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Derrida"Esistono due tipi di commemorazione (...) fra cui quello di fare di se stessi il veicolo per commemorare un defunto. Ecco, io non ho mai avuto la fortuna d’incontrare Derrida; pur avendolo studiato molto, sono per così dire un neofita in questo senso”

Così esordisce il Prof. Francesco Saverio Trincia, dichiarando da subito una commozione tanto grande quanto il dispiacere di non aver mai potuto conoscere quel filosofo di cui oggi, 9 Novembre 2004, si ricorda la scomparsa.

Ma chi è Jacques Derrida? Domanda che desta una notevole perplessità più che altro per la complessità che scaturisce nel riflettere all’immediatamente conseguente altra domanda: chi è stato, cosa ha rappresentato veramente?

Prima di addentrarci in un ambito strettamente filosofico -come quello che è stato oggetto di discussione oggi pomeriggio, dalle ore 15.00, presso Villa Mirafiori-, ricordiamo brevemente alcuni cenni biografici capaci di dare quanto meno un’idea di quello che è stato l’iter derridiano.

Una vita all’insegna della decostruzione
Jacques nasce il 15 luglio del 1930 a El Biar, in Algeria. D’origine ebrea, compie i suoi studi presso l’Ecole Normale Supérieure di Parigi, sotto la guida di J. Hyppolite e di M. de Gaudillac. In Francia, oltre ad essere il principale ispiratore del Collège international de philosophie (fondato a Parigi nel 1983), Derrida è direttore di studi all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales; anche gli Stati Uniti godranno del suo insegnamento, che si svolgerà presso la Johns Hopkins University, Yale (in cui nacque un'importante scuola decostruzionista), la Cornell University ed Irvine. Autore di svariati testi che spaziano dalla filosofia alla letteratura (e a molto altro ancora), i primi dei quali risalgono alla fine degli anni ’60 (es.: Della grammatologia, La scrittura e la differenza, La voce e il fenomeno…), Derrida è noto soprattutto per il suo concetto di decostruzione, basato su una critica radicale della metafisica occidentale: "Al centro del progetto filosofico di Derrida troviamo l'idea di una decostruzione della metafisica della presenza che ha caratterizzato la tradizione filosofica occidentale” (Abbagnano).

Una svolta nella filosofia, un sofista dei nostri giorni
“Nominare Derrida –prosegue Trincia-, così come forse Husserl o Heidegger, vuol dire indicare il cambiamento che è avvenuto nella nostra Facoltà. Attribuirei al suo nome proprio il fatto che essa sia diventata, per molti aspetti, diversa”. Dopo aver sottolineato il suo ruolo di svolta all’interno del cammino filosofico tradizionale, si passa alla considerazione della trasformazione radicale che Derrida ha operato sulla nozione d’origine, capace di mettere in discussione la concezione stessa del tempo come successione di un prima e di un dopo: l’origine viene concepita da lui come ritardata, che appartiene dunque al tempo successivo (l’originalità successiva). Senza riportarvi tutto il discorso, mi limiterò per questioni di spazio ad accennarvi in modo molto schematico le tematiche trattate in relazione a quanto esposto: la tensione fra il detto e il non detto (che è di per sé originario) e quindi la latenza della parola (richiamo alla concezione freudiana).
Il Prof. Gianfranco Dalmasso, profondo conoscitore di Derrida, si/ci pone, invece,  la problematica: “Che farcene di Derrida? Cosa significa che egli può essere avvistato poco tanto come maestro?”. Ponendo in evidenza la curvatura ironica, provocatoria, “socratica” tipica di questo filosofo, Dalmasso afferma: “Sembra che il suo stile di lavoro sia un continuo cogliere in flagrante se stesso e gli altri (…): un sofista, nel senso più positivo del termine”. Si discute delle nozioni derridiane di menzogna, di genesi del significato (-->c’è una trama più ampia di significati rispetto a ciò che dice l’autore, in sostanza), di impossibile, dell’evento come una sorta di trasformazione dell’esperienza, di rigore (=rapporto con ciò che si dice, la verità è rigore--> rapporto forte e non problematico con la parola. Diceva Derrida: <<Quando leggo un testo, come posso essere rigoroso? Se mi trasformo nel leggerlo, come faccio a rispettarne la verità?>> --> leggere un testo significa darsi una regola che è implicata nell’atto stesso di leggere) e di segreto come rapporto che l’io intrattiene con l’origine di sé - il segreto, spiega Dalmasso, è “ciò che nel mio tentativo di appropriarmi fa cilecca! E’ sotto gli occhi di tutti, bisogna saperlo leggere…”.

Io, un ebreo
La conferenza continua con la Prof.ssa Donatella Di Cesare, che si propone di affrontare la problematica dell’ebraicità di Derrida, se possa essere iscritto senza forzature all’interno della tradizione ebraica assieme ai suoi testi, e che cosa abbia voluto dire per lui essere ebreo. Spuntano fuori notizie interessanti, come ad esempio il suo nome ebraico segreto (quello che viene imposto ai maschi al momento della circoncisione), Elia, personaggio su cui Derrida progettava la realizzazione di un libro, tutto incentrato sul tema della circoncisione.  Significativo il fatto che il filosofo francese dichiarò più volte la sua non conoscenza della lingua ebraica (<<Mi avvicino alla fine senza mai averla conosciuta>>); inoltre, in “Abramo, l’altro” un saggio edito nel 2003, che si potrebbe considerare come una sorta di testamento, Derrida scrive: <<Ebreo (…), un insulto inaudito, un’ingiuria, una ferita (…), un colpo, un proiettile contro di me (…) un’incriminazione originaria>>. Eppure la non-appartenenza di Derrida si rivela come appartenenza estrema, escatologica: <<Sono l’ultimo degli ebrei>> afferma, oppure ancora di fronte alla domanda diretta sul sentirsi ebreo risponde un: <<No, no e poi no. Me ne vado al deserto. Rinnego e diniego>> ma al tempo stesso <<il no è il sì che lo attraversa. Eccomi. Io, un ebreo>>.

La firma di un tempo
Il Prof. Ferrario interpreta due testi inviati da Jean Luke Nancy in occasione della suddetta commemorazione; uno s’intitola “Generoso al di là dell’elogio” e tratta dell’esigenza di elogiare Derrida, un’esigenza come di un risarcimento di un debito, di una restituzione di un dovuto: “Gli rendiamo grazie, gli restituiamo grazia in tutti i sensi” MA “comprendiamo di dover andare al di là”. Andare al di là dell’elogio, dunque, come restituzione di quella stessa generosità propria di Derrida. Commoventi le parole finali: “La voce di Jacques Derrida ha raccolto un mormorio che ha localizzato (…). J. D. è la firma di un tempo, e non è la sola”.

Con timore e tremore
Come conclusione, ho pensato di lasciare che fosse Derrida stesso a salutarci, attraverso alcune delle sue parole che ho scelto di accostare arbitrariamente, ritenendole capaci di riecheggiare insieme prorompenti nel tempo:
<<Sono l’ultimo degli escatologisti: fino a questo giorno ho vissuto, gioito, pianto (…) come nell’ultimo secondo. – Come dice S. Paolo, bisogna parlare con timore e tremore e vi auguro di parlare con timore e tremore anche quando non ci sarò più>>.

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