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emotionUn argomento su cui la ricerca psicologica e neurofisiologica si sta particolarmente soffermando in questi ultimi anni riguarda lo studio delle emozioni. I contributi in ambito italiano e straniero diventano sempre più articolati e numerose sono le associazioni scientifiche che hanno assunto tale problematica al centro dei loro interessi.

Le emozioni quali funzioni biologiche del cervello (J. Le Doux) fanno parte dell'essere umano fin da quando è bambino, addirittura nella vita intrauterina e nei primi mesi dopo la nascita, un numero sempre più ampio di emozioni guiderà il suo comportamento, tanto che nella vita adulta egli risentirà delle esperienze vissute in questi primi anni. Un decisivo passo si compì con le ricerche sull'importanza del sistema limbico, il centro integrativo superiore delle emozioni.
Il significato funzionale delle emozioni a proposito della sopravvivenza e della vita sociale, non va confuso con il quadro di valori in cui si muove la vita degli esseri umani.
Ogni attimo della vita di un individuo, infatti, si basa sull'interazione tra stimoli e risposte emozionali, ovviamente, non tutti gli individui reagiscono allo stesso modo dinanzi ad uno stimolo emotigeno, in quanto ciascun individuo è biologicamente diverso da un altro, con un proprio patrimonio di esperienze, che lo rende un essere unico ed insostituibile.
Proprio perché le emozioni implicano una valutazione cognitiva è necessario che tutto il sistema affettivo proprio dell'animo umano sia utile a determinare la volontà dell'uomo ad agire.
La vita di un individuo è regolata da emozioni, in altre parole da un complesso di modificazioni fisiologiche, cognitive e comportamentali come risposta a stimoli ambientali, considerati importanti per coloro che lo percepiscono. Le risposte fisiologiche sono l'aspetto più appariscente delle risposte emotive e sono quelle che spesso generano imbarazzo per alcune persone. Proprio per questo, molte volte si commette l'errore di dissimulare le emozioni, per evitare di apparire agli occhi degli altri come troppo vulnerabili e quindi facili prede.

Il processo di dissimulazione inizia già nei bambini, ma poi man mano da grande comincia a diventare una vera e propria arte. La correlazione fra sistemi emozionali ed esibizione di comportamenti è abbastanza intrecciata, tutti i comportamenti sono sorretti da sistemi emozionali che gli individui tendono a nascondere, costruendo una progettualità di mascheramento che, col tempo, riprendendo l'espressione di John Milton, scrittore e poeta inglese, può fare dell'inferno un paradiso e del paradiso un inferno.
Molte persone sono convinte che non elicitando apertamente le proprie emozioni, inserendosi in uno stereotipo emozionale, ricevono il vantaggio dell' omologazione sociale, dunque, dell'accettazione e dell'appartenenza. Se da un lato si riscontra nelle realtà qualche pseudovantaggio, dall'altro si potrebbe rischiare di vivere uno stato di malessere. Il fatto di far finta di provare un' emozione piacevole, ad esempio, solo per far cosa grata agli altri, mette la persona in una gabbia rinserrata, di conseguenza, per non smarrire il contatto con il mondo esterno, è costretta, ogni volta, ad elicitare emozioni convenzionali, al fine di non fare assottigliare la propria cornice affettiva. Le false emozioni diventando compagne insostituibili aiutano ad affrontare meglio le convenzione e le norme sociali, difatti, sono molte le persone che per sentirsi più amate in famiglia e dagli amici manifestano atteggiamenti emotivi che non appartengono loro, spingendosi fino alla costruzione di un vero e proprio personaggio.

In una società come la nostra, caratterizzata dall'iperstimolazione, dall'apparire si giunge ad un meccanismo di difesa in cui non si dà più libero sfogo alle nostre emozioni, evidenziando,così, l' essere di proprietà pubblica, con lo sguardo degli altri che interferisce faticosamente con la vita privata e che con il tempo potrebbe sviluppare addirittura una sorta di incapacità di provare intenerimenti, determinando quella che la ricerca scientifica chiama "alexitimia", un meccanismo psicologico, dovuto alla necessita di esibire costantemente alti livelli di efficienza e di controllo. Appunto per questo che imparare a manifestare le proprie emozioni significa sperimentare ed esplorare le proprie capacità, evitando di vivere eventuali stress emozionali come situazioni estreme, di imbarazzo e di disagio.
Le nostre emozioni non possono essere represse, se si vuole evitare che esse prorompano in modi più pericolosi. Il fatto di non dimostrare liberamente emozioni potrebbe indurre ad una sorta di automatismo rigido, limitato all'esecuzione di specifici compiti in azioni determinate. Per evitare, quindi, di cominciare ad adottare abitudini emotive, dobbiamo imparare a comportarci in maniera emozionale a seconda dell'evento esterno.

Del resto, già Rousseau asseriva questo: la sola abitudine che dobbiamo lasciar prendere al bambino è quella di non prenderne nessuna. L'uomo affetto da alexitimia diventando una macchina può fare soltanto quello che ha imparato a fare, ogni altra innovazione emotiva diventa per lui impossibile. E' necessario, piuttosto, esaltare forze emozionali seppure incoerenti, in uno slancio di tipo romantico, utili a liberare l'uomo da quella sorta di emotiva appresa.
I comportamenti spontanei sono intenzionali ed esplicativi delle inclinazioni personali, J.L. Moreno parla di stato di spontaneità come della condizione che un soggetto deve raggiungere al fine di provare un'emozione. Risulta utile, pertanto, attraverso vari strumenti incoraggiare le persone ad esprimere liberamente le loro trepidazioni. La parola, dunque, la conversazione, il movimento (ballo, teatro e attività creative), possono offrire la possibilità della libera espressione delle emozioni. Tale libertà emotiva conduce l'individuo alla conoscenza della realtà, orientandolo nelle scelte, in quanto fornisce dei quadri di riferimento, indispensabili per poter agire su di essa. Precedentemente, infatti, Piaget equiparò le emozioni alla benzina che mette in azione il motore di un automobile.
Purtroppo comunicare le proprie emozioni, non sempre è facile, a causa di stili emotivi discrepanti. Occorrono attenzioni importanti, quali lo sguardo e lo scambio con l'altro, attraverso l'ascolto e la competenza empatica. Così facendo si attribuisce notevole importanza alla nuova concezione dell'affettività che rompe le norme sociali e accredita i batticuori in libertà.
E' fondamentale ricercare quello che c'è dietro gli sguardi più lucidi, rivelando le emozioni proprie e aiutando l' altro a rivelare quelle sue.
Imparare ad essere persone empatiche non significa fare psicoterapia, ma cogliere l'altro e accettarlo così come egli si presenta nella sua essenza biopsicoaffettiva.
L'uomo empatico quindi è colui che non perde di vista la realtà umana e la capacità di percepire la realtà nei panni dell'altro, in una fusione cognitiva ed emotiva.

Dal punto di vista epistemologico si è ricavato, così, la spazio per una nuova scienza: la "psicologia delle emozioni". Questo spazio di può approfondire soltanto mediante un lavoro collettivo che mi sembra già iniziato quando qualche studioso cominciò a parlare di un nuovo modo di percepire l'altro attraverso un "Vedere dal cuore" (M.Donnarumma. D'Alessio).

Senza esprimere liberamente le proprie emozioni la vita non ha valore. Anzi si riduce ad una finzione, una complicità che si paga cara.

 

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