gaslightingC’è una violenza che non ha scoppi d’ira, al contrario, è muta, insidiosa, fatta di silenzi ostili alternati a motti pungenti. E’ una forma d’abuso antica, perpetrata in modo particolare tra le “sicure” mura domestiche, che lascia profonde ferite psicologiche. Con il presente contributo ho voluto fornire una panoramica generale sugli aspetti psicologici del gaslighting e, in maniera particolare, analizzare l’aspetto giuridico del fenomeno, cercando di offrire indicazioni operative alle vittime di tale condotta.

 

Gli aspetti psicologici del gaslighting
Il Gaslighting è una tecnica di crudele ed infida manipolazione mentale. Il termine è derivato dal titolo del film “Gaslight” (1944) del regista americano Georg Cukor, uscito in italiano con il titolo di “Angoscia” e tratto dalla pièce teatrale “Angel Street” di Patrick Hamilton (1938), rappresentata in Italia con il titolo “Via dell’angelo” o “Luce a gas”. Si tratta di un melodramma psicologico che narra della vita matrimoniale tra un uomo affascinante ed una bellissima donna. Dopo un periodo felice il rapporto si incrina ed il marito, con una diabolica ed artificiosa tecnica psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa, spinge la moglie sull’orlo della pazzia. Solo l’intervento di un detective riuscirà a ristabilire la verità, scoprendo che il marito della vittima è uno psicopatico criminale.
Anche il film di Alfred Hitchcock “Rebecca – la prima moglie” (1940), tratto dal romanzo di Daphne du Maurier “Rebecca” (1938), è un chiaro esempio di gaslighting. Una timida ragazza diventa la moglie del vedovo Max De Winter, dopo averlo dissuaso dal suicidio. Nell’antica dimora dove la coppia vive, la nuova signora De Winter si accorge che tutti la considerano inferiore a Rebecca, la prima moglie di Max. In particolare la ragazza è sottoposta ai continui sbalzi d’umore del marito ed alla spettrale presenza della governante, signora Danvers. Quest’ultima, che vive nel ricordo della defunta, sottopone la nuova signora De Winter a continue umiliazioni, tanto da accenderle una sensazione di estraneità e farle nascere intenti suicidi
Il gaslighting è un comportamento che la persona abusante mette in atto per minare alla base la fiducia che la vittima ripone in sé stessa, dei suoi giudizi di realtà, facendola sentire confusa fino a dubitare di stare impazzendo. E’ una subdola azione di manipolazione mentale con la quale il gaslighter, così si chiama l’agente di questo comportamento, mette in dubbio le reali percezioni dell’altra persona, facendola dubitare di se stessa, facendola sentire “sbagliata”.
Non vi sono parole per descrivere la sensazione di morte imminente che prova la persona colpita da questo tipo di maltrattamenti psicologici. Alla vittima è tolta la speranza del domani e ben presto manifesterà problemi psichici e psicosomatici.
In numerosi casi il comportamento di gaslighting è adottato dal coniuge abusante per chiudere rapporti coniugali travagliati dietro ai quali, molto spesso, si celano insoddisfazioni personali e relazioni extraconiugali. Purtroppo la realtà delle famiglie non è quella propinata quotidianamente dalla pubblicità delle merendine.
E’ difficile riconoscere questo tipo di violenza: è insidiosa, sottile, non se ne percepisce l’inizio, a volte è scusata dalla stessa vittima; non si tratta di una deflagrazione d’ira, che almeno è subito identificabile e magari oggetto d’immediata risposta, anche legale. E’ una sottile lama di ghiaccio che s’insinua, molte volte, tra la tranquillità delle mura domestiche. E’ una violenza gratuita e persistente, reiterata quotidianamente che ha la capacità di “annullare” la persona che ne è bersaglio. Si tratta di un vero e proprio lavaggio del cervello, che pone la vittima nella condizione di pensiero di “meritarsi quella punizione”.
Il gaslighting è una forma di violenza che nasce anche all’interno di rapporti precedentemente costruiti sull’amore. Poi, una frustrazione alla quale non si sa adeguatamente reagire e che mette in crisi la sicurezza e la fiducia che ripone in sé il manipolatore e tutto crolla: l’amore diventa maligno, aspro, fa sanguinare il cuore e la psiche della persona colpita dalle molestie. Così come le frecce del mitico Eracle, il gaslighting lascia ferite che nessuno potrà guarire.
