qualcosa da dirci…
Dopo “La Sirenetta” e “Alla ricerca di Nemo”, la fauna sottomarina torna a farci visita. Simpatico e con un’ottima resa grafica, l’ultimo prodotto della Dreamworks propone una storia spumeggiante fatta di amicizie, di amori, ma soprattutto di crescita, nel senso di accettazione della propria ed altrui diversità. In particolare, trattasi dell’irresistibile squaletto Lenny -che nella versione italiana ha la vocina bizzarra di Luca Laurenti- che invece di divorare gli altri abitanti del mare secondo la spietata regola della sopravvivenza (e della sopraffazione), per cui il più grande deve mangiare il più piccolo, tenta di salvarli e così facendo si guadagna ben presto il disprezzo dei suoi simili, padre compreso. Troverà tuttavia il suo mondo e la sua identità fra rocambolesche avventure in compagnia del pesce Oscar, un cantante rap sbruffone in cerca di gloria che vanta il doppiaggio di un bravo Tiziano Ferro (certo meno appropriato del Will Smith della versione originale). Altri personaggi degni di nota sono Lola il pesciolino sexy dalle labbra gonfie stile Angelina Jolie e Don Lino, il boss mafioso di tutti gli squali (nonché padre di Lenny) intorno al quale è imperniata la parodia de “Il Padrino”, tant’è che ad interpretarlo c’è l’inconfondibile timbro di Robert De Niro. Da non tralasciare, ovviamente, la figura più esilarante degli abissi (dopo le due meduse ‘gggiovani’ doppiate dai Pari e Dispari di “Zelig”!): il paguro matto!
Oltre a proporre tutto questo, “Shark tale” si cimenta anche in un’esplicita satira su quel giornalismo affamato di scoop (si veda la cronista ittica con la voce di Cristina Parodi) e sulla fama immeritata, per cui basta veramente pochissimo per essere importanti (ma finti) sotto ai riflettori.
Va citata anche la colonna sonora, “Car wash”, ammiccante e coinvolgente grazie al ritmo e all’energia delle interpreti, due pesci-cantanti dalle fattezze di Christina Aguilera e Missy Elliot.
Un’ultima nota va ai titoli di coda, originali com’è tipico dei produttori del capolavoro d’animazione “Shrek”, tuttavia senza veri colpi di scena – alla fine vi cacciano, addirittura: “Ancora qui state? Ve ne volete andare a casaaaa?!”

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{tab=Scheda tecnica}

Regista: E. Bergeron, V. Jenson
Anno di produzione: 2004
Produzione: Stati Uniti
Durata:  90 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaBrian De Palma si tuffa a capofitto in quella ricca riserva di materiale narrativo di cui è notoriamente avido: una storia ossessiva, che si dipana fra tradimenti e massacri, aspirazioni e stragi, sfrenatezze e dissimulazioni, che trasuda depravazione e corruzione da ogni dove.
Lee Blanchard e Bucky Bleichert (rispettivamente Aaron Eckhart e Josh Harnett ) sono due agenti di polizia, due partner di lavoro alla Omicidi, due grandi amici e, a tempo perso, anche due validi pugili (Mr. Fire & Mr. Ice). Fra una scazzottata e un inseguimento, si godono la compagnia di Kay (Scarlett Johansson ), moglie di Lee. Un giorno scoprono il cadavere straziato della giovane Betty, detta The Black Dahlia, un omicidio tanto disgustoso da vietarne qualunque foto o immagine di sorta. Inizia, così, una tortuosa indagine fra sospetti e alibi di ferro, paranoie e vecchie manie, possessioni morbose e ossessioni deliranti, condite da grasse dosi di necrofilia.
Da segnalare la preziosa triade di interpreti femminili, dalla sensuale dark lady Hilary alla bellissima Mia Kirshner, fino all’indimenticabile Fiona Show, il cui monologo resta indimenticabile. Un film imperfetto, che però seduce di continuo, grazie ad una regia al di sopra della norma, ma anche alla consistente ispirazione: trattasi dell’omonimo romanzo del grande James Ellroy.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: B. De Palma
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 121 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaIl regista tedesco Tom Tykwer riesce nell’impresa impossibile: trasporre in linguaggio cinematografico quell’universo poliedrico di sensazioni olfattive mirabilmente descritto nell’omonimo romanzo firmato Patrick Suskind, tuttora best-seller. Si racconta una storia complessa e visionaria impreziosendola con colori densi e accesi, in una resa figurativa che ha del pittorico e che dimostra un’attenzione maniacale al dettaglio intensa e piacevole.
Un poderoso flashback ci trasporta da Grasse ad un putrido mercato di Parigi, dove fra crude sequenze di un realismo esasperato e piani sequenza schizofrenici incentrati sullo squallore di carcasse di pesci, vermi e immondizia varia, si ode un vagito. E’ il primo e ultimo grido di esistenza di Jean-Baptiste Grenouille (Ben Whishaw), un bambino destinato all’infelicità e a un doloroso isolamento sociale, a cui non resta che rifugiarsi in quel mondo di odori che via via impara a captare con precisione sempre maggiore.
Degna di nota l’interpretazione di un irriconoscibile Dustin Hoffman, vanesio quanto basta ad incarnare un vero esperto sommelier di essenze, il profumier Baldini, da cui Grenouille si reca con uno scopo ben preciso: imparare a catturare gli odori, apprendere la sacra arte di mantenerli vivi, per sempre.
Un’ossessione, questa, che lo accompagnerà per tutta la vita, costringendolo ad atti estremi, come una serie di omicidi funzionali a raggiungere la chimera più ambita: realizzare il Profumo perfetto…

