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Fino al 6 maggio 2007, al Teatro Argentina di Roma, è in scena una delle opere più contraddittorie del drammaturgo inglese, rappresentata al meglio dalla compagnia di Gabriele Lavia, in grado di donare allo spettacolo un’adrenalinica energia senza tempo.

Si alza il sipario del teatro Argentina, spesso padre di spettacoli dalla scenografia imponente e dal gusto artistico inconfondibile. Gabriele Lavia sceglie il suo palcoscenico per far risorgere il miglior Shakespeare, presentandone un’opera intensa che sguaina potere e attrazione fisica fra le sue armi più efficaci.

Stupidi e pazzi. Questi i personaggi che irrompono sulla scena al calar delle luci, in un esordio folgorante dove scintillii violacei s’infrangono su impermeabili a specchio, tacchi lucidi vertiginosi, teste sudate, accaldate, lussuriosamente affamate: sono le anime ballerine del godereccio bordello di Madama Strafatta Sfondata (un nome più che eloquente), sposatasi soltanto nove volte. Subito il contrasto con la sala del potere, buia, cupa, silenziosa. E’ quella del duca di Vienna, che comunica ai suoi uomini di fiducia la decisione di andarsene in segreto (“fra gli uomini che non si voltano”, scriveva Montale), perché “anche se amo il popolo (…) non gradisco i suoi applausi”.

E’, in realtà, una strategia segreta per valutare in prima persona quale sia la vera essenza del potere, sotto quali sembianze si celi e attraverso quali apparenze si finga. Per far questo, si traveste da frate, in una metamorfosi di atteggiamenti, timbri di voce e gestualità che riconferma Lavia uno dei più grandi attori che abbiamo attualmente nel nostro paese. Il suo doppio duca/frate è realizzato con quella sobria semplicità sorretta da un talento indescrivibile: il monologo sulla Vita resta forse il momento più indimenticabile, fra gli altri, di tutto lo spettacolo, che partorisce scene madri senza mai risultare pesante, eccessivo, noioso. Tutt’altro: malgrado la lunghezza, la black comedy scorre fluida come fossero pochi minuti, ci si appassiona presto alla vicenda e ci si emoziona a più riprese. Nel frattempo, inevitabilmente si riflette. Paragoni con la realtà di oggi emergono spontanei al sentir pronunciare frasi di un’attualità sconcertante: “anche il potere commette errori, come tutti”, oppure “i ladri hanno diritto di rubare quando gli stessi giudici rubano”. Eppure un burocrate testardo e insostenibile come il vicario Angelo (un grandissimo figlio d’arte, Lorenzo Lavia, molto più che una giovane promessa) si ostina ancora a urlare la sopravvivenza della legge, a scriverla e controfirmarla in atti di condanna a morte che la uccidono quotidianamente, salvo poi riservarsi uno spazio di eventuale sospensione. E’ il dubbio amletico, la tensione fra l’esser se stessi e il salto nel buio verso la propria alterità. Tutto questo accade quando la “voce della legge codificata” s’infrange contro un corpo non cartaceo, bensì pulsante di vita e di passione: è l’affascinante novizia Isabella, che lo prega di risparmiare la vita al fratello Claudio, in prigione per aver messo incinta una vergine (consenziente). Lo scontro fra ideali e carne è feroce e lascia un segno, lo strazio di chi grida “amore oltraggioso!” sapendo che l’amato morirà domani non è meno intenso di chi fa un bagno in vasca tentando di scrollarsi di dosso il proprio immorale desiderio. La retorica del potere afferma la sua sopraffazione: “Il mio falso annienta il tuo vero”. Il ricatto sessuale scatta immediato, la virtù della castità lo respinge, mentre un frate truffaldino si improvvisa saggio mentore di una giustizia superiore: “Nessun uomo, per quanto grande e potente può sfuggire al giudizio del mondo”, salvo poi chiedersi “che cos’è un uomo, se si può mascherare e mascherandosi un angelo sembrare?”. In poche battute, tutta la denuncia contro la ragnatela delle leggi di un buon governo che è solo facciata, contro cui è necessario usare “inganno per inganno, misura per misura”. Le folli coreografie esaltate dalla poderosa scenografia di Carmelo Giammello e dalle musiche di Andrea Nicolini fanno il resto, catturando l’attenzione senza possibilità di fuga. La notte prima dell’esecuzione, l’ora della verità, proiettata sullo schermo che la dilata e la disperde, sta per scoccare. Un processo filmato in presa diretta da una telecamera più che dinamica è il colpo vincente del finale, fra teatro dell’assurdo (gli attori si rincorrono e picchiano fra i sedili della platea) e talk show (i primi piani, le grida, gli schieramenti fra chi ha ragione e chi no). Ennesimo tentativo riuscito di riattualizzare un’opera di per sé già estremamente moderna. “Quanto più alta è l’autorità, tanto più presto arrivano i condoni”. Cronaca di storia nostra, che il grande Lavia, sostenuto da un cast formidabile (dall’irresistibile Francesco Bonomo a uno svociato Pino Ammendola), prova a sovvertire, in un finale lieto dal retrogusto amaro e dal richiamo metaforico notevole (lo schermo bianco è il trionfo del candore) che invita tutti a esser pronti ad essere, più che apparire.

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