captain fantastic

Spesso quando si parla di padri, si parla di genitori assenti o poco coinvolti nel mondo emotivo, sociale e di crescita del proprio figlio. Captain Fantastic parla invece di presenza paterna, di unità, di coesione e di intimità familiare; grazie ad una prova straordinaria di Viggo Mortensen che riveste il ruolo del padre di questa piccola grande famiglia trovandosi la responsabilità – ed il potere – di guidare e prendersi cura di 6 figli con età ed identità tanto diverse, entriamo alla scoperta di un modo paterno fatto di sicurezze e intransigenze, di regole e di direzionalità precise, ma anche di paure e di intensità crescenti di emozioni, con il senso di inadeguatezza e di impotenza tipiche dell’esser genitori oggi.

 

Attraverso la scelta estrema di vivere in un bosco  lontano da tutto e da tutti, sperduti e lontani da agiatezze e comodità, il film è in grado di descrivere chiaramente la strutturazione rigida in cui una famiglia può cadere, nel momento in cui si isola e si chiude al mondo, non identificandosi con i valori sociali del proprio contesto culturale, rifiutando la politica consumistica della società odierna, risentendo e scontrandosi con la matrice sociale, storica e culturale in cui siamo noi tutti avvolti, dove ancora oggi la donna fatica ad avere un potere lavorativo, politico, economico e accanto a un uomo che si scopre fragile e stenta nell’avere un potere domestico, protettivo, educativo e, appunto, genitoriale.

La famiglia monoparentale proposta dal film, immersa nella natura dove il diktat sembra essere quello di sopravvivere e difendersi, non deve far intendere ad una conseguenza evoluzionistica fallimentare: i bambini e gli adolescenti crescono e si nutrono anche di cultura, di libri, di conoscenza.

Sanno e dialogano di fisica quantistica, filosofia e storia, matematica e scienze. Ragionano in senso critico alle cose e si interessano di politica.

Ma non vivono il mondo di cui parlano, guardandolo dall’esterno. Non hanno la possibilità di identificarsi con quello che criticano e che rifuggono. Pur accettandone le differenze, il padre si distanzia e distanzia la sua famiglia da tutto questo.

Entrando gradualmente nel mondo emotivo di un padre che si ritrova – e come lui tanti padri separati o oggi così presenti in tante famiglie – a ricoprire, a causa della malattia della moglie, il doppio ruolo genitoriale: protettivo ed incoraggiante da un lato, guida e investitore di autonomia filiale dall’altro.

Ed è un doppio ruolo che ogni genitore dovrebbe in effetti avere, al di là di quanto si può poi contare sulla collaborazione e la presenza del proprio partner, madre o padre che sia. Come genitori dovremo infatti riuscire a coccolare i nostri figli, seguirli, rispondere positivamente ai loro bisogni, anche viziarli a volte, ma al tempo stesso aiutarli a crescere, ad essere autonomi, a sopravvivere emotivamente alle ingiustizie del mondo.

Poi la crisi.

Perché in ogni famiglia questo avviene sempre.

Un evento, una circostanza e cambia tutto. Alla crisi si può reagire in tanti modi; le famiglie più strutturate, più rigide, tenderanno a reagire in modo pressoché identico a come hanno fatto fino a quel momento, mentre famiglie più flessibili tenderanno a organizzarsi e ad affrontare le problematicità dipendentemente dalla proprie risorse e da quello che la situazione richiede.

Nel film, la famiglia di Viggo Mortensen, che è comunque una famiglia avvolta in se stessa e chiusa all’ambiente circostante, si affaccia al triste evento della morte della madre arrendendosi al mondo esterno e delegando l’elaborazione del lutto alle scelte della famiglia di origine della madre stessa su funerale, figli e gestione dell’ordinario.

Il protagonista si ritrova così a rinunciare al ruolo paterno presente e coinvolto attivamente ricoperto fino a quel momento e a fuggire via, da responsabilità e bellezze dell’esser padre, alla ricerca claustrofobica del ruolo paterno più conosciuto e sofferto: quello del padre assente e delegante, distante e mitico;  nella chiara consapevolezza che una scelta estrema, quella di vivere in un bosco con i propri figli, metafora di tante scelte genitoriali azzardate che noi tutti facciamo, sia a volte anche minacciosa e pericolosa per la vita stessa.

E così si arrende. Si arrende alla normalità familiare proposta dai nonni materni che desiderano occuparsi dei propri nipoti e che rifiutano mal comprendendo il mondo emotivo di questo papà così diverso e distante da loro. E si sa che quello che è diverso e distante fa paura, è una minaccia alle definizioni che abbiamo del mondo, degli altri, di noi stessi. Ed è più facile additare e giudicare distruttivamente che accogliere e accettare. E ci si arrende a tutto questo.

L’ultima parte del film offre poi una possibilità, una speranza, un cambiamento. Viggo ci ripensa, si fa coraggio, prende figli e cose e parte alla ricerca metaforica dell’elaborazione del lutto come viaggio. Viaggio dentro di sé e nella relazione famigliare.

Con i figli diseppellisce la donna, la porta in un posto beato, immerso nella natura e nei colori, lontano da tutto. 

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Ma è un lontano diverso: intimo, personale così come deve essere l’elaborazione graduale di un dolore e di un’assenza.

E il funerale che segue è un inno alla vita, a quello che la donna ha rappresentato per questa famiglia, nell’esser moglie e madre.

E lo si fa vestendosi di colori e di fiori, cantando la canzone che più le piaceva, ricordandone i momenti insieme e quello che ognuno di loro porta e porterà con sé.

Metafora emotiva dell’elaborazione del lutto, questo passaggio nel film è già un buon motivo per poterlo guardare, o riguardare con occhi nuovi.

Il padre finale è un padre nuovo, cambiato, rinnovato. Che si è messo in discussione e che ha ritrovato se stesso. E la famiglia è una famiglia diversa. Integrata con la società e integra a se stessa.

Un film multi sfaccettato, intenso, intimo sul ruolo del padre, sulla famiglia, sul dolore.

Perché si può diventare Captain Fantastic senza essere perfetti, ma rapportandosi con il mondo, portando avanti se stessi e i propri valori, mettendo al centro il bene dei propri figli, ascoltandone e accogliendone le diversità, mettendosi in discussione continuamente.

 

Per i riferimenti cinematografici e la scheda del film rimandiamo a questo link: https://it.wikipedia.org/wiki/Captain_Fantastic

 

scrivereL'articolo è stato scritto dalla dr.ssa Laura Catalli
Psicologa Psicoterapeuta sistemico-relazionale, Consulente Sessuale e di Coppia, Responsabile dello Studio di Psicoterapia MenteSociale. 

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