Rabbia 2La rabbia è certamente un’emozione universale, ad ognuno di noi sarà capitato di farne esperienza! Il fatto che sia così diffusa, non la rende tuttavia più facile da comprendere né, tanto meno, da gestire e questo certamente vale sia quando ci si trovi a sperimentarla in prima persona, che quando si vestono invece gli sfortunati panni dei destinatari della stessa. Quale sarà la strategia più funzionale? E poi ancora, quando ad essere arrabbiato è qualcuno con cui siamo in relazione, una persona per noi importante, come un partner o un figlio, che fare? In questo articolo proviamo a darci delle risposte.

La rabbia è certamente un’emozione universale, ad ognuno di noi sarà capitato di farne esperienza! Ce lo suggeriscono tutti i nostri modi di rispondere al mondo ogni qualvolta percepiamo di aver subito un’ingiustizia, una frustrazione, un ostacolo rispetto al raggiungimento di qualcosa che riteniamo importante.

Ed eccola lì, fare capolino, a volte all’improvviso, altre volte con dei segnali che abbiamo imparato a riconoscere come “premonitori”, che ci avvertono, attraverso cambiamenti anche fisiologici, dell’arrivo della tempesta…

In alcuni casi l’abbiamo magari agita attraverso comportamenti più o meno diretti; in altri abbiamo forse cercato di evitarla, di non entrarci in contatto; altre ancora ci siamo probabilmente sentiti capaci di padroneggiarla, spiegando le nostre ragioni e chissà, forse qualche volta c’è rimasta dentro per giorni e giorni, sotto forma di pensiero persistente e fastidioso.

Il fatto che sia così diffusa, non la rende tuttavia più facile da comprendere né, tanto meno, da gestire e questo certamente vale sia quando ci si trovi a sperimentarla in prima persona, che quando si vestono invece gli sfortunati panni dei destinatari della stessa.

Al contrario, sembra essere una delle manifestazioni della nostra vita interiore che più ci fa paura e questo perché probabilmente, siamo più abituati a coglierne gli aspetti maggiormente “evidenti”, quelli che non passano certo inosservati, connessi con la parte esplosiva, rumorosa, alle volte distruttiva, che può irrompere e fare dei danni. Sono molti gli interrogativi che ci si pongono quando si ha a che fare con questa tematica: come gestirla? Come comportarsi? Aggirarla, affrontarla, prendersi del tempo?

Quale sarà la strategia più funzionale? E poi ancora, quando ad essere arrabbiato è qualcuno con cui siamo in relazione, una persona per noi importante, come un partner o un figlio, che fare?

Quando parliamo di rabbia, le dimensioni coinvolte sulle quali appare utile articolare la riflessione sono perlomeno due, interconnesse fra di loro:

  • una è legata agli aspetti intrapsichici di ognuno di noi, al nostro mondo interno;
  • l’altra è il valore che questa emozione assume a livellorelazionale”, rispetto cioè al nostro universo di rapporti con gli altri. Questi due livelli sono tutt’altro che separati anzi, come vedremo, appaiono ricchi di continue sovrapposizioni e connessioni.

Proviamo ad esaminare queste due dimensioni più dettagliatamente.

La rabbia è un’emozione e, come tale, è “nostra”, ci appartiene, ha a che fare con noi, con la nostra storia personale, con il “bagaglio” che pian piano nel corso della nostra esistenza abbiamo riempito e che ci portiamo dietro e che, con il passare del tempo, continuiamo ad arricchire ulteriormente grazie alle nostre esperienze.

La prima delle due dimensioni quindi, quella dell’intrapsichico, rimanda direttamente al contenuto di quel bagaglio: l’emozione che irrompe, cosa ci racconta rispetto al nostro mondo? È evidente come il modo di approcciarsi agli aspetti emotivi sia un elemento soggettivo, legato perciò ad una elevatissima variabilità individuale. Questo significa che non tutte le persone sperimentano le stesse emozioni nella stessa maniera e nelle stesse circostanze. Alcune, ad esempio, tendono a sperimentare con più facilità la rabbia, rispetto magari al dolore, altre viceversa, e le possibilità naturalmente sono davvero tante.

