family tableIl modo in cui la tavola è imbandita, la scelta del modo e dei tempi d’interazione dei commensali, il tipo di conversazione e le caratteristiche del cibo, durante un rinfresco o un buffet, rispecchiano quei comportamenti tipici della società dei nostri tempi, cioè “si sta seduti insieme ma in modo da confortare la distanza e la gerarchia.” (Maffesoli, 1985).

Il cibo non ha un ruolo solo nutrizionale, non serve solo a soddisfare il bisogno primario di sfamarsi, ma ha anche un forte ruolo sociale capace di soddisfare il bisogno dell’individuo di sentirsi parte di un gruppo. Il cibo, infatti, da sempre è stato il fulcro di complesse pratiche rituali scandite da vere e proprie regole, con un inizio e una fine, dal profondo contenuto simbolico.

Nel corso del ‘900 diversi sono stati gli antropologi e i sociologi che si sono occupati del tema della nutrizione, sdoganando il concetto di “cibo” dalla sua mera accezione di “nutrimento”, inteso come soddisfacimento di un bisogno fisiologico, evidenziandone la costruzione culturale che, nel corso dei secoli, le comunità umane hanno elaborato intorno ad esso.

Dal punto di vista sociologico, l’argomento relativo al cibo e all’alimentazione comincia a muovere i suoi primi passi con il Funzionalismo e soprattutto Radcliffe-Brown sottolinea come l’alimentazione sia al centro di pratiche rituali collettive, e di come essa esuli dalla mera attività di pasto, sostenendo che il cibo non solo è ciò che “naturalmente” consente ad un individuo di sopravvivere, ma che ha anche una funzione sociale, in quanto il singolo soggetto per potersi alimentare dipende, fin dai primi attimi di vita, da altre persone.

Il ruolo sociale del cibo e della pratica dell’alimentazione è riconosciuto anche dallo Strutturalismo, e in particolare da Levi-Strauss, il quale ritiene che serva soprattutto a soddisfare un appetito simbolico e introduce uno schema interpretativo, ricercando, così, una struttura di base, una vera e propria “grammatica” che possa offrire una chiave interpretativa dei gusti e delle scelte culinarie.

Ben diverso è l’approccio “Developmentalista”, che pone l’accento in particolar modo sul dinamismo alla base di ogni abitudine e pratica culinaria. Tra i massimi esponenti spicca l’antropologo Jack Goody, il quale sostiene che ogni pratica alimentare debba essere analizzata all’interno di un contesto flessibile, soggetto al cambiamento e che non si possa ricercare un unico schema interpretativo di tali pratiche.

Molti altri sociologi e antropologi hanno considerato l’argomento “cibo”, analizzandone varie sfaccettature, cercando di carpire delle matrici interpretative delle personalità di vari popoli e gruppi d’individui, approfondendo i vari momenti della raccolta, suddivisione, condivisione e consumo del cibo. Alla base di queste teorie vi è un unico fil rouge che le accomuna tutte (o quasi), ossia l’aspetto rituale del “mangiare.”

Il “rito del mangiare” e le pratiche di commensalismo variano a seconda dell’epoca, dei luoghi e dei contesti sociali. Ad esempio, fino agli inizi del ‘600 nella società europea, sottolinea Flandrin, non tutti i commensali seduti allo stesso tavolo consumavano le medesime vivande. Esse venivano servite tenendo conto dell’astrazione sociale di ogni singolo “mangiatore”; tanto che Olivier de Serres consigliava di offrire il vino e il cibo migliore solo agli invitati d’alto rango. In tal modo, anche se si sedeva alla stessa tavola si consumavano alimenti diversi a seconda della posizione che si assumeva nella scala sociale.

In seguito, dal ‘600 in poi, in Europa, si affermò la prassi, secondo cui tutti coloro che erano seduti alla stessa tavola assumessero e consumassero le stesse bevande e gli stessi cibi. Per questo motivo venivano allestiti, durante il medesimo evento culinario, tavoli diversi con vivande diverse a cui sedevano persone di rango sociale diverso. In tal modo, a secondo del tavolo a cui ci si sedeva, si comunicava in modo inequivocabile il proprio status sociale.

