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Il quadro normativo italiano e la cornice di comportamento delineata dal codice deontologico sembrano non lasciare alcuno spazio di liceità all’eutanasia, la “morte dolce, buona”, come recita l’etimologia della parola. Il codice penale, infatti, pur non prevedendo una norma determinata per il caso specifico dell’eutanasia, la considera reato e applica la disciplina prevista per l’omicidio comune – quando la persona abbia cagionato la morte del malato senza che questi glielo avesse chiesto - o comunque per i reati meno grave dell’aiuto al suicidio o dell’omicidio del consenziente - quando il soggetto abbia agito su richiesta del malato.-
Ma facciamo un passo indietro per definire due diverse tipologie di “dolce morte”: l’eutanasia attiva e quella passiva che a loro volta si differenziano in consensuale e non consensuale a seconda che il malato abbia oppure no richiesto l’intervento di un terzo. Il consenso del malato è il cardine di tutta la delicata materia dato che, come si è rilevato, in sua assenza il reato è quello di omicidio volontario.
L’eutanasia attiva consiste in una condotta attuata per procurare la morte di malati incurabili, terminali o in agonia: si tratta di un aiuto a morire, ad esempio somministrando una sostanza letale. Ma proprio perché i processi vitali del paziente, anche se compromessi, sono sussistenti, si tratta di un’uccisione, seppur pietosa, e in quanto tale costituisce reato sia se il soggetto che abbia cagionato la morte abbia agito di sua spontanea volontà, sia nel caso in cui abbia agito su espressa richiesta del malato.
L’eutanasia passiva, invece, consiste in un’omissione di terapia nei confronti di un malato terminale e si distingue anch’essa in non consensuale e consensuale.
La prima rientra nella fattispecie dell’omicidio poiché, come recita il codice penale, “non impedire un evento che si aveva l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.
Per quanto riguarda il trattamento dell’eutanasia passiva consensuale, invece, nel silenzio della legislazione vigente, sorgono non poche questioni riguardanti la liceità, liceità che una parte della dottrina nega totalmente e che altra parte ammette seppur entro confini non poco problematici.
Diritto di morire?
Al centro della trattazione dell’eutanasia passiva consensuale vi è la scelta di un malato giunto alla fase terminale della propria vita, che, per porre fine alle proprie sofferenze, dichiara di non voler ostacolare il corso della morte e di rinunciare alla terapia che ne assicura il mantenimento in vita.
Per la dottrina più rigorista la sospensione delle cure da parte del personale sanitario costituisce un’omissione penalmente rilevante anche nel caso in cui tale astensione consegua alla rinuncia da parte del paziente della terapia che lo mantiene in vita, dato che secondo la disciplina vigente l’uomo non può disporre della propria esistenza .
Coloro che invece asseriscono la liceità dell’eutanasia passiva consensuale partendo dall’assunto che la cura, essendo svolta nell’interesse del paziente, possa essere da questi rifiutata lasciando che la malattia faccia il suo corso, concludono che l’uomo gode del diritto di non curarsi, garantito dalla Costituzione come principio di autodeterminazione terapeutica e che si esprime attraverso una richiesta consapevole ed informata .
Da ciò deriverebbe che la volontà del malato terminale di rinunciare alle cure esclude il dovere di agire del medico: in questo caso non si tratterebbe di omissione omicida, ma del limite all’obbligo di somministrare la terapia da parte del personale sanitario, determinato ad evitare l’accanimento terapeutico.
Di fatto però, al di là delle teorie della dottrina, l’eutanasia passiva, fatta eccezione per i casi di coma irreversibile e morte cerebrale, non viene contemplata dalla legge e viene considerata dal codice penale un illecito anche quando segue un’espressa manifestazione di volontà del malato terminale.
La morte cerebrale
L’unico caso in cui viene considerata lecita la sospensione delle terapie e del trattamento con macchinari che consentono il mantenimento del soggetto in vita è quello in cui il malato versi in una condizione di incoscienza irreversibile, cioè di uno stato vegetativo permanente: in un simile caso, infatti “la macchina non è più al servizio della vita biologica, ma è la vita biologica ad essere un prodotto della macchina” .
E in questi casi “staccare la spina” non rappresenta un reato ma il riconoscimento di un dato di fatto, perché il paziente è clinicamente morto .
Invece nel caso in cui lo stato di incoscienza del paziente sia grave, ma non irreversibile, il dovere di curare del sanitario non subisce modificazioni: anche di fronte ad un coma profondo, nel momento in cui non si possa escludere una possibile ripresa del paziente, il medico deve prodigarsi in funzione di essa.
Si legge infatti nel codice deontologico medico che, “trattandosi di malato in condizione di coma il sostegno vitale dovrà essere mantenuto sino a quando non sia accertata la morte nei modi e nei tempi stabiliti dalla legge”.
A tal proposito, la legge n. 578 del 1993 ha identificato la morte con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo. L’accertamento della morte cerebrale segna il limite del trattamento terapeutico: solo dopo il verificarsi di essa, cessa di gravare sul medico l’obbligo giuridico di prestare le cure e potranno essere disattivati eventuali sostegni vitali, senza che tale omissione sia considerata penalmente rilevante.
Il testamento in vita
Il confine dei doveri del medico appare ancor meno definito nel caso in cui il paziente, avendo in precedenza consapevolmente rifiutato le cure, si trovi ora in una fase di incoscienza che privi di attualità la precedente rinuncia.
La dottrina prevalente afferma come nel caso di un paziente incosciente gravi sul personale sanitario l’obbligo di procedere a quegli interventi urgenti e necessari al suo mantenimento in vita, prescindendo in tal modo da un precedente rifiuto di farsi curare manifestato dal malato, che andrebbe così a perdere validità .
Un modo per evitare che la propria scelta venga così aggirata può ravvisarsi nella possibilità per il malato di redigere, nel pieno possesso delle sue facoltà, una dichiarazione scritta indirizzata tanto ai medici che ai familiari che disponga le volontà dell’individuo in merito alle cure che desidera ricevere e a quelle che vuole rifiutare, nel caso in cui si venga a trovare in stato di incoscienza o nella condizione di malato terminale.
Tale dichiarazione, denominata “living will” (testamento in vita) ha aperto un ennesimo dibattito poiché è stato contestato il fatto che, riferendosi ad una circostanza futura e astratta, non assicura un’effettiva corrispondenza tra le dichiarazioni in esso riportate e la decisione che il suo autore avrebbe preso nel momento della situazione concreta.
E così anche questa carta di autodeterminazione è in attesa di una specifica regolamentazione che ne tracci le linee guida.
L'intervento riformatore
Un possibile intervento riformatore se da una parte escluderebbe l’eutanasia non consensuale, attiva o passiva, che continuerebbe ad essere considerata omicidio volontario (anche se in particolari casi attenuato in ragione dei motivi pietosi che spingono l’agente), dall’altra parte, per quanto riguarda l’eutanasia consensuale, potrebbe proporre una norma specifica che, considerando i moventi altruistici dell’agente, i mezzi indolori da esso utilizzati, l’attestata incurabilità della malattia e la presenza di una valida richiesta da parte del paziente, si differenzi dall’omicidio del consenziente e preveda un trattamento sanzionatorio adeguato.
In un dibattito etico che non accenna ad attenuarsi e che spazia dall’autodeterminazione del malato all’accanimento terapeutico, la regolamentazione non deve essere vista come una possibile introduzione del principio di liceità dell’eutanasia ma, al contrario, un modo per trattarne tutti gli aspetti, compresi i casi-limite, escludendo ogni incertezza applicativa.
{rt}

 

 

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