- Sei grassa! (magra, brutta, ecc..)
- Scusatela, mia moglie è una deficiente!
- Sbagli sempre tutto! Non ne fai una giusta!
- Ma come non ti ricordi! Me l’hai detto proprio tu!
- Non me l’hai mai detto! Te lo sarai immaginato!
- Le tue amiche sono insignificanti, proprio come te!
- Se ti lascio rimarrai sola per tutta la vita!
Queste sono solo alcune frasi esemplificative dell’atteggiamento tenuto dall’abusante, asserzioni che feriscono l’anima, ancor di più se pronunciate alla presenza d’altre persone. Il gaslighter sa come mettere il sale sulle ferite.
Il persecutore instaura con il suo obiettivo una relazione narcisistico-perversa, “deumanizza” la vittima, la manipola, ottenendone il controllo totale, impedendone separatezza ed autonomia. La persona si troverà imprigionata da questo comportamento e, lentamente, le sue resistenze si affievoliranno sino a scomparire del tutto, diventando inconsapevole complice del suo persecutore.
In questo sprofondamento nell’abisso la vittima attraverserà tre fasi successive:
a) La prima fase sarà caratterizzata da una distorsione della comunicazione. Il perseguitato non riuscirà più a capire il persecutore. I “dialoghi” saranno caratterizzati da silenzi ostili, alternati da piccature destabilizzanti. La vittima si troverà così disorientata, confusa nella nebbia.
b) La seconda fase sarà caratterizzata da un tentativo di difesa. La vittima cercherà di convincere il suo persecutore che quello che dice non corrisponde alla verità; proverà ad instaurare un dialogo, ostinato, con la speranza che ciò serva a far cambiare il comportamento del gaslighter. Il perseguitato si sentirà come investito da un compito basilare: le sue capacità d’ascolto e di dialogo riusciranno a far cambiare il persecutore.
c) La terza fase è la discesa nella depressione. La vittima vedrà piano piano spegnersi il suo soffio vitale, si convincerà che ciò che il persecutore dice nei suoi confronti corrisponde a verità.
Sono classificabili tre tipi di manipolatore:
a) Il manipolatore affascinante. E’ probabilmente il più insidioso, sottopone la sua vittima ad una continua doccia scozzese. Alterna silenzi ostili e tremende pungolature a momenti d’alluvione d’amore. Si può solo immaginare l’atmosfera di disorientamento che pervade la vittima.
b) Il manipolatore bravo ragazzo. E’ un tremendo individualista camuffato da persona prodiga. E’ sempre attento ad anteporre i propri bisogni, il proprio tornaconto personale a quello della vittima, anche se riesce a dare un’impressione opposta.
c) L’intimidatore. E’ il contrario dei manipolatori precedenti e, sicuramente, il più diretto. Non si preoccupa di nascondersi dietro false facciate. Rimprovera apertamente la vittima, così come esplicitamente la maltratta.
Per far comprendere meglio il fenomeno, riporto qui di seguito parte di un articolo apparso su “Polizia Moderna”, rivista ufficiale della Polizia di Stato, che riguarda la storia di una donna vittima di violenze, fisiche e psicologiche, perpetrate dal coniuge. Nel racconto, veritiero, s’intravedono tutte le caratteristiche del gaslighting e dello stalking.
Questa la voce narrante di Marina e questa la sua terribile esperienza: “””Quando l’ho conosciuto pensavo che fosse la persona giusta, avevo ventotto anni ero più che convinta, pensavo che sarebbe stato l’uomo con cui avrei vissuto per sempre. Frequentavamo lo stesso corso di formazione, aveva sette anni più di me e viveva già da solo; è stato facile mettersi insieme, amarsi e decidere di avere un figlio”.