 Oggi la stratificazione sociale (a tavola) è meno accentuata che in passato, anzi si tende ad “amalgamarsi” al gruppo, nonostante ciò il commensalismo continua a conservare la sua caratteristica di “rituale”, fondamentale per la socializzazione tra individui, tale da stabilire quei legami, definiti in modo ironico da Makariu (nel 1960), come “Parentele di pappa”. Oggi, i rituali della condivisione del cibo sembrano essere strutturati meno rigidamente rispetto al passato, eppure, inconsapevolmente, ogni volta che si condivide il cibo con qualcuno “si entra in scena” sul palcoscenico della propria vita sociale.

Nelle società post-industriali e post-moderne, il commensalismo è stato destrutturato dagli schemi secondo i quali la condivisione e la consumazione del cibo avvenisse intorno ad un tavolo, assumendo un posto specifico che riflettesse il proprio status sociale. Nel 1985, infatti, Corbeau parla di “nomadismo alimentare”, costatabile attraverso due aspetti. Il primo, si riferisce all’abitudine, sempre più diffusa, di consumare i pasti (per motivi spesso legati al lavoro) fuori dalla propria abitazione. Il secondo aspetto, invece, è riferibile allo spazio privato e alla consuetudine di consumare il pasto da soli e lontani dalla tavola, spesso in momenti diversi rispetto agli altri familiari e davanti alla televisione.

A questi due aspetti, a mio avviso, se ne potrebbe aggiungere un terzo: un nomadismo alimentare che non si riferisce al singolo individuo e al proprio nucleo familiare, ma ad un soggetto e ad un gruppo ben più vasto, cioè a quello degli amici, dei conoscenti, degli amici degli amici, che “consumano” cibo durante un buffet o un rinfresco. Queste pratiche di commensalismo sono sempre più diffuse. I motivi che portano a questo tipo di aggregazione possono essere molteplici, dai più personali (come il festeggiamento di una ricorrenza) a quelli prettamente sociali (di carattere lavorativo, religioso, ecc.).

La consumazione del pasto avviene in un modo completamente diverso da quello descritto da Mary Douglas. L’antropologa britannica descrive il pasto della borghesia inglese tra il 1960 e 1970, sottolineando come fosse scandito da pietanze (antipasto, piatto principale, ecc.), di come si presupponesse l’utilizzo di un utensile per introdurre il cibo nella cavità orale, e di come fosse fondamentale una base d’appoggio (tavola) con relativo posto a sedere ben definito. La strutturazione del momento del pasto s’intrecciava con regole comportamentali che, in qualche modo, garantivano certi tipi di relazioni tra i commensali e non altri, privilegiando certe forme di comunicazione piuttosto che altre.

Con l’introduzione dei buffet e dei rifreschi, nulla è più come prima. Le vivande sono disposte senza essere suddivise per pietanze e ai commensali non viene più assegnato un posto a sedere, ma ognuno “fluttua” in modo apparentemente senza alcuno schema, per poi convergere tutti intorno ad uno stesso tavolo. Durante il buffet e il rinfresco può essere osservata una struttura basilare simile a quella del “rito dell’aperitivo” descritto da Corbeau, secondo cui la possibilità di scegliere liberamente il posto intorno ad un tavolo crea una vicinanza e al tempo stesso una distanza confortante tra i commensali, che spesso prendono parte allo “stesso evento”, condividendo idee e ideali simili (definibili, così, come appartenenti ad uno stesso gruppo) ma di fatto estranei, mai conosciuti prima. La distanza consente di poter interagire con l’interlocutore prescelto, senza ledere la suscettibilità di chi non viene “scelto”.