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: T. Tykwer
Anno di produzione: 2006
Produzione: Francia, Spagna, Germania, USA
Durata: 147 minuti

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{tab=Recensione}
locandinaUn gangster movie in piena regola, che stravolge ogni manicheismo di maniera, avvalendosi di interpretazioni memorabili di un cast strepitoso. Jack Nicholson torna a dominare un ruolo marcio fino all’osso, nei panni leopardati del potente boss mafioso Frank Castello, circondato da belle donne, soldi, droga e uomini fidati. Come Colin Sullivan, irreprensibile capo della Squadra Speciale Investigativa che da anni conduce una doppia vita, mantenendo nell’ombra l’altra identità di spia per quel capobranco (Castello, appunto) che lo ha ammaliato da bambino. Matt Damon interpreta degnamente questo personaggio dalle mille sfaccettature, pronto a cadere sempre in piedi. Almeno fin quando non entra in scena Billy Costigan, altro poliziotto doppiogiochista: membro di una famiglia mafiosa, viene scelto per infiltrarsi nella gang di Castello, da cui viene prontamente accolto e al tempo stesso guardato con sospetto. La coppia Damon-Di Caprio (quest’ultimo in una prova d’attore superlativa) tiene tutti con il fiato sospeso, in quella che si determina presto come la più spietata caccia alla spia da ambo le parti, senza accenno di soluzioni - se non nel gran finale.
Fa da sfondo il conflitto tra irlandesi e americani, con relativi retaggi razziali e pregiudizi di sorta, che si dipana nel corso di un’indagine intensa e serrata, sospesa fra tradimenti e complotti continui.
Martin Scorsese colpisce nel segno con sequenze degne del celebre padre di Toro Scatenato e Taxi Driver, offrendo al pubblico un’emozionante corsa contro il tempo, alla scoperta di identità multiple e nascoste: 149 minuti di tensione allo stato puro, grazie ad un film poderoso che riesce a mantenersi su un livello qualitativamente altissimo, senza cadute di stile e anzi fitto di colpi di scena.

vota_star_50
{tab=Scheda tecnica}
Regista: M. Scorsese
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 149 minuti

{tab=Curiosità}

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{tab=Riconoscimenti}
4 Premi Oscar 2007: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior montaggio
Golden Globe 2007: miglior regista
2 National Board of Review Awards 2006: miglior regista, miglior cast
MTV Movie Awards 2007: miglior cattivo (Jack Nicholson)
Kansas City Film Critics Circle Awards 2007: miglior sceneggiatura non originale
4 Satellite Awards 2006: miglior film drammatico, miglior attore non protagonista (Leonardo DiCaprio), miglior sceneggiatura non originale, miglior cast
3 Chicago Film Critics Association Awards 2006: miglior film, miglior regista, miglior adattamento
3 Ioma 2007: miglior attore protagonista (Leonardo Di Caprio), miglior attore non protagonista (Jack Nicholson), miglior montaggio.