Molto spesso la rabbia ha innanzi tutto un importante valore di segnale: è l’emozione più rumorosa, che urla e impone di essere ascoltata!

Alle volte è l’unica strada che siamo abituati a percorrere, la più immediata, che in qualche modo copre rischiando di nascondere ma, allo stesso tempo, indica qualche altro importante aspetto di noi, del nostro mondo interno.

Può essere una risposta ad un senso di impotenza, oppure al dolore, alla paura dell’abbandono, ad un più o meno vago senso di angoscia, alla sensazione di non essere visti, considerati, ascoltati, valorizzati o davvero a molte altre cose, indissolubilmente legate alla nostra storia. Ecco quindi che diventa di fondamentale importanza porsi in una posizione di ascolto rispetto a questa emozione, con l’obiettivo di accoglierla con spirito curioso, di connetterla e riconnetterla alla nostra esperienza, alla nostra storia di vita, per poter usare il suo valore di segnale, cercando di recuperare il suo originario messaggio, quello del quale si fa portavoce e che ha bisogno di essere espresso.

Rispetto alla seconda dimensione, ossia al valore che la rabbia assume nel nostro mondo di rapporti con gli altri, è opinione molto comune associarla alla presenza di relazioni in qualche modo turbolente, conflittuali e poco gratificanti. Molto spesso però non si tiene adeguatamente in conto quanto il conflitto possa essere un elemento di perturbazione necessario per il raggiungimento di un equilibrio relazionale maggiormente funzionale.

È proprio in questa opportunità che risiede il risvolto relazionale che ha a che fare con quest’emozione: uscendo da un discorso che riguarda la nostra individualità (ma non dimentichiamolo, senza poterne prescindere!), possiamo utilizzarla come spinta, forza, energia vitale tesa a modificare le relazioni nella direzione di una maggiore sintonizzazione con i nostri bisogni.

Dopo cioè averla ascoltata, accolta, compresa, connessa e ri-connessa rispetto a noi stessi, può diventare un importantissimo collegamento con il mondo dell’altro. Questo proprio perché ci aiuta a creare dei “limiti” tra noi e l’esterno, consentendoci di entrare in relazione con l’altro in un’ottica di maggiore tutela dei nostri bisogni emotivi, identitari, di crescita, di appartenenza, di svincolo ecc. Inoltre, nel nostro modo di approcciarci alle varie emozioni, gioca un ruolo molto importante l’apprendimento avvenuto nel nostro contesto familiare: è lì che crescono anche le nostre emozioni!

A darci un’idea di ciò possono aiutarci i differenti “miti familiari” di cui ognuno di noi è portatore, ad esempio: “siamo una famiglia molto unita, a casa non si litigava mai!”, oppure i nostri ricordi rispetto al modo in cui erano sentite ed espresse le varie emozioni nella nostra famiglia: quali erano quelle maggiormente “libere di circolare”, “permesse”? Quali quelle “proibite”? Come ci si approcciava ad esempio, alla rabbia? Chi la esprimeva? In che modo poteva essere manifestata? In quali circostanze? A cosa serviva? A chi era diretta? Quali cambiamenti ha prodotto? Cosa ha fatto in modo che rimanesse bloccato, inespresso? Come era vissuta?

Queste e molte altre domande possono aiutarci a chiarire meglio il ruolo che quest’importante emozione gioca nel nostro personale vocabolario emotivo, vocabolario la cui matrice è certamente relazionale.