Il pasto, in questo modo, diventa un atto sociale esattamente nella forma e nella misura che si desidera, a seconda della propria convenienza soggettiva. Se per un verso, il buffet può essere considerata una pratica sociale, per l’altro può esprimere una forte forma di individualistica, in quanto si può scegliere anche di consumare il pasto senza dover interagire necessariamente. Durante il pasto tradizionale, le regole presupponevano l’interazione con chi prendeva posto al proprio tavolo, con la pratica del buffet e del rifresco sembra non avere la medesima importanza. Si può, scegliere, infatti, anche di non intraprendere alcuna conversazione e, quindi, di non interagire con nessun presente, senza compromettere la propria “identità sociale”.

Durante questo tipo di commensalismo ogni individuo può scegliere, quindi, di interagire o meno, ma anche può disporre della durata di tali interazioni. Un posto a sedere fornisce una collocazione statica del soggetto all’interno di uno scenario; la mancanza di esso, al contrario, assicura lo spazio e il tempo che s’intende occupare, con questo o quel interlocutore. Si può decidere di approfondire la conoscenza di un commensale o di instaurare brevi approcci con più individui. La scelta può dipendere da variegati motivi (personali, politici, lavorativi, sentimentali, ecc.), l’unica costante è che il singolo soggetto ha la parvenza e l’illusione di poter scegliere liberamente, senza il condizionamento che le regole tradizionali imponevano.

Il dinamismo di tali pratiche commensali sono facilitate anche dalle dimensioni del cibo da consumare. Le porzioni abbondanti, che necessitano del taglio per poter essere introdotti nella cavità orale, lasciano il posto ad alimenti magistralmente tagliati e serviti, in modo da non necessitare di una base d’appoggio o di più posate. La piccola dose di cibo può essere presa e consumata, anche rimanendo in piedi. Tutto ciò consente ai vari commensali di scegliere lo spazio da occupare, le relazioni da instaurare e il cibo da consumare. Così ci si allontana da strutture statiche che intrappolavano i commensali in un certo posto a sedere, che li costringevano ad interagire con alcuni dei presenti ma non con altri, e che dovevano consumare le pietanze secondo un ordine ben preciso. Con la pratica del buffet, si ha quasi l’illusoria convinzione di potersi sentire più liberi.

Il dinamismo basilare di tale pratica rende camaleontica ogni interazione, e come tale si adegua ad un contesto sociale sempre più flessibile ed eterogeneo che, inevitabilmente si riflette nei riti del pasto. Anche nell’ambito della nutrizione, nella società occidentale attuale, si tende a voler avere a disposizione un ventaglio di scelte, tra le quali decidere come e con chi interagire, assecondando la propria necessità di volersi districare da rigide strutture. In realtà, ciò che è cambiata è la forma, ma la pratica della nutrizione rimane scandita da regole ben precise, anche se visibilmente differenti da quelle tradizionali.

Bibliografia

  • Corbeau J. "Identité et image du mangeur", Editions de la Maison des Cultures du Monde, Babel/Actes Sud, Parigi, 1997
  • Douglas M. (1972), “Antropologia e simbolismo. Religione, cibo e denaro nella vita sociale.” Il Mulino, Bologna, (1985).
  • Goody J. (1982), “Cooking, cuisine and Class: a Study in comparative Sociology”. Cambridge University Press, Cambridge (UK).
  • Levi-Strauss, C. (1964), “Mitologica. Il crudo e il cotto.” Il Saggiatore, Milano, 1966.
  • Levi-Strauss, C. (1966), “Mitologica II. Dal miele alle ceneri.” Il Saggiatore, Milano, 1970.
  • Levi-Strauss, C. (1968), “Mitologica III. Le origini delle buone maniere a tavola.” Il Saggiatore, Milano, 1971.
  • Meglio L.  “ Sociologia del cibo e dell’alimentazione”, Milano, FrancoAngeli, 2012.
  • Van Gennep A. (1909), “I riti di passaggio.” Bollati Beringhieri, coll. I Grandi pensatori, 2012

 

scrivereL'articolo è stato scritto da Carmelina Mesisca
Sociologa e Insegnante
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