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Intervista a... Danny Boyle

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Esordisce nel 1994 con “Piccoli omicidi tra amici”, una black comedy in cui già rivela il suo stile visionario e delirante, oggi riconosciuto a livello mondiale. Danny Boyle, regista britannico di Manchester, conosce però il successo solo nel 1996 con “Trainspotting”, film sulla droga presto divenuto un cult tra i giovani. Autore sempre molto discusso per i suoi lavori, che mirano ad un’analisi spesso inquietante delle viscere della psiche umana, conosce un periodo di difficoltà quando critica e pubblico bocciano “Una vita esagerata” e “The Beach”, quest’ultimo tratto dal romanzo del giovanissimo Alex Garland, con cui stabilisce un sodalizio che ancora oggi continua. Boyle ritrova il gradimento di stampa e pubblico nel 2002 con l’horror 28 giorni dopo, al quale segue un silenzio di cinque anni in cui si dedica alla realizzazione di “Sunshine”, film di fantascienza a metà tra esistenzialismo e intrattenimento.

Sunshine è un film di fantascienza pura perché esce dai canoni tipici dei blockbuster e affronta il genere in una chiave psicologica e spirituale. È questo quello che l’ha attratta della sceneggiatura di Alex Garland?regista
Danny Boyle: La premessa di raccontare l’evoluzione psicologica di otto astronauti, isolati nell’enorme spazio infinito e legati ad una gigantesca bomba, è stata una cosa che fin dall’inizio mi ha suggestionato, anche perché non era stato mai fatto un film di fantascienza sul Sole.
Il viaggio in Sunshine può essere inteso non solo come viaggio fisico, ma anche e soprattutto come viaggio psicologico e spirituale, perché orientato verso quello che altro non è che la sorgente della vita del nostro sistema solare.

L’aspetto visivo è sicuramente uno degli elementi più interessanti. Come è avvenuta la costruzione dello spazio, soprattutto per ciò che riguarda l’uso della fotografia?
D.B.: Il tutto è partito sempre dal Sole, da questo enorme cerchio che appare fin dall’inizio del film. Il resto ha preso vita da questo, in quanto abbiamo cercato di estendere questa struttura circolare a tutto lo spazio. Credo però che sia il colore l’aspetto più importante del film. Per tutti gli interni dell’astronave abbiamo cercato di dare volutamente tonalità cromatiche che escludessero il giallo, il rosso, l’arancione, preferendo immergere i personaggi in un contesto caratterizzato da colori freddi, come il blu e il grigio. In questo modo, ogni volta che assistiamo all’esplosione della potentissima luce del Sole, che invade tutto lo spazio, anche lo spettatore si sente come i personaggi, sconvolto e abbagliato da questo accecante e improvviso colore giallo, che emerge con una potenza inaudita e contrasta in modo netto con gli ambienti freddi o neutri cui le immagini ci abituano.

Figura centrale del film è quella inquietante di Pinbacker. Perché ha voluto inserire nel film un personaggio così forte, che a tutti costi vuole impedire la riuscita della missione degli astronauti?
D.B.: Il tema più importante di Sunshine è quello del rapporto tra scienza e religione. La bomba che deve essere sganciata per riaccendere il Sole è l’ultimo ritrovato della tecnologia, l’arma più potente che la scienza possa concepire. A questa si contrappone però il personaggio di Pinbacker, una sorta di fondamentalista medievale, un talebano del futuro. È un personaggio che ostacola la missione perché crede che l’uomo non possa e non debba in alcun modo interferire con la volontà di Dio, di cui lui si fa portatore.

In fondo, tutta la tensione narrativa si basa proprio su questi contrasti.
D.B.: Non si basa tanto sui contrasti, quanto su come mentalmente i personaggi reagiscono ad essi.

Anche in Sunshine utilizza un genere, in questo caso la fantascienza, per dare vita in realtà ad un viaggio all’interno dell’animo umano. Perché la affascina così tanto fare questo tipo di film?

D.B.: In Sunshine la discesa nell’animo umano è addirittura più forte che negli altri film. La fantascienza è, infatti, un genere che dà proprio la possibilità di immergersi in quello spazio sconfinato che è l’universo, che di epoca in epoca l’umanità ha sempre concepito come uno sorta di specchio per guardarsi dentro, per esplorare la propria anima.