Era difficile allora per me vedere in lui quello che poi si sarebbe rivelato; era un uomo introverso, a parte questo non c’erano segnali evidenti di quello che sarebbe successo. Il bambino è stato voluto da tutti e due; quando gli dissi che era in arrivo sembrava contento ma dopo tre mesi di gravidanza ha cominciato a diventare insofferente e violento. Era iniziata la spirale della violenza, ma allora non potevo saperlo; criticava qualsiasi cosa facessi, e in poco tempo ero completamente condizionata dalla sua persona, dai suoi atteggiamenti e non ero più in grado di pensare liberamente. Solo quando sentiva di esagerare allora piangeva, si pentiva ma era, come poi ho capito, solo per ingannarmi tranquillizzandomi nel caso avessi deciso di reagire. Pensavo che resistendo la situazione sarebbe migliorata, invece ogni mio minimo comportamento o atteggiamento era un modo per denigrarmi, offendermi. Aveva cominciato anche a isolarmi, era infastidito se parlavo con i miei genitori o con i miei amici, ero diventata una sua proprietà, non esistevo come persona. Qualsiasi cosa dicessi non andava bene, mi accusava di non saper fare niente, neanche la madre. Ero sottoposta a un ricatto emotivo continuo: quando piangevo era contento. Poi cominciò con la violenza fisica, ricordo che qualche giorno prima del parto avevo un braccio completamente viola, mi disse di dire a chi avesse chiesto spiegazioni che ero caduta dalle scale.
Il problema della violenza è capire quello che ci sta succedendo: io non comprendevo quanto fosse grave quello che stavo sopportando. Vivevo la paura ma non riuscivo a reagire perché mi sentivo controllata nella mente e anche perché temevo che potesse vendicarsi sul bambino. I miei genitori sapevano tutto, ma non potevano aiutarmi concretamente perché la situazione non era chiara nemmeno a loro; pensavano che vivessi normali conflitti di una coppia. Credo di aver deciso di reagire dopo aver avuto un attacco di panico; in quel momento ho ripensato alle parole che mia madre mi aveva detto tanti anni prima, e cioè che spesso chi è vittima di violenza non sa di esserlo perché ne è troppo coinvolta. Da quel momento ho compreso chi fosse lui, un uomo violento che non potevo amare e che avevo sbagliato la mia scelta. Così l’ho lasciato, sono andata via di casa. Ma le cose sono peggiorate: ha cominciato a pedinarmi, a spiarmi, a telefonarmi a tutte le ore. Continuavo ancora a vivere nella paura. Sapevo perfettamente che non mi avrebbe lasciato in pace, sentivo questa continua pressione su di me. Non perdeva occasione per dirmi che io dovevo stare con lui per sempre, che non potevo sfuggirgli. Finché una sera non ha tentato di ammazzarmi. Allora l’ho denunciato. L’ho fatto anche se non è facile denunciare il padre del proprio figlio, ma non ne potevo più. Le accuse sono state maltrattamenti familiari, porto abusivo d’armi, violenza sessuale; lui mi aveva sempre detto che il suo comportamento era normale, che è così che ci si ama.”””
Gli aspetti psicologici del gaslighting
Il Gaslighting è una tecnica di crudele ed infida manipolazione mentale. Il termine è derivato dal titolo del film “Gaslight” (1944) del regista americano Georg Cukor, uscito in italiano con il titolo di “Angoscia” e tratto dalla pièce teatrale “Angel Street” di Patrick Hamilton (1938), rappresentata in Italia con il titolo “Via dell’angelo” o “Luce a gas”. Si tratta di un melodramma psicologico che narra della vita matrimoniale tra un uomo affascinante ed una bellissima donna. Dopo un periodo felice il rapporto si incrina ed il marito, con una diabolica ed artificiosa tecnica psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa, spinge la moglie sull’orlo della pazzia. Solo l’intervento di un detective riuscirà a ristabilire la verità, scoprendo che il marito della vittima è uno psicopatico criminale.
Anche il film di Alfred Hitchcock “Rebecca – la prima moglie” (1940), tratto dal romanzo di Daphne du Maurier “Rebecca” (1938), è un chiaro esempio di gaslighting. Una timida ragazza diventa la moglie del vedovo Max De Winter, dopo averlo dissuaso dal suicidio. Nell’antica dimora dove la coppia vive, la nuova signora De Winter si accorge che tutti la considerano inferiore a Rebecca, la prima moglie di Max. In particolare la ragazza è sottoposta ai continui sbalzi d’umore del marito ed alla spettrale presenza della governante, signora Danvers. Quest’ultima, che vive nel ricordo della defunta, sottopone la nuova signora De Winter a continue umiliazioni, tanto da accenderle una sensazione di estraneità e farle nascere intenti suicidi
Il gaslighting è un comportamento che la persona abusante mette in atto per minare alla base la fiducia che la vittima ripone in sé stessa, dei suoi giudizi di realtà, facendola sentire confusa fino a dubitare di stare impazzendo. E’ una subdola azione di manipolazione mentale con la quale il gaslighter, così si chiama l’agente di questo comportamento, mette in dubbio le reali percezioni dell’altra persona, facendola dubitare di se stessa, facendola sentire “sbagliata”.