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locandinaMettete insieme Vin Diesel, dialoghi fatti di spaghetti e battute con calata siciliana inclusa e una mandria di mafiosi con fiumi di avvocati alle spalle. Ne otterrete un maxiprocesso divertente e ridicolo, con un istrionico protagonista che decide di autodifendersi… ma finisce col far tutto tranne che attenersi alle regole giudiziarie: Jack Di Norscio bensì ammalia, intrattiene, gioca con la corte fino a farsi benvolere presto da tutti.
Il lavoro di Sidney Lumet risulta chiaramente gli antipodi de IL PADRINO, per citare un precedente celeberrimo in fatto di mafia italoamericana immischiata in processi, ma forse è proprio questo l’unico punto di forza di una pellicola che, soprattutto per colpa del finale senza spunti, si aggira su un livello pressoché medio: puntare sul risvolto ironico/comico del gangsterismo improvvisato, fra avvocati nani e boss malaticci. Scene molto comiche (quelle del parentame ricordano a tratti Il mio grosso grasso matrimonio greco, ma solo per evocazione lontana) si alternano a frames senza una precisa connotazione, piatte scene di processo inframmezzate da numeri da giocoliere di un Vin Diesel davvero sorprendente. Il discorso prende tutt’altra piega se si considera il fatto, tragicomico già di per sé, che si tratta di una storia vera. Di qui il dubbio legittimo sulla scelta di celebrazione dei criminali di turno, e ancora di più sulla “fedele ripresa” dei dialoghi, storicamente poco verosimili eppure, a quanto sembra, reali.
In sostanza, un film gradevole se lo si accetta senza pretese, e senza soffermarsi sul macroscopico luogo comune, tipicamente americano, dell’equazione: italiani = pasta famiglia e mafia. A dir poco fastidioso, in effetti.

vota_star_30
{tab=Scheda tecnica}
Regista: S. Lumet
Anno di produzione: 2006
Produzione: Stati Uniti
Durata: 125 minuti

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Sottocategorie

wpepsicologiaTematiche affrontate negli articoli:

  • Disturbi psicologici dell'adulto e del bambino: disturbi d'ansia, disturbi di personalità, disturbi dell'umore, disturbi alimentari, dipendenze classiche e nuove dipendenze, dipendenza affettiva
  • Problematiche relazionali in coppia e in famiglia, Comunicazione funzionale e disfunzionale, tradimento
  • Il benessere a scuola: dai metodi didattici e alternativil al ruolo dell'insegnante, dalla gestione dei comportamenti di bullismo ai disturbi del linguaggio
  • Arteterapia: Fototerapia, Drammaterapia, l'utilizzo della fiaba
  • La figura dello Psicologo: dai falsi miti alla spiegazione di cosa fa e di quali sono le caratteristiche di una psicoterapia

 

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  • Disturbi sessuali
  • Desiderio di un figlio, fertilità
  • Omosessualità e Transessualismo
  • Perversioni

 

 

 

 

wpecriminologiaTematiche affrontate negli articoli:

  • Stalking e comportamenti ossessivi
  • Omicidio sessuale, omicidio passionale, omicidio di coppia, serial killer, omicidio familiare
  • Femminicidio
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  • La Perizia e la Consulenza Tecnica
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  • Legislature varie: in tema di stalking, di adozione internazionale
  • Centri antiviolenza

 

 

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  • Il gruppo: ruoli, caratteristiche, difficoltà
  • Il fenomeno dell'immigrazione e la differenza culturale
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  • Sociologia del crimine e comportamenti violenti in un'ottica sociale
  • Sport, mass media e nuove tecnologie
  • Gli adolescenti

 

cinema

Una rubrica di proposte e critiche personali su film diversi per generi, epoche e stili cinematografici. In pillole. Perché il cinema è come una medicina, allucinogeno e  calmante a seconda dei casi, capace sempre di donare a chi lo ama la preziosa sensazione di poter sperimentare altre vite e modi di essere ogni volta diversi.

…Allora, cosa volete vedervi stasera?

“Il cinema? Un mezzo per porre domande”
(Ken Loach)

“Il cinema è l’arte di rievocare i fantasmi”
(Jacques Derrida)

“Il cinema è il modo più diretto per entrare
in  competizione con Dio”

(Federico Fellini)

"Il cinema è un'invenzione senza avvenire"

(Louise Lumiére)

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