immaginePer quasi un secolo il modello culturale dell’educazione sanitaria è stato quello bio-medico. La salute veniva considerata essenzialmente “assenza di malattia”, essa si manifestava quando le capacità di difesa del corpo risultavano insufficienti ad eliminare i disturbi. In questo contesto soltanto il medico era in grado di stabilire la causa e le conseguenze della malattia intervenendo con un trattamento esclusivamente farmacologico e chirurgico.

Ippocrate (V sec), considerato il padre della medicina riteneva la malattia la rottura di un equilibrio tra gli umori ( sangue, flemma, bile gialla, bile nera) e le qualità dei corpi (caldo-freddo, umido-secco). Il famoso medico proponeva come rimedio il recupero dell’equilibrio perduto attraverso dieta e regime di vita appropriati e uso di erbe medicinali. Con Galeno (II sec) inizia lo studio della lesione della funzione dei singoli organi che vengono osservati dal punto di vista anatomico e fisiologico. Ma il vero fondatore dell’anatomia fu Vesalio (XVI sec). Egli può essere considerato a tutti gli effetti colui che studiò l’anatomia utilizzando il metodo scientifico con l’osservazione diretta ( dissezione). Nello stesso periodo Fracastoro con i suoi studi osservò come le malattie potessero essere propagate per contagio tra persone (concetto di germe). Tuttavia soltanto nel XVII sec. con Bacon, Cartesio e Galileo nasce la scienza empirica perché i fenomeni naturali furono studiati quantitativamente e si affermò la distinzione tra verità religiosa e verità scientifica. Gli studi di Harvey  misero in evidenza come avvenisse la circolazione del sangue nel corpo umano e le malattie vennero classificate e distinte in base ai sintomi, al decorso e alla prognosi. L’anatomia patologica si sviluppa nel XVIII secolo quando Morgagni stabilisce la correlazione tra lesione anatomica e quadro clinico ( riscontro autoptico). Le malattie infettive trasmesse dai microbi furono studiate nel XIX secolo ( Pasteur, Koch) quando si comprese come ogni malattia avesse la sua specifica  origine ( eziopatogenesi). Nel XX secolo la scoperta della struttura molecolare del DNA consentì agli scienziati di studiare le malattie genetiche e i meccanismi di trasmissione delle stesse. Da questo periodo in poi, la “lettura” del codice genetico e i meccanismi del funzionamento dei geni fecero fare alla medicina passi da gigante con la cosiddetta ingegneria genetica. Negli anni settanta e ottanta il  progresso scientifico e tecnologico della intera società ha determinato lo sviluppo di  modelli culturali e stili di vita eterogenei che hanno influenzato e influenzano il modo in cui la cultura sanitaria viene recepita da ognuno. L’ approccio sistemico allo studio delle malattie ha  evidenziato gli stretti rapporti tra la dimensione individuale e sociale nel manifestarsi dello stato di infermità ( modello bio-psicosociale). Secondo gli studiosi di questo modello la medicina ha il compito di  individuare le relazioni causa-effetto partendo dall’organismo biologico per poi estendersi alla famiglia e all’intera società, integrando di volta in volta, con gli strumenti di indagine più innovativi, le conoscenze e le tecniche messe in campo. Con l’evoluzione della società l’educazione sanitaria ha messo in stretta relazione l’individuo con il sistema sociale di appartenenza. Il modello sociosistemico considera il corpo vivente l’insieme indissolubile del corpo e della dimensione interiore della persona nel contesto di un dato periodo storico e sistema sociale. Ci si trova quindi di fronte a due rappresentazioni della malattia ( infermità e stato soggettivo del paziente) che possono essere in sintonia o in contrasto.  La malattia non è più un fenomeno a sé stante ma il risultato di varie interazioni  che si sviluppano tra l’individuo e la società in una complessa dinamica che comprende anche le condizioni soggettive del paziente e la percezione del suo stato di infermità.

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