Non vi sono parole per descrivere la sensazione di morte imminente che prova la persona colpita da questo tipo di maltrattamenti psicologici. Alla vittima è tolta la speranza del domani e ben presto manifesterà problemi psichici e psicosomatici.
In numerosi casi il comportamento di gaslighting è adottato dal coniuge abusante per chiudere rapporti coniugali travagliati dietro ai quali, molto spesso, si celano insoddisfazioni personali e relazioni extraconiugali. Purtroppo la realtà delle famiglie non è quella propinata quotidianamente dalla pubblicità delle merendine.
E’ difficile riconoscere questo tipo di violenza: è insidiosa, sottile, non se ne percepisce l’inizio, a volte è scusata dalla stessa vittima; non si tratta di una deflagrazione d’ira, che almeno è subito identificabile e magari oggetto d’immediata risposta, anche legale. E’ una sottile lama di ghiaccio che s’insinua, molte volte, tra la tranquillità delle mura domestiche. E’ una violenza gratuita e persistente, reiterata quotidianamente che ha la capacità di “annullare” la persona che ne è bersaglio. Si tratta di un vero e proprio lavaggio del cervello, che pone la vittima nella condizione di pensiero di “meritarsi quella punizione”.
Il gaslighting è una forma di violenza che nasce anche all’interno di rapporti precedentemente costruiti sull’amore. Poi, una frustrazione alla quale non si sa adeguatamente reagire e che mette in crisi la sicurezza e la fiducia che ripone in sé il manipolatore e tutto crolla: l’amore diventa maligno, aspro, fa sanguinare il cuore e la psiche della persona colpita dalle molestie. Così come le frecce del mitico Eracle, il gaslighting lascia ferite che nessuno potrà guarire.
- Sei grassa! (magra, brutta, ecc..)
- Scusatela, mia moglie è una deficiente!
- Sbagli sempre tutto! Non ne fai una giusta!
- Ma come non ti ricordi! Me l’hai detto proprio tu!
- Non me l’hai mai detto! Te lo sarai immaginato!
- Le tue amiche sono insignificanti, proprio come te!
- Se ti lascio rimarrai sola per tutta la vita!
Queste sono solo alcune frasi esemplificative dell’atteggiamento tenuto dall’abusante, asserzioni che feriscono l’anima, ancor di più se pronunciate alla presenza d’altre persone. Il gaslighter sa come mettere il sale sulle ferite.
Il persecutore instaura con il suo obiettivo una relazione narcisistico-perversa, “deumanizza” la vittima, la manipola, ottenendone il controllo totale, impedendone separatezza ed autonomia. La persona si troverà imprigionata da questo comportamento e, lentamente, le sue resistenze si affievoliranno sino a scomparire del tutto, diventando inconsapevole complice del suo persecutore.
In questo sprofondamento nell’abisso la vittima attraverserà tre fasi successive:
a) La prima fase sarà caratterizzata da una distorsione della comunicazione. Il perseguitato non riuscirà più a capire il persecutore. I “dialoghi” saranno caratterizzati da silenzi ostili, alternati da piccature destabilizzanti. La vittima si troverà così disorientata, confusa nella nebbia.
b) La seconda fase sarà caratterizzata da un tentativo di difesa. La vittima cercherà di convincere il suo persecutore che quello che dice non corrisponde alla verità; proverà ad instaurare un dialogo, ostinato, con la speranza che ciò serva a far cambiare il comportamento del gaslighter. Il perseguitato si sentirà come investito da un compito basilare: le sue capacità d’ascolto e di dialogo riusciranno a far cambiare il persecutore.
c) La terza fase è la discesa nella depressione. La vittima vedrà piano piano spegnersi il suo soffio vitale, si convincerà che ciò che il persecutore dice nei suoi confronti corrisponde a verità.