Per concludere, per quanto possa apparire faticoso, l’auspicio rispetto ad ognuno di noi, è quello di una ristrutturazione del senso delle nostre rabbie, con l’obiettivo di poter entrare in contatto con le emozioni che le sottendono, attraverso un recupero di noi stessi e della nostra storia, derivazione diretta di tante altre storie, quelle cioè delle generazioni che ci hanno preceduto.

 

scrivereL'articolo è stato scritto dalla dr.ssa Elisa Duma
Psicologa Psicoterapeuta sistemico-relazionale
membro dello Staff di MenteSociale. 

La rabbia è certamente un’emozione universale, ad ognuno di noi sarà capitato di farne esperienza!

Ce lo suggeriscono tutti i nostri modi di rispondere al mondo ogni qualvolta percepiamo di aver subito un’ingiustizia, una frustrazione, un ostacolo rispetto al raggiungimento di qualcosa che riteniamo importante. Ed eccola lì, fare capolino, a volte all’improvviso, altre volte con dei segnali che abbiamo imparato a riconoscere come “premonitori”, che ci avvertono, attraverso cambiamenti anche fisiologici, dell’arrivo della tempesta…

In alcuni casi l’abbiamo magari agita attraverso comportamenti più o meno diretti; in altri abbiamo forse cercato di evitarla, di non entrarci in contatto; altre ancora ci siamo probabilmente sentiti capaci di padroneggiarla, spiegando le nostre ragioni e chissà, forse qualche volta c’è rimasta dentro per giorni e giorni, sotto forma di pensiero persistente e fastidioso.

Il fatto che sia così diffusa, non la rende tuttavia più facile da comprendere né, tanto meno, da gestire e questo certamente vale sia quando ci si trovi a sperimentarla in prima persona, che quando si vestono invece gli sfortunati panni dei destinatari della stessa. Al contrario, sembra essere una delle manifestazioni della nostra vita interiore che più ci fa paura e questo perché probabilmente, siamo più abituati a coglierne gli aspetti maggiormente “evidenti”, quelli che non passano certo inosservati, connessi con la parte esplosiva, rumorosa, alle volte distruttiva, che può irrompere e fare dei danni.

Sono molti gli interrogativi che ci si pongono quando si ha a che fare con questa tematica: come gestirla? Come comportarsi? Aggirarla, affrontarla, prendersi del tempo? Quale sarà la strategia più funzionale? E poi ancora, quando ad essere arrabbiato è qualcuno con cui siamo in relazione, una persona per noi importante, come un partner o un figlio, che fare?

Quando parliamo di rabbia, le dimensioni coinvolte sulle quali appare utile articolare la riflessione sono perlomeno due, interconnesse fra di loro:

·         una è legata agli aspetti intrapsichici di ognuno di noi, al nostro mondo interno;

·          l’altra è il valore che questa emozione assume a livello “relazionale”, rispetto cioè al nostro universo di rapporti con gli altri.

Questi due livelli sono tutt’altro che separati anzi, come vedremo, appaiono ricchi di continue sovrapposizioni e connessioni.

Proviamo ad esaminare queste due dimensioni più dettagliatamente.

La rabbia è un’emozione e, come tale, è  “nostra”, ci appartiene, ha a che fare con noi, con la nostra storia personale, con il “bagaglio” che pian piano nel corso della nostra esistenza abbiamo riempito e che ci portiamo dietro e che, con il passare del tempo, continuiamo ad arricchire ulteriormente grazie alle nostre esperienze.

 

La prima delle due dimensioni quindi, quella dell’intrapsichico, rimanda direttamente al contenuto di quel bagaglio: l’emozione che irrompe, cosa ci racconta rispetto al nostro mondo?

È evidente come il modo di approcciarsi agli aspetti emotivi sia un elemento soggettivo, legato perciò ad una elevatissima variabilità individuale. Questo significa che non tutte le persone sperimentano le stesse emozioni nella stessa maniera e nelle stesse circostanze. Alcune, ad esempio, tendono a sperimentare con più facilità la rabbia, rispetto magari al dolore, altre viceversa, e le possibilità naturalmente sono davvero tante.