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Pensieri d'autore

 

...Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero,
l'appartenenza a un che, ma senza perchè.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

 

Wislawa Szymborka, "Scrivere il curriculum", 20121256671210_start-here-gnome-pink

 

 

...Ma l'ansietà di un nuovo stato, o forse il nervosismo che le causava la presenza di quell'uomo, erano bastati a convincerla che fosse finalmente sua quella meravigliosa passione fino ad allora vaga e planante nel fulgore dei cieli poetici come un grande uccello dalle piume rosate; e adesso non poteva capacitarsi che la calma in cui viveva fosse la felicità tanto sognata.
Flaubert in "Madame Bovary", Mondadori, 2009
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Caro amico - mi aveva detto due giorni appresso - sia Charcot sia i nostri due di Rochefort, invece di analizzare il vissuto dei loro soggetti e chiedersi che cosa voglia dire avere due coscienze, si stanno a preoccupare se si possa agire su di loro con l'ipnotismo o con le barre di metallo...
U. Eco in "Il cimitero di Praga", Bompiani, 2010
 
 
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...I ammiro soprattutto l'inevitabilità di una sequenza
che si fissa come un fotogramma nell'eternità, un effetto
a rallentatore dello svolgersi del destino.

E. Berselli in "Il più mancino dei tiri", Il mulino, 1995
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...La vita è così, è piena di parole che non valgono la pena,
oppure la valevano e non la valgono più,
ognuna di quelle che pronunceremo toglierà il posto a un'altra più meritevole,
che lo sarebbe non tanto di per sè quanto per le conseguenze di averla detta ....

J. Saramago in "La caverna", ET Einaudi,  2000
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..."A volte le cose più reali succedono solo nell'immaginazione, Oscar" disse lei.
"Ricordiamo solo quello che non è mai accaduto"...

C. R. Zafòn in "Marina", Mondadori,  2009
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...E'tipico dell'amore rendere inesistenti le persone amate, e obbligare le persone che le amano a dimostrare continuamente che esistono.
Perchè quando uno si innamora non è mica tanto convinto che quello che gli sta succedendo sia vero.
Gli innamorati sospettano della realtà, tengono gli occhi sempre aperti: è per questo che dormono pochissimo.
Quando ricevono la telefonata che aspettano da ore praticamente parlano coi fantasmi.
Se vi capita, come a me adesso, di ricominciare a respirare normalmente quando sentite la voce del fantasma, cominciate a preoccuparvi.

D. De Silva in "non avevo capito niente", Einaudi, 2007
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...Una lettera non dice quello che vuole dire solo con la scrittura.
Si può leggere la lettera anche annusandola, toccandola,
palpandola, proprio come un libro.
Perciò le persone intelligenti dicono: leggi, vediamo cosa dice la lettera.
Le persone stupide invece dicono: leggi, vediamo cosa scrive.
L'abilità sta nel leggere tutta la lettera, non solo il testo".

O. Pamuk in "Il mio nome è rosso", Einaudi,  20051256671210_start-here-gnome-pink

...Nella vita uno non porta scritto sul viso i sentimenti che sta provando;
io sono un regista e cerco di esporre al pubblico lo stato d'animo di questa donna
unicamente attraverso i mezzi del cinema [...].
Ora, grazie alla macchina da presa, il pubblico entra a far parte della scena
e bisogna soprattutto evitare che la macchina da presa divenga improvvisamente
distante e obiettiva, altrimenti si distrugge l'emozione che è stata creata".

A. Hicthcock in "Il cinema secondo Hicthcock", di F. Truffaut, 1993
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...Due fette sottili di prosciutto crudo affumicato,
setose e fluide nelle pieghe languide, un pò di burro salato, un pezzo di pagnotta.
Un'overdose di vigorosa morbidezza: improbabile ma squisita. 
Un altro bicchiere dello stesso vino indimenticabile.
Prologo stimolante, incantevole, elettrizzante....

M. Barbery in "Estasi culinarie", Edizioni e/o,  20071256671210_start-here-gnome-pink