Sono classificabili tre tipi di manipolatore:
a) Il manipolatore affascinante. E’ probabilmente il più insidioso, sottopone la sua vittima ad una continua doccia scozzese. Alterna silenzi ostili e tremende pungolature a momenti d’alluvione d’amore. Si può solo immaginare l’atmosfera di disorientamento che pervade la vittima.
b) Il manipolatore bravo ragazzo. E’ un tremendo individualista camuffato da persona prodiga. E’ sempre attento ad anteporre i propri bisogni, il proprio tornaconto personale a quello della vittima, anche se riesce a dare un’impressione opposta.
c) L’intimidatore. E’ il contrario dei manipolatori precedenti e, sicuramente, il più diretto. Non si preoccupa di nascondersi dietro false facciate. Rimprovera apertamente la vittima, così come esplicitamente la maltratta.
Per far comprendere meglio il fenomeno, riporto qui di seguito parte di un articolo apparso su “Polizia Moderna”, rivista ufficiale della Polizia di Stato, che riguarda la storia di una donna vittima di violenze, fisiche e psicologiche, perpetrate dal coniuge. Nel racconto, veritiero, s’intravedono tutte le caratteristiche del gaslighting e dello stalking.
Questa la voce narrante di Marina e questa la sua terribile esperienza:
"Quando l’ho conosciuto pensavo che fosse la persona giusta, avevo ventotto anni ero più che convinta, pensavo che sarebbe stato l’uomo con cui avrei vissuto per sempre. Frequentavamo lo stesso corso di formazione, aveva sette anni più di me e viveva già da solo; è stato facile mettersi insieme, amarsi e decidere di avere un figlio”.
Era difficile allora per me vedere in lui quello che poi si sarebbe rivelato; era un uomo introverso, a parte questo non c’erano segnali evidenti di quello che sarebbe successo. Il bambino è stato voluto da tutti e due; quando gli dissi che era in arrivo sembrava contento ma dopo tre mesi di gravidanza ha cominciato a diventare insofferente e violento. Era iniziata la spirale della violenza, ma allora non potevo saperlo; criticava qualsiasi cosa facessi, e in poco tempo ero completamente condizionata dalla sua persona, dai suoi atteggiamenti e non ero più in grado di pensare liberamente. Solo quando sentiva di esagerare allora piangeva, si pentiva ma era, come poi ho capito, solo per ingannarmi tranquillizzandomi nel caso avessi deciso di reagire. Pensavo che resistendo la situazione sarebbe migliorata, invece ogni mio minimo comportamento o atteggiamento era un modo per denigrarmi, offendermi. Aveva cominciato anche a isolarmi, era infastidito se parlavo con i miei genitori o con i miei amici, ero diventata una sua proprietà, non esistevo come persona. Qualsiasi cosa dicessi non andava bene, mi accusava di non saper fare niente, neanche la madre. Ero sottoposta a un ricatto emotivo continuo: quando piangevo era contento. Poi cominciò con la violenza fisica, ricordo che qualche giorno prima del parto avevo un braccio completamente viola, mi disse di dire a chi avesse chiesto spiegazioni che ero caduta dalle scale.
Il problema della violenza è capire quello che ci sta succedendo: io non comprendevo quanto fosse grave quello che stavo sopportando. Vivevo la paura ma non riuscivo a reagire perché mi sentivo controllata nella mente e anche perché temevo che potesse vendicarsi sul bambino. I miei genitori sapevano tutto, ma non potevano aiutarmi concretamente perché la situazione non era chiara nemmeno a loro; pensavano che vivessi normali conflitti di una coppia. Credo di aver deciso di reagire dopo aver avuto un attacco di panico; in quel momento ho ripensato alle parole che mia madre mi aveva detto tanti anni prima, e cioè che spesso chi è vittima di violenza non sa di esserlo perché ne è troppo coinvolta. Da quel momento ho compreso chi fosse lui, un uomo violento che non potevo amare e che avevo sbagliato la mia scelta. Così l’ho lasciato, sono andata via di casa. Ma le cose sono peggiorate: ha cominciato a pedinarmi, a spiarmi, a telefonarmi a tutte le ore. Continuavo ancora a vivere nella paura. Sapevo perfettamente che non mi avrebbe lasciato in pace, sentivo questa continua pressione su di me. Non perdeva occasione per dirmi che io dovevo stare con lui per sempre, che non potevo sfuggirgli. Finché una sera non ha tentato di ammazzarmi. Allora l’ho denunciato. L’ho fatto anche se non è facile denunciare il padre del proprio figlio, ma non ne potevo più. Le accuse sono state maltrattamenti familiari, porto abusivo d’armi, violenza sessuale; lui mi aveva sempre detto che il suo comportamento era normale, che è così che ci si ama.”

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