Molto spesso la rabbia ha innanzi tutto un importante valore di segnale: è l’emozione più rumorosa, che urla e impone di essere ascoltata! Alle volte è l’unica strada che siamo abituati a percorrere, la più immediata, che in qualche modo copre rischiando di nascondere ma, allo stesso tempo, indica qualche altro importante aspetto di noi, del nostro mondo interno.

Può essere una risposta ad un senso di impotenza, oppure al dolore, alla paura dell’abbandono, ad un più o meno vago senso di angoscia, alla sensazione di non essere visti, considerati, ascoltati, valorizzati o davvero a molte altre cose, indissolubilmente legate alla nostra storia.

Ecco quindi che diventa di fondamentale importanza porsi in una posizione di ascolto rispetto a questa emozione, con l’obiettivo di accoglierla con spirito curioso, di connetterla e riconnetterla alla nostra esperienza, alla nostra storia di vita, per poter usare il suo valore di segnale, cercando di recuperare il suo originario messaggio, quello del quale si fa portavoce e che ha bisogno di essere espresso.

Rispetto alla seconda dimensione, ossia al valore che la rabbia assume nel nostro mondo di rapporti con gli altri, è opinione molto comune associarla alla presenza di relazioni in qualche modo turbolente, conflittuali e poco gratificanti. Molto spesso però non si tiene adeguatamente in conto quanto il conflitto possa essere un elemento di perturbazione necessario per il raggiungimento di un equilibrio relazionale maggiormente funzionale. È proprio in questa opportunità che risiede il risvolto relazionale che ha a che fare con quest’emozione: uscendo da un discorso che riguarda la nostra individualità (ma non dimentichiamolo, senza poterne prescindere!), possiamo utilizzarla come spinta, forza, energia vitale tesa a modificare le relazioni nella direzione di una maggiore sintonizzazione con i nostri bisogni.

Dopo cioè averla ascoltata, accolta, compresa, connessa e ri-connessa rispetto a noi stessi, può diventare un importantissimo collegamento con il mondo dell’altro. Questo proprio perché ci aiuta a creare dei “limiti” tra noi e l’esterno, consentendoci di entrare in relazione con l’altro in un’ottica di maggiore tutela dei nostri bisogni emotivi, identitari, di crescita, di appartenenza, di svincolo ecc.

Inoltre, nel nostro modo di approcciarci alle varie emozioni, gioca un ruolo molto importante l’apprendimento avvenuto nel nostro contesto familiare: è lì che crescono anche le nostre emozioni!

A darci un’idea di ciò possono aiutarci i differenti “miti familiari” di cui ognuno di noi è portatore, ad esempio: “siamo una famiglia molto unita, a casa non si litigava mai!”, oppure i nostri ricordi rispetto al modo in cui erano sentite ed espresse le varie emozioni nella nostra famiglia: quali erano quelle maggiormente “libere di circolare”, “permesse”? Quali quelle “proibite”? Come ci si approcciava ad esempio, alla rabbia? Chi la esprimeva? In che modo poteva essere manifestata? In quali circostanze? A cosa serviva? A chi era diretta? Quali cambiamenti ha prodotto? Cosa ha fatto in modo che rimanesse bloccato, inespresso? Come era vissuta?

Queste e molte altre domande possono aiutarci a chiarire meglio il ruolo che quest’importante emozione gioca nel nostro personale vocabolario emotivo, vocabolario la cui matrice è certamente relazionale.

Per concludere, per quanto possa apparire faticoso, l’auspicio rispetto ad ognuno di noi, è quello di una ristrutturazione del senso delle nostre rabbie, con l’obiettivo di poter entrare in contatto con le emozioni che le sottendono, attraverso un recupero di noi stessi e della nostra storia, derivazione diretta di tante altre storie, quelle cioè delle generazioni che ci hanno preceduto.